diritto

Da giudice (nazionale) a Giudice(eurounitario). A cuore aperto dopo il caso Melloni*.

By on 5 Aprile, 2013

*Questa lettera nasce da un intenso scambio di idee con Antonio Ruggeri che mi ha dato il privilegio di mettermi a parte delle Sue riflessioni.

Cara Corte di
Giustizia,
sento il bisogno
di scriverti per manifestarti la mia vicinanza e riconoscenza dopo che, in
questi giorni, molto ha fatto discutere la tua sentenza nel caso “Melloni”.
Ci si aspettava
un balzo d’orgoglio da parte tua, dopo le conclusioni dell’Avvocato Generale Bot
di qualche mese fa, che non vaticinavano nulla di buono e, anzi, lasciavano
presagire una posizione rigida  sull’interpretazione
dell’art.53 della Carta di Nizza-Strasburgo.
Ed invece, il
punto 60 della tua sentenza non ha soddisfatto tanti e tra essi soprattutto chi,
autorevolmente, da anni si è fatto paladino di una sempre più marcata ricerca
del dialogo aperto, alla pari, fra Carte e Corti, tutto spostato ed orientato
sui diritti fondamentali, sulla loro protezione massima e, in definitiva, sul
primato non di un sistema sull’altro, ma dell’uomo e della sua dignità. E’ per
questo che la prospettiva, esplicitata nel famigerato punto 60, di un “primato”
del diritto UE sui diritti “altri” non UE- e, in definitiva, sulle protezioni
che a livello dei paesi membri  le
Costituzioni possono offrire- è sembrata come una sorta di tradimento, un salto
all’indietro.


Questo punto 60
vale la pena di riportarlo nelle tre lingue fra le più conosciute nel mondo occidentale:

È
vero che l’articolo 53 della Carta conferma che, quando un atto di diritto
dell’Unione richiede misure nazionali di attuazione, resta consentito alle
autorità e ai giudici nazionali applicare gli standard nazionali di tutela dei
diritti fondamentali, a patto che tale applicazione non comprometta il livello
di tutela previsto dalla Carta, come interpretata dalla Corte, né il primato,
l’unità e l’effettività del diritto dell’Unione.

Certes, l’article 53 de la Charte confirme que, lorsqu’un acte
du droit de l’Union appelle des mesures nationales de mise en œuvre, il reste
loisible aux autorités et aux juridictions nationales d’appliquer des standards
nationaux de protection des droits fondamentaux, pourvu que cette application
ne compromette pas le niveau de protection prévu par la Charte, telle
qu’interprétée par la Cour, ni la primauté, l’unité et l’effectivité du droit
de l’Union.

It is true that Article 53 of the Charter confirms that, where an EU
legal act calls for national implementing measures, national authorities and
courts remain free to apply national standards of protection of fundamental
rights, provided that the level of protection provided for by the Charter, as
interpreted by the Court, and the primacy, unity and effectiveness of EU law
are not thereby compromised.

