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La democrazia “Apartheid”

By on September 11, 2017

Alcuni commenti sul recente accordo parigino in tema di “controllo” dei flussi migratori dall’Africa e sul “Codice di condotta” italiano per le ONG che operano nel Mediterraneo hanno evocato categorie e ricostruzioni di Carl Schmitt nel “Nomos della terra” (cfr., tra gli altri, A. Rauti, Il Codice di condotta per le ONG tra “terra e mare”, in www.lacostituzione.info, 16/8/2017; F. Tedesco, I migranti, l’Europa e le nuove linee di amicizia, in www.ilfattoquotidiano.it, 4/9/2017). Si tratta di letture in qualche modo prevedibili ancorché importanti, che tuttavia scontano alcune insufficienze analitiche, rispetto al quadro europeo e mondiale contemporaneo. Queste insufficienze possono essere riassunte nelle esternazioni del Ministro Marco Minniti alla Festa dell’Unità di Pesaro, il 28 agosto 2017, e nelle comunicazioni parlamentari del Ministro Angelino Alfano, del 4 settembre.
Partiamo dalle prime: il personale «timore per la tenuta democratica del Paese» avrebbe convinto un intero Governo (stando almeno al virgolettato non smentito dal Ministro Menniti, il quale ha fatto ricorso alla prima persona singolare per “confessare” il proprio “timore”, e alla prima plurale per definire l’azione conseguente) ad assumere quelle risolute decisioni nei confronti delle ONG e dell’Europa. Il sentimento emotivo soggettivo e solitario di un individuo (non di un individuo qualsiasi, ma di quel Ministro degli Interni istituzionalmente tenuto a doveri di correttezza costituzionale verso il Parlamento – quale organo di controllo politico informato – e il Presidente della Repubblica – quale garante dell’unità nazionale) assurge a dimensione fattuale, non documentata, di legittimazione dell’indirizzo politico. Assurge a “realtà”. Siamo ben al di là della “necessità” definita da Santi Romano. E siamo ben al di là anche dei “Laws of Fear”, descritti da Cass R. Sunstein (su cui, si v. l’ottimo scandaglio problematico di G. De Minico, Costituzione, emergenza e terrorismo, Napoli, Jovene, 2016). In questi casi, infatti, la “realtà” emerge tra eventi (accadimenti già occorsi e dunque conosciuti, da una parte, procedimenti di decisione, dall’altra). Nella “confessione” di Minniti, invece, la “realtà” risiede nelle sue “emozioni” di “timore”: un bel contributo alla dossologia della cosiddetta “post-verità” e delle “fake news”, di cui tutti lamentano insidie e strumentalizzazioni.
Dunque le “emozioni” sulla democrazia orientano la “realtà” delle politiche? Ma che cos’è la “tenuta democratica di un Paese” di fronte ai fenomeni migratori? Questo interrogativo sfugge alle categorie schmittiane e, per tale ragione, la loro evocazione appare oggi insufficiente. La sfida di oggi, infatti, non è più solo fra “terra e mare”, tra Europa e “the Rest”. La sfida di oggi è tutta dentro l’Europa e riguarda per l’appunto la “realtà” delle sue democrazie di fronte alla “realtà” dei fenomeni migratori: un inedito conflitto di “realtà” entrambe irreversibili – come lo stesso Presidente del Consiglio Gentiloni ha onestamente ammesso nella sua conferenza stampa di Parigi – ed entrambe “interne” all’Europa.
Le migrazioni non sono più una “emergenza”, un “flusso”. Esprimono la nuova “situazione costituzionale” (nel significato di contesto intersoggettivo di fatti e reazioni psico-sociali, spiegato da Elinor Ostrom) del mondo. Tutti i Rapporti dell’UNHCR, di altri organi dell’ONU e dell’OIM lo richiamano e lo documentano. Quei Rapporti, inoltre, ci dicono anche che le distinzioni tra migranti “economici” e “rifugiati” non sono più idonee a far conoscere e comprendere il nuovo contesto. In particolare, i cambiamenti climatici, stravolgendo la mobilità umana, minano le categorie moderne del diritto internazionale e costituzionale, costruite intorno alla semantica geopolitica della “stabilità” e storico-costituzionale della “titolarità identificabile” dei diritti. Lo scenario del Texas, afflitto dalla catastrofe naturale e ostacolato dal “muro antimigranti” di Trump, ne ha fotografato il triste paradosso; un paradosso che non si era mai affacciato, sino ad oggi, sulla scena del costituzionalismo democratico europeo.
