Svolta della Consulta sulle questioni di diritto eurounitario assiologicamente pregnanti, attratte nell’orbita del sindacato accentrato di costituzionalità, pur se riguardanti norme dell’Unione self-executing (a margine di Corte cost. n. 269 del 2017)

By on December 18, 2017
PAROLE CHIAVE

Lo scritto si sofferma sul nuovo indirizzo inaugurato da Corte cost. n. 269 del 2017, secondo cui le antinomie tra norme della Carta dei diritti dell’Unione europea e norme nazionali sarebbero in ogni caso riservate alla cognizione della Corte costituzionale, pur laddove le norme dovessero apparire self-executing. Si mette quindi in evidenza che si sarebbe in presenza di un conflitto tra criteri di risoluzione delle antinomie stesse, aventi natura, l’uno, strutturale e, l’altro, assiologico-sostanziale, senza che nondimeno risulti chiaro in nome di quale “metacriterio” possa stabilirsi a quale di essi dare la precedenza. La pronunzia in commento, in realtà, non chiarisce perché mai non possa riconoscersi in capo al giudice comune la competenza a fare subito applicazione diretta della norma eurounitaria, laddove ne sia dimostrata l’attitudine ad offrire l’ottimale salvaguardia dei diritti in gioco. Ci si chiede, infine, se la soluzione oggi patrocinata dalla Consulta possa valere altresì per norme sovranazionali esterne alla Carta dell’Unione ma da queste “coperte” e quale possa essere la reazione sia della Corte di giustizia che dei giudici comuni alla odierna presa di posizione che, comunque, sembra essere non consentita dal disposto di cui all’art. 11 Cost.

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    Andrea Guazzarotti

    December 18, 2017

    Non concordo interamente con alcuni passaggi della pur stimolantissima e ricchissima nota di Antonio Ruggeri: in particolare, con l’evocazione dell’estensione del vincolo dell’art. 11 Cost. a tutto il diritto UE. A me sembra che, nella fase attuale di disillusione delle potenzialità “federative” dell’uso giudiziario dei diritti umani, la posizione assunta dalla nostra Corte (sulla scorta di spiragli lasciati aperti dalla stessa Corte di giustizia nei casi citati dalla sent. n. 269, punto 5.2) ben potrebbe ricollegarsi ai limiti entro cui fu varata la dottrina Granital (sent. 170/1984), sull’uso dell’art. 11 Cost. A torto o a ragione, la Corte d’allora rese trasparente il fatto che quelle “limitazioni di sovranità” (che poi erano cessioni di parte del potere della stessa Consulta di sindacare le leggi nazionali con effetti “neutralizzanti”) potevano darsi proprio perché si era dinanzi a una logica competenziale dei rapporti tra ordinamenti e perché la stessa Comunità europea (oggi UE) seguiva un approccio funzionale e non federale. La Carta di Nizza, assieme con lo spettro della c.d. “dottrina dell’incorporation”, ha indubbiamente alterato quell’assetto compromissorio. Un’alterazione foriera di conseguenze destabilizzanti, in primis, del rapporto tra giudici comuni e giudice costituzionale, nei sistemi di sindacato accentrato di costituzionalità come il nostro. Per cui, a me sembra che lo schema oggi propostoci dalla Consulta (con qualche ragionevole appiglio, sia di diritto costituzionale interno che di diritto dell’UE) possa riassumersi come segue. Laddove non esistano normative uniformi dell’UE che fissano, per esigenze intrinseche all’istituto regolato, uno standard uniforme di tutela (dottrina Melloni della Corte di giustizia: C 399/11) l’esigenza di immediata e incondizionata applicazione del diritto eurounitario non si pone e dunque la dottrina Granital non è strettamente rilevante. La Carta dei diritti fondamentali dell’UE, infatti, anche se giuridificata e posta al livello primario dell’ordinamento eurounitario, non risponde alle stesse esigenze di uniformità di alcune norme dei Trattati aventi effetto diretto, ossia alle esigenze tipiche di un mercato unico (A. VON BOGDANDY, Pluralism, direct effect, and the ultimate say: On the relationship between international and domestic constitutional law, in Intern. Journal of Const. Law, 2008, p. 406ss.). La Carta, in altre parole, non mirava e non mira a stabilire standard uniformi di tutela dei diritti fondamentali in tutti gli Stati membri (cfr. gli artt. 52 e 53 CDFUE, in quanto norme regolatrici dei rapporti con la CEDU, a sua volta priva di intenti “uniformatori”: si veda l’art. 53 CEDU nonché la dottrina della Corte EDU sul margine d’apprezzamento degli Stati). Tanto la Corte di giustizia è stata generosa nell’ampliare la sfera di rilevanza dei diritti fondamentali per sindacare il diritto nazionale ricadente «nel cono d’ombra» del diritto dell’UE, tanto si giustifica il puntiglio della Consulta nel trattenere, per quanto possibile, il giudizio accentrato sulla violazione dei diritti fondamentali presenti in entrambi i cataloghi. Per continuare a sostenere che la Carta si nutre (anche) delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri (Preambolo e art. 52.4 CDFUE), è necessario che il diritto costituzionale nazionale continui a produrre interpretazioni e applicazioni del parametro “nazionale” di costituzionalità, accanto a quanto avviene a livello di Corti europee sui cataloghi europei.

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