diritto Metodo e storia

Oltre il razionalismo occidentale? La sociologia culturale comparata di Max Weber

By on December 20, 2012

L’ispirazione per questo post nasce da alcune riflessioni in
me suscitate dalla partecipazione al convegno internazionale “Max Weber’s comparative cultural sociology
of law
”, svoltosi a Bonn lo scorso ottobre presso il Centro di Studi
Avanzati Käte Hamburger Kolleg ‘Recht als
Kultur’
. Nelle intenzioni dei suoi promotori, il convegno ha inteso ripensare
la Rechtssoziologie di Max Weber in
chiave comparata nel tentativo di cercare risposte alle sfide di un crescente
pluralismo culturale.


Perché Max Weber e perché, all’interno della sua vastissima
produzione scientifica, la Rechtssoziologie?
La ragione è indubbiamente da ricercarsi nel ruolo cruciale che il grande
giurista e sociologo tedesco – attraverso uno dei saggi più discussi e studiati
di Wirtschaft und Gesellschaft, il
lavoro che meglio rappresenta l’inestimabilità del suo contributo alla cultura giuridica
europea e non solo – ha giocato nell’individuazione dei tratti peculiari della
civiltà occidentale moderna, quali paradigmaticamente rappresentati da quel
processo di razionalizzazione e di secolarizzazione che ne avrebbe fatto un unicum inimitabile nel quadro delle esperienze
culturali da lui investigate. L’affermarsi, infatti, proprio lì e non altrove, di
un diritto formale (formales Recht) –
in particolare il progressivo emergere di una razionalità “legale” – avrebbe spinto
Weber nella direzione dell’analisi comparativa delle società, al fine di comprendere
le cause di questa specificità della modernità europeo-occidentale. Interessato,
altresì, in una prospettiva sociologica, a conoscere i complessi meccanismi che
determinano la validità empirica degli ordinamenti giuridici, certamente non
circoscrivibile alla sola “contrainte
juridique
”, Weber costituisce, per tali motivi, un punto di riferimento
obbligato per tutti coloro che intendano quest’oggi avere una piena cognizione dei
fenomeni giuridici nei termini di una necessaria pluralità: pluralità di
ordinamenti, pluralità di fonti di produzione di norme, pluralità di culture e
di visioni del mondo.

Non è, tuttavia, impresa semplice muoversi all’interno di un
testo come la Rechtssoziologie, secondo quanto emerso fin dalle prime
relazioni del convegno, dedicate alla genesi del lavoro, e ciò non solo per la
complessità del suo linguaggio. Difatti, quello che noi conosciamo sotto il
nome di Wirtschaft und Gesellschaft
(di cui, appunto, quella è parte) è il risultato, postumo, di un travagliato
lavoro di ricostruzione di appunti manoscritti intrapreso da diversi curatori:
la moglie Marianne Weber prima, quindi Johannes Wincklemann e, da ultimo,
Werner Gephart e Siegfried Hermes. È ad essi che si deve, dunque, la
suddivisione della Max Weber
Gesamtausgabe
in cinque tomi distinti per unità tematiche (comunità,
comunità religiose, diritto, dominio e città). Di là dalle critiche che sono
state mosse a questa operazione di “collage
degli scritti weberiani, è indubbio che la lettura della Rechtssoziologie sia resa particolarmente ardua proprio dal fatto che
non possa essere disgiunta dal resto dei lavori dell’Autore e, in particolare,
dalla sua indagine sociologica comparata delle religioni, elemento,
quest’ultimo, centrale della sua più ampia “riflessione sulla cultura, sulle
‘configurazioni di ordine’, sulle attitudini sociali e sulle organizzazioni”
(cf. Alessia Zaretti, nel suo volume Religione
e modernità in Max Weber: per un’analisi comparata dei sistemi sociali
, Roma,
2003, p. 19). E non avrebbe potuto essere diversamente, d’altronde, per uno
studioso la cui formazione era stata fortemente segnata da un contesto di tradizioni
famigliari ispirate a quei valori protestanti che tanta parte avrebbero avuto
nella concettualizzazione da lui offerta del moderno razionalismo occidentale,
articolatosi secondo direttrici affatto originali rispetto ad altri tipi di
razionalismi (celebre la distinzione tra razionalismo confuciano e razionalismo
puritano da lui tratteggiata nel Cap. VII, Konfuzianismus
und Puritanismus
, della Religionssoziologie).

Emerge da questo breve quadro introduttivo non solo la
complessità dell’opera weberiana ma, in particolare, quello che sarebbe stato l’approdo
decisivo della sua Rechtssoziologie: il
diritto non è una mera statuizione di norme, quanto, in realtà, l’ordine
normativo proprio di una Einverständnisgemeinschaft,
in ciò profondamente condizionato da convinzioni e pratiche culturalmente
informate. L’assunto per cui l’uomo è essenzialmente un essere culturale, dotato
“della capacità e della volontà di
assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e di attribuirgli un
senso” (così Max Weber, L’‘oggettività’
conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale
, in Id., Il
metodo delle scienze storico-sociali
, tr.it. di Pietro Rossi, Torino, 1958,
pp. 96-97), apre necessariamente la strada all’indagine comparativa e, dunque,
alla consapevolezza dell’esistenza di ordinamenti diversi e di molteplici
concezioni del senso degli stessi. Ed è così che Weber, superando Rudolf Stammler,
si trova ad affrontare il nodo cruciale delle “chances” di validità di un ordinamento giuridico. L’aver vincolato,
infatti, quest’ultima appunto alla “chance
– nel suo duplice, ambiguo significato di “opportunity
e “probability” – che si determini un
orientamento convergente a quanto positivamente statuito dall’ordinamento,
conduce inevitabilmente ad una rivalutazione della dimensione individualistica,
nella misura in cui “it is according to
the individual choice to consider an order as an order that it becomes
legitimate
”. In tal senso, poichè il termine inglese “order”, nella sociologia del diritto weberiana, non va inteso nel
senso di “command”, quanto piuttosto di
established system of social
relationship
”, si è fatto notare che quella coercitiva sia solo una (e non
certo quella decisiva) delle accezioni attribuibili all’idea weberiana di “ordine”.
Quest’ultimo non è, infatti, taxis,
ordine costruito, ma cosmos, ordine
formatosi spontaneamente e, perciò stesso, plurale.