Infatti, come ha ben sintetizzato Alain Badiou (Il secolo, 2005, trad. it. Milano, Feltrinelli, 2006, 14 ss.), il Novecento costituzionale europeo si è alimentato di una «procedura discorsiva di assoluzione», che ha permesso di identificare le democrazie attraverso l’accoppiamento «con ciò che, a cose fatte, esse definiscono come Altro da sé, la barbarie di cui sono innocenti». Tuttavia, questa “assoluzione” è stata possibile, fino a quando la “realtà” ha potuto essere effettivamente “sdoppiata” nello spazio tra Europa e Africa. Autori ormai “classici”, come Frantz Fanon (I dannati della terra, 1961, trad. it., Torino, Einaudi, 1962) e Aimé Césaire (Discorso sul colonialismo, Verona, Ombre corte, 2014), ne hanno consegnato alla storia il triste racconto (triste per l’Africa). Sulla “doppia realtà” sono state edificate le relazioni internazionali con l’Africa decolonizzata (A.A. Mazrui, Africa’s International Relations, London-Lusaka, Heinemann, 1977), la cooperazione allo sviluppo (M. Zupi, Disuguaglianze in via di sviluppo, Roma, Carocci, 2013), le conversioni monetarie con l’Europa (N. Agbohou, Le franc CFA et l’euro contre l’Afrique, Paris, ed. Solidarité mondiale,1999), gran parte delle discussioni scientifiche (I. van Sertima, Blacks in Science, J. of African Civilizations, 1984, 8 ss.), la comunicazione inter-personale e l’ufficialità del linguaggio (N. wa Thiong’o, Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana, Milano, Jaca Book, 2015). Anche l’ultimo Paese europeo non democratico e coloniale, il Portogallo, ha dovuto prendere atto della “utilità” della democrazia, come dispositivo abilitativo di discorsi appunto “assolutori” verso il colonialismo in Africa (si v. P. Villen Meirelles Alves, Tra armonia e contraddizione, Padova, il Poligrafo, 2010). La democrazia in Europa, dunque, con l’ “Altro da sé” in Africa.
Ma che fare della democrazia in Europa, una volta che questa separazione spaziale viene infranta dall’unità della “situazione costituzionale” irreversibile delle migrazioni proprio dall’Africa, ossia dall’ “Altro da sé”?
È evidente che il “timore per la democrazia” insorga, a questo punto non come “evento” (l’invasione degli africani, che non c’é), ma come difficoltà narrativa sulle ragioni della propria democrazia, di fronte a una “realtà” non più spazialmente separabile.
Si spiega così l’iniziativa italiana, entusiasticamente fatta propria dall’Europa, sia di stampo “schmittiano” sia, se così può dirsi, à la Badiou.
Al primo canone si ispirano i dispositivi del “Codice di condotta” delle ONG, i quali ricalcano perfettamente, come logica, i meccanismi della “Commissione mista lusitano-britannica” che si insediò a metà Ottocento a Boa Vista, nelle isole di Cabo Verde, con lo scopo di controllare la “tratta” atlantica degli schiavi (cfr. M. Turano, Il verde mare delle tenebre, Lecce, Argo, 2001): il controllo della “tratta” (oggi mediterranea) è sempre la priorità rispetto alla condizione degli esseri umani che la subiscono.
Sul fronte della democrazia, poi, la formula “aiutiamoli a casa loro” non registra un semplice slogan. Gli accordi di Parigi inaugurano una nuova rappresentazione di sé della democrazia in Europa.
La democrazia in Europa accetta l’Apartheid. È come se si stesse “africanizzando” nei suoi codici identificativi. Non si limita più a prendere atto, auto-assolvendosi, della esistenza di separazioni spaziali (la democrazia europea e l’ “Altro da sé”). Poiché qualsiasi separazione spaziale sarà sempre più vanificata dalla inedita “situazione costituzionale” dei migranti, l’Europa deve ineluttabilmente rimodularsi, definendo per se stessa, non più per l’ “Altro da sé”, le separazioni: prima di tutto narrative, emotive, discorsive, poi anche metodologiche, esattamente come uno Stato Apartheid dell’Africa.
Come funzioni effettivamente una democrazia Apartheid è stato lucidamente documentato da una recente ricerca, pubblicata proprio in Sudafrica (H. van Vuuren, Apartheid, Guns and Money, Cape Town, Jacana, 2017). Lo Stato Apartheid non è una specie di “doppio Stato”, nel significato reso celebre da Ernst Fraenkel e riferito alla dittatura (Il doppio Stato, 1974, trad. it., Torino, 1983). Quest’ultimo funziona come meccanismo di doppi poteri e meccanismi di decisione; al contrario, lo Stato Apartheid si mantiene in vita come “doppia realtà” dei soggetti, non dei poteri, ed è compatibile con le forme della democrazia. Esso, infatti, si fonda su quattro costrutti: 1) separando i soggetti, si separano i problemi; 2) separando i problemi, ogni soggetto può affrontare meglio i propri, magari con l’aiuto dell’altro; 3) l’esigenza di aiuto reciproco mantiene in piedi il dialogo e quindi la ricerca di cooperazione più o meno condivisa; 4) la ricerca di cooperazione salvaguardia le distinzioni e quindi le narrazioni sui diritti e la democrazia, di sé e degli “altri”, magari anche con le connesse “barbarie di cui si è innocenti”.
L’informativa parlamentare del Ministro Alfano del 4 settembre ha scandito, forse inconsapevolmente, quei quattro costrutti, riferendosi appunto all’Africa e specificamente all’Egitto (con la “barbarie” del “caso Regeni”).
Certo, l’analisi andrebbe approfondita e non è questa l’occasione per farlo. In ogni caso, essa contribuisce a far intravedere un ulteriore fronte di declinazione (e di declino?) della democrazia nel futuro dell’Europa e del mondo, su cui è bene non rinunciare a discutere.

 

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