La lettura che si
è data di questo punto appare tutta inverata dalla vicinanza che salta agli
occhi fra la Carta (di Nizza-Strasburgo) ed il termine primato. Da tale
vicinanza si è quindi inteso, per un verso, che tu abbia irrigidito gli ambiti
di tutela interni, questi potendosi sviluppare solo se “compatibili” con lo
standard previsto dalla Carta dei diritti fondamentali e, per altro verso, che
la logica del primato abbia chiuso le porte al dialogo, negando il possibile
bilanciamento fra valori UE e valori costituzionali, in definitiva operando una
sorta di taxatio di una norma di struttura qual è l’art.4.2 del Trattato di
Lisbona alla quale tu non hai dato alcun peso, né implicito né, tanto meno,
esplicito.
La mia opinione,
quella di uno dei tanti, tantissimi“giudici comuni di diritto comunitario”, non
è esattamente questa per diversi ordini di ragioni che provo qui ad enumerare
sinteticamente:a) non mi sembra vero che tu non abbia compiuto alcun
bilanciamento fra valori; b) non mi sembra vero che tu ti sia chiusa nel
primato del diritto UE; c) non mi sembra vero che tu abbia negato il dialogo,
anzi. Ed in più, ultimo ma non per ultimo, non mi sembra,nemmeno,che sia stato
adeguatamente sottolineato il contesto nel quale questo punto 60 è nato, la
vicenda che lo ha originato, il quadro normativo che ne costituiva il sostrato.
Già -partendo da
tale ultimo punto- il caso, la vicenda.
Poco si è detto
sul caso del Signor Melloni. E poco o nulla qui si dirà se non…che tu hai
abilmente evitato di lasciarti attirare nella trappola dei diritti fondamentali
adottando, invece,  un “verdetto giusto,
fondamentalmente giusto”, come pure lo studioso ai miei occhi più
appassionato a tali questioni non ha potuto fare a meno di riconoscere.
A me piace
rimanere con i piedi piantati bene in terra.
E da questa
posizione nutro sentimenti di gratitudine per la soluzione che hai adottato nel
caso Melloni.
E’ vero, la
sentenza Melloni, come anche le conclusioni dell’Avvocato Generale Bot, “sembrano”
propendere per una visione piramidale dei diritti fondamentali che vede “in
testa” quelli sanciti dalla Carta  dei
diritti fondamentali ed in coda quelli sanciti a livello interno, posti in
fondo alla locomotiva, addirittura dopo i diritti “non fondamentali” di matrice
eurounitaria.  Il tutto secondo una
lettura dell’art.53 che eliderebbe l’apertura a livelli più elevati di tutela ove
gli stessi fossero distonici rispetto a a quelli UE.
Ma così, a ben
considerare, non pare essere stato. Anzitutto, sul piano letterale, il punto 60
potrebbe prestarsi ad un’interpretazione diversa da quella sopra ricordata, se
solo si consideri che tu altro non hai detto se non che gli standard nazionali
non possono compromettere quelli della (tua…) Carta dei diritti fondamentali.
Il che potrebbe significare che quegli standard possono di certo aumentare i
livelli di protezione offerti dalla Carta. Quanto poi alla parte finale del
punto 60 ed al riferimento al primato, all’unità ed effettività del diritto UE,
sembra che il peso da attribuire a tale espressione non va enfatizzato. Da esso
potrebbe trarsi o una formula di stile o, comunque, una valvola di sicurezza
che la Corte ha voluto tenere in piedi. Ma se così è davvero stato, non mi
sento, cara Corte, di biasimarti.
In definitiva, ti
sei comportata come si comportano le Corti supreme nazionali quando adottano dei “controlimiti” all’imperante
capacità del diritto UE di condizionare i territori nazionali
  che, salvo qualche eccezione, rimangono tali,
minacce, presìdi posti a garanzia di un ordine.
Certo, si può
discutere sul fatto che questi controlimiti volta a volta espressi ostacolano
il dialogo ovvero lo rendono più franco ed aperto. Non so. Ma è certo che la
complessiva lettura della tua sentenza quei timori e quelle preoccupazioni se
le lascia alle spalle volando, a mio sommesso avviso, abbastanza alto, soprattutto
quando valorizza la capacità pervasiva ed unificante della CEDU, quando richiama
il ruolo del consenso offerto dagli Stati e quando, in definitiva, mette avanti
a sé una tavola di valori e principi ampia, ben più ampia del diritto UE e
della Carta e, poi, decide.
Ciò fa “nel
contraddittorio” proprio del rinvio pregiudiziale -che è contraddittorio
statutariamente aperto- alla presenza di un numero di Stati quantitativamente e
qualitativamente pesante.
Ed è per questo
che, cara Corte, ti sono grato. Perché hai dato, ancora una volta,  dimostrazione del valore del rinvio
pregiudiziale e di  quanto tu riesca ad
essere vicina a noi, piccoli giudici comuni, sparsi in un territorio enorme.
Sono ben presenti
i principi che attraverso i tuoi leading cases hai scolpito, attraverso lo
strumento del rinvio pregiudiziale nel sistema di tutela dei diritti e sarebbe
certo miope offrire del rinvio pregiudiziale una lettura che ne limita il peso
e la portata al “caso” – sia pur lato sensu inteso-.
Ma quel che è
certo –recte, che a me pare certo – è che il rinvio doveva servire a far
chiarezza sul caso che una Corte Costituzionale di un paese UE ti aveva
demandato:non altro. E proprio quel caso traeva origine e concerneva una
questione che metteva in discussione le ragioni stesse dello stare insieme tra
Paesi che, pur avvinti dalla bandiera blu
a stelle,  stentano a dialogare e
a condividere strategie, orizzonti, prospettive.