Se, dunque, l’esito ultimo di quel fenomeno di “disincantamento”
che Weber andava riscontrando nell’esperienza occidentale sembrava, prima facie, condurre ineluttabilmente
al tramonto di qualunque forma di legittimazione degli ordinamenti giuridici
che non fosse mero appiattimento nella pura legalità, egli rimaneva, ciò
nonostante, strenuo difensore di quello slancio fideistico che proprio
l’avvento di una società disomogenea e del politeismo dei valori – di cui la
crisi dello Stato tedesco negli anni convulsi della sua trasformazione in
repubblica era emblematica dimostrazione – veniva a porre urgentemente al
centro della riflessione sociologico-giuridica. Affiora, qui, la forte
sottolineatura, presente nell’intera produzione weberiana, delle conseguenze inattese
di quel processo di razionalizzazione che – realizzatosi anzitutto sul piano
delle credenze religiose, passando attraverso la razionalità giuridica della
Chiesa cattolica – avrebbe poi investito il diritto secolare dell’Occidente: questo
si sarebbe in tal senso sviluppato “in strettissima connessione con il moderno
sviluppo capitalistico” e con gli interessi di una macchina burocratica, il cui
funzionamento non sarebbe stato, del resto, possibile lì dove non fosse stato
incardinato in un sistema “razionalmente calcolato in base a precise norme
generali” (cf. Max Weber, Parlamento e
governo nel nuovo ordinamento della Germania e altri scritti politici
, a
cura di Luigi Marino, Torino, 1982, p. 82).

Diverse le reazioni dei relatori del convegno alla concezione
weberiana della razionalizzazione del diritto in senso formale. Attuatasi,
quella, in area occidentale grazie alla progressiva scissione tra fas (“precetto sacro”) e ius (“diritto statuito applicabile per
la composizione dei conflitti di interessi religiosamente indifferenti”: cf.
Max Weber, Economia e Società. Sociologia
del Diritto
, III, a cura di Pietro Rossi, Milano, 1961, p. 132) ad essa si
contrappone, infatti, nella Rechtssoziologie
l’immagine, a tratti impietosa, di un Oriente irrazionale, identificato di
volta in volta con il diritto indiano, con quello cinese, con quello islamico.
Qui, secondo Weber, la secolarizzazione del diritto e la differenziazione di un
pensiero giuridico rigorosamente formale si arrestarono agli inizi, o furono
addirittura avversate dai poteri teocratici o patriarcali-autoritari, non certo
interessati ad una giustizia formale – e, dunque, alla stabilità e alla
calcolabilità della procedura giuridica – quanto più ad una giustizia
materiale, una “giustizia di cadì”. Una ricostruzione, questa, che esce, ciò
nonostante, ridimensionata dagli interventi di alcuni giuristi ed antropologi,
che non hanno esitato a sottolineare – vuoi con riferimento al sistema
giuridico cinese quale sviluppatosi nel corso della dinastia Quing (1644-1912),
vuoi con riferimento al totemismo degli aborigeni australiani – come la
dicotomia weberiana razionale/irrazionale sia tutta interna al punto di vista
dell’osservatore e, in quanto tale, non utilizzabile quale parametro di
giudizio di portata universale. È proprio a partire da queste considerazioni
che nel corso del convegno ci si è chiesti se il Max Weber “intellettuale
dell’impero” non abbia in realtà contribuito – di là dalle sue aperture al
pluralismo culturale – alla costruzione di una “Western dominant culture”. Un’osservazione, questa, che riecheggia,
in particolare, nell’ultima sessione del convegno su Universal history of law and the project of globalization. Se,
infatti, l’impiego delle fondamentali categorie weberiane – ossia la
distinzione tra diritto formalmente razionale e diritto materialmente razionale
– appare tuttora determinante per la comprensione degli sviluppi giuridici odierni
sul piano sia del diritto penale internazionale (con riguardo, nella specie, al
grado di “formal rationality
riscontrabile nel modus operandi della
Corte Penale Internazionale dell’Aia) sia della giurisprudenza della Corte
Europea dei Diritti dell’Uomo in punto di libertà religiosa, quelle stesse
categorie vengono in parte rimesse in discussione, nella misura in cui abbiano
favorito una visione essenzialistica delle culture.

Al di là questi rilievi – che offrono senza dubbio nuove, alternative
chiavi di lettura del grande edificio weberiano – resta certamente il fatto che
riflettere su Max Weber significa riflettere su chi avrebbe posto
all’attenzione della comunità scientifica la questione del pluralismo giuridico
proprio nel momento in cui il primato del diritto di fonte legislativa statale
sembrava indiscusso. A lui si deve, infatti, una prima, decisiva presa di
coscienza di ciò con cui ancor oggi ci misuriamo e che allora sembrava quasi
impensabile: “the recognition of the
plurality of social orders
”. In tal senso la sua sociologia del diritto è
sì – come osservato dal sociologo parigino François Chazel – una sociologia
degli ordini, ma non si dà ordine senza un riferimento a quella dimensione
culturale che sola può spiegare l’origine e, spesso, l’insormontabilità dei
conflitti che attraversano le nostre società multiculturali.

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