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Una pieza más nel puzzle del procés sobiranista catalano: la dichiarazione di indipendenza “sospesa”

By on October 12, 2017

Martedì 10 ottobre il Presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, ha posto un ulteriore tassello nel complesso puzzle del desafío indipendentista catalano.
Nel plenum del Parlament catalano, riunito su richiesta del Presidente della Generalitat (ex art. 169 del Regolamento del Parlamento catalano) per dar conto dei risultati della consultazione indipendentista della settimana scorsa, Puigdemont assume il “mandato” di dichiarare l’indipendenza catalana – la Catalogna come Stato indipendente con forma repubblicana – come risultato della consultazione catalana, salvo poi proporre che il Parlamento catalano ne sospenda gli effetti per favorire il dialogo con il Governo spagnolo e con l’Unione Europea e giungere, in tal modo, a una “soluzione concordata”.
L’intervento del Presidente catalano, iniziato con un’ora di ritardo per la mancanza di accordo con la CUP (Candidatura d’Unitat Popular) circa l’efficacia differita della DUI (Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza) e caratterizzato da evidenti acrobazie retoriche, ripercorre alcuni passaggi cruciali della “umiliazione” subita dalla Catalogna nella recente storia costituzionale spagnola, il cui punto di “non ritorno” sembra essere la “frustrazione” del testo di riforma dello Statuto di autonomia nel 2006 (LO 6/2006), operata dalle Cortes Generales e dal Tribunale costituzionale.
Si tratta di un discorso assolutamente in linea con le profonde contraddizioni che hanno caratterizzato gli eventi accaduti negli ultimi giorni all’indomani del “voto” per l’indipendenza catalana a partire del quale già si è delineato un “antes” y un “después” del 1-O.
Domenica 1 ottobre (il cd. “1-O”, interpretato erroneamente come l’1 a zero di Barcellona su Madrid!), abbiamo assistito a quella che in molti definiscono la ‘farsa’ del referendum catalano che ha dato avvio a una commedia romantica, per alcuni (l’afflato romantico del nazionalismo catalano), un film d’azione, per altri (scontri della guardia civil con i votanti e contrasti della forza dell’ordine statale con la polizia regionale), o forse, semplicemente, a un film d’animazione con suspense finale! Dopo una settimana si sono aggiunte molte altre “scene” che rendono sempre più lontana e incerta la risoluzione della grave rottura che si sta consumando non solo sul piano giuridico-costituzionale ma anche sociale ed economico.
È ormai accertato che gli ultimi atti normativi adottati dal Parlament catalano in preparazione del referendum dell’1-O (Llei del referèndum d’autodeterminació de Catalunya, del 6 settembre e Llei de transitorietat jurídica i fundacional de la República, dell’8 settembre) abbiano definitivamente prodotto una duplice rottura nello stato di diritto, infrangendo sia la legalità costituzionale e le basi fondative della democrazia costituzionale spagnola sia la legalità, per così dire, “regionale”, al cui apice si trova lo Statuto di autonomia catalano. Sul piano squisitamente giuridico, l’utilizzo dello strumento referendario da parte di una Comunità Autonoma (regione) per dichiarare unilateralmente l’indipendenza dallo Stato spagnolo è inammissibile, per lo meno nel sistema costituzionale vigente. L’intero processo messo in atto dalla Generalitat (governo) catalana si pone, quindi, in palese contrasto con la Costituzione, contravvenendo alle decisioni degli organi giudiziari, incluso il Tribunale costituzionale che aveva sospeso lo stesso referendum. Sarebbe sterile fermarsi al solo piano delle “regole del diritto”; non si può prescindere dal contesto politico-sociale ed economico della “questione catalana” per provare a capire la sua rapida evoluzione. Non si tratta, infatti, di un mero scontro tra due diversi livelli (centrale e periferico) del sistema giuridico spagnolo ma tra due “pezzi” della società catalana, in primis, e spagnola in generale, con evidenti echi a livello europeo. La “questione catalana” non è solo un problema catalano o spagnolo ma europeo. È uno scontro tra due diversi modi di concepire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti fondamentali, le libertà e i doveri dei cittadini, il patto sociale, la solidarietà, l’integrazione delle diversità.
Quel consenso e quel patto di convivenza tra forze politiche e territori, che ha consentito alla Spagna di transitare abbastanza velocemente verso la democrazia e una forte regionalizzazione (sarebbe più corretto parlare di federo-regionalizzazione), si è incrinato e la crisi economica, con la connessa politica di austerità, insieme alla crisi dei partiti tradizionali (l’avversione all’establishment) ne hanno accelerato i tempi.
Chi ha in mano la “tabella di marcia” del sovranismo catalano? La potente forza civile indipendentista? Eppure i numeri dicono altro. I risultati definitivi del referendum, annunciati venerdì dal Governo catalano (senza nessun tipo di controllo da parte di un’autorità terza), registrano il 90,18% di “si” (a uno Stato indipendente in forma di Repubblica) con una partecipazione del 43% degli aventi diritto al voto (di cui il 38% si è espresso favorevolmente). È sufficiente un siffatto livello di partecipazione per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio dallo Stato?
È evidente che la sola forza del diritto non basta a risolvere la questione. Il “dialogo” a colpi di sentenze messo in atto dal Governo Rajoy non ha prodotto i risultati sperati. Aver preferito il ricorso ai soli meccanismi giudiziari, pur necessari, rispetto ad altri strumenti di natura politica, previsti dalla stessa Costituzione (es. la sospensione dell’autonomia ex art. 155 Cost. o lo stato di emergenza ex art. 116 Cost.) o dalla legislazione (Ley de Seguridad Nacional approvata nel 2015), ha contribuito ad alimentare uno scontro che ormai a fatica cammina sui binari della legalità costituzionale. Le decine di sentenze adottate dal Tribunale costituzionale, insieme alle centinaia di sanzioni comminate ai diversi organi istituzionali e amministrativi catalani, non sono state supportate dal confronto politico, esponendo il più alto organo di giustizia costituzionale al rischio di una progressiva e dannosa politicizzazione della sua attività super partes.
Non pare aver sortito molti effetti il duro intervento di condanna del re Felipe VI: un discorso inedito nella forma e nel contenuto, scrive la stampa spagnola, che ricorda quello tenuto dal padre, Juan Carlos I, in occasione del colpo di stato del 23-F (23 febbraio 1981). Una comparazione poco fortunata. Tuttavia, in questa occasione, Felipe VI qualifica giuridicamente i fatti e le loro conseguenze, sintetizzabili nell’accusa di una condotta sleale, irresponsabile e inaccettabile, tenuta dalle istituzioni catalane che rappresentano lo Stato nella regione catalana. Né le dichiarazioni rese dalle istituzioni UE, formalmente incompetenti su questioni relative all’organizzazione interna degli Stati membri, sono state in grado di far rinsavire la Generalitat sulla presunzione di un’automatica membership europea della nascente Repubblica catalana, trattandosi di un processo illegale di separazione.
La risposta catalana al Re non si è fatta attendere. Dopo 24 ore Puigdemont conferma che la Catalunya va diritta verso la Dichiarazione unilaterale di indipendenza. Ancora un braccio di forza tra i due governi, scandito dall’ennesimo intervento, in tempi record, del Tribunale costituzionale che giovedì ha disposto la sospensione, in via cautelare, della sessione plenaria del Parlamento catalano prevista per il lunedì 9 ottobre, sulla base di un recurso de amparo (ricorso) presentato dal Partito socialista catalano. Come spiegano i giudici, si tratta di un caso di “urgenza eccezionale” con una “ripercussione sociale ed economica rilevante e complessiva”: se il plenum del Parlamento catalano adottasse la Dichiarazione di indipendenza esisterebbe un rischio di grave violazione della Costituzione e di “annullamento” dei diritti dei deputati (di minoranza), per cui qualsiasi atto adottato in violazione a tale sospensione sarebbe completamente nullo e privo di efficacia. Nel frattempo, come già avevano annunciato diversi economisti, è iniziata la ‘diaspora finanziaria’ sullo sfondo dell’allarme lanciato dal FMI e della ‘mano’ tesa da Madrid. Ai due grandi istituti bancari (la Caixabank e Sabadell) che hanno spostato la loro sede sociale fuori dalla Catalunya si aggiungono diverse imprese storiche della regione (Gas Natural, Eurona, Dogi, Oryzon Genoma), mosse dal rischio che comporterebbe l’uscita dall’Eurozona. Il Governo di Rajoy non ha perso tempo adottando venerdì un decreto legge che agevola tale trasferimento, a garanzia del principio costituzionale della libertà di impresa. Il deterrente economico, forse, potrebbe sortire qualche effetto considerato che la Catalunya, pur presentando valori molto positivi del Pil pro capite (è quarta tra le regioni spagnole), è la Comunità autonoma con il più alto debito di cui i 2/3 nei confronti dello Stato.
Nel frattempo la società civile risponde. È emblematico che all’assenza di dialogo tra i due governi le piazze delle principali città spagnole, sabato 8 a Madrid e domenica 9 ottobre a Barcellona, si siano riempite di manifestanti uniti dallo slogan “Parlem-hablamos” (parliamo) e da bandiere simbolicamente bianche. La “maggioranza silenziosa” dei non-indipendentisti è scesa in piazza a Barcellona presenziata da due diverse figure, il socialista Josep Borrell (ex ministro ed ex presidente del Parlamento Europeo) e lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, premio nobel alla letteratura. Entrambi sottolineano la necessità di difendere il pluralismo politico dalle degenerazioni della passione nazionalista, decostruendo l’immagine della Catalunya come colonia oppressa dal Governo centrale, vittima, invece, di una “congiuntura golpista” del governo indipendentista catalano (Vargas Llosa). In tale direzione sembrerebbe procedere il Documento, non datato, Enfo CATs Reenfocant el procés d´independencia per un resultat exitó rinvenuto giorni fa dalla Guardia Civil dove emerge con chiarezza la strategia politica che il governo catalano avrebbe seguito all’indomani delle elezioni del 2015: generare un conflitto democratico ampiamente appoggiato dai cittadini, finalizzato a creare instabilità politica ed economica in modo da forzare lo Stato ad accettare la negoziazione per una separazione o un referendum forzato. Fino a questo momento la strategia dell’indipendentismo sembra essere stata messa in atto in ogni punto; lo Stato è stato sufficientemente provocato per costringerlo a reagire e se questo dovesse intervenire utilizzando gli strumenti pur previsti in Costituzione, tale intervento certamente andrebbe ad alimentare le reazioni sovversive già manifestate nella “mobilitazione” del 1-O…un circolo vizioso, dunque, ma fino a che punto? Fino a che punto si può proseguire in questo gioco al rialzo senza correre il rischio che il patto costituzionale si ‘rompa’ realmente?
Dopo la dichiarazione (implicita?) di indipendenza, i deputati catalani del blocco indipendentista Junts pel Sí e del CUP si sono riuniti nell’Auditorio del Parlamento catalano per firmare un documento dove si dichiara la costituzione della Repubblica Catalana, come Stato indipendente e sovrano, di diritto, democratico e sociale. Si tratta di un atto chiaramente privo di valore giuridico (non è stato votato nel plenum del Parlamento) dove non si menziona la sospensione degli effetti della Dichiarazione ma, piuttosto, l’entrata in vigore della Llei de transitorietat jurídica insieme alla volontà di aprire negoziazioni con lo Stato spagnolo in condizioni di uguaglianza e di far conoscere alla comunità internazionale e alle istituzioni dell’UE la ‘nascente’ Repubblica. Inizia, dunque, il “processo costituente” catalano, se pur formalmente in “sospensione” (un ultimatum per il Governo di Rajoy?), rispetto al quale il Governo spagnolo ha già convocato un Consiglio dei Ministri straordinario, mercoledì 11 ottobre, nel quale sono state discusse le possibili soluzioni costituzionalmente e legalmente percorribili. Sul tavolo di discussione vi era in primis l’art. 155 Cost. conosciuto come la norma della “coazione statale” (cumplimiento forzoso), una disposizione che richiama, in ambito comparato, l’istituto della “coazione federale” sancito dall’art. 37 della GG tedesca di cui condivide la ratio legis: strumento straordinario da utilizzare come extrema ratio in difesa dell’unità dello Stato. Di fronte all’indipendentismo diviso, come apparso martedì in occasione della dichiarazione “implicita” di indipendenza, la prima ‘mossa’ del Governo di Rajoy è stata quella di trovare il consenso, quanto più vasto, delle altre forze politiche, PSOE e Ciudadanos, prima di adottare una risposta ufficiale. La decisione del Governo centrale, dopo la riunione straordinaria, va nella direzione di presentare una richiesta formale al Presidente della Generalitat circa la conferma che quanto dichiarato ieri sia una reale dichiarazione di indipendenza. Si tratta, quindi, dell’avvio della “fase preliminare” prevista dal citato art. 155 Cost.
L’evoluzione del procès sobiranista catalano è, probabilmente, uno degli esempi più evidenti degli effetti prodotti dalla strategia politica, demagogica e manipolativa, della “post-verità” in cui si sovrappone la volontà del “popolo”, catalano, con quella di un “cartello politico” alla guida del governo regionale; in cui si confonde il diritto a decidere con l’indipendenza, il diritto di voto con la democrazia tout court.

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