L’estrema
rilevanza della questione sottoposta alla Corte, confermata dall’intervento nel
giudizio  di  9 Stati membri e dello stesso Consiglio UE si
spiegava, del resto, essendo in discussione
uno strumento – il MAE- che rappresenta l’architrave dei rapporti –presenti
e futuri- di cooperazione giudiziaria fra gli Stati aderenti in materia penale.
Ecco perchè a me
è parso che vada emarginata la tendenza a “leggere” la sentenza in maniera
disarticolata e, in definitiva, a focalizzare l’attenzione sull’esame della
terza questione pregiudiziale sollevata dalla Corte di Giustizia e del fatidico
punto 60 dovendosi, piuttosto, suggerire una lettura composita dell’intera
trama argomentativa da te espressa.
Se si segue
questa prospettiva, l’aggancio alla CEDU ed alla portata che la Convenzione
offre ai diritti dell’imputato realizza un sistema armonizzato di tutela che,
nello specifico campo da te esaminato, non pare giocare al ribasso ma sembra,
invece, tutto rivolto a garantire una soluzione capace di non sfilacciare i già
esili elementi di comunanza esistenti all’interno dei Paesi dell’UE e dei
cittadini che vi risiedono.
Quando tu
richiami, poi, la fiducia fra i Paesi membri raggiunta con il difficile
equilibrio espresso dagli strumenti normativi approvati a livello comunitario,
hai giustamente colto quanto la disciplina posta al tuo cospetto toccasse la
vita stessa dell’Unione  ed il suo
fondamento, una sorta di principio informatore che non poteva essere, in quel
caso,  compromesso dai singoli Stati.
Quell’equilibrio,
tu dici, trova il suo standard di tutela nella CEDU. Così dicendo hai  dimostrato quanto sia poco persuasiva la
prospettiva di chi in quella sentenza vi legge una prospettiva “egoista” e
trova argomenti per giustificare i controlimiti interni.
Certo,tu richiami
il principio del primato, ma ad esso offri una copertura nuova e diversa,
appunto (ed anche) rappresentata dalla Convenzione europea dei diritti
dell’Uomo.
Il riconoscimento
del principio del più elevato livello di tutela che, comunque, non sembra
affatto escluso dall’art.53 della Carta dei diritti fondamentali al di fuori
della disciplina specificamente da te esaminata – come anche dell’art.53 della
CEDU-  non mi pare impedisca, come
avviene per gran parte dei valori fondamentali inseriti nella Carta, una sua modulazione
– o, se si vuole, un bilanciamento- rispetto ad altre posizioni fondamentali
non meno rilevanti.
Il che significa –
se proprio si vuole sistematizzare la tua decisione- che un conto e’ ammettere
e riconoscere, in forza dell’art.53 della Carta, una tutela pozione
nell’ordinamento interno rispetto a quella garantita dalla Carta, altro e’
legittimare che una protezione costituzionale nazionale più incisiva si scontri
con le esigenze sovrane di un altro Stato in materia penale, diverse da quelle
mediate nei testi dell’Unione, sicuramente ancorati, nel caso di specie,  alla protezione garantita dalla CEDU, per
come hai dimostrato nella sentenza Melloni.
Ma queste ultime
riflessioni si collocano, in realtà in un divenire più che in essere.
E’ certo, infatti,
che il tuo procedere nei casi e per i casi ti offrirà altre occasioni per
ritornare sul tema.
Quel che è certo
è che nel caso Melloni era in gioco, anche, un valore fondamentale qual è il
giudicato formatosi in Italia nel rispetto delle regole- almeno così tu hai–della
Corte di Strasburgo. Ed allora, la vicenda trascendeva dal diritto del singolo
imputato e imponeva una considerazione di tutti i valori in gioco.
Questo mi fa dire
e pensare che, in realtà, tu abbia in effetti compiuto il bilanciamento fra le
tavole dei valori e l’abbia compiuto adeguatamente, ponderando tutti i principi
che dovevano comporsi, non scegliendo pregiudizialmente il primato del diritto
UE.
Ciò, peraltro,
consente nettamente di individuare i “confini” della decisione che pure devono
essere ben delineati in relazione allo specifico tema trattato. Confini che,
pertanto, fuori dal caso esaminato non consentono affatto di escludere, in
termini generali, la possibilità che gli Stati offrano una tutela maggiore di
quella garantita dalla Carta dei diritti fondamentali o dalla stessa CEDU.
Ed allora si potrà
dire che questo tuo “arresto”- scusami per questo termine, ma è davvero
difficile resistere all’uso di questo termine nel caso che hai deciso- non
favorisce la ricostruzione del sistema, né si pone nel solco di quelle
pronunzie che fissano le regole in modo chiaro.
Si è detto,
autorevolmente, nella nostra dottrina che
l’invito a ricostruire
sistematicamente l’ordinamento dopo i tuoi interventi sia un esercizio inutile,
tu in realtà giocando, sul piano dei rapporti di forza fra il diritto europeo
sovraordinato e i diritti nazionali, con occhio rivolto essenzialmente al caso
pratico.
Tale idea mi convince se la si affianca
all’ulteriore svolgimento di quel pensiero, che pone in discussione la
possibilità stessa di prevedere e di razionalizzare futuri orientamenti di
sistema.
Sarà, semmai, la lettura di sistema dei tuoi
arresti a consentire la ricostruzione “del sistema”.
E saranno, ancora una volta, i casi, a
condizionare, volta a volta, la tua decisione.
In conclusione,
continuo a credere  che la tua sentenza non
avvalora né le tesi di un gioco al ribasso della tutela offerta dalla Corte e
dalla Carta dei diritti fondamentali né, ancora, l’idea che tu abbia inteso
definitivamente abbandonare la possibilità di fare applicazione delle tecniche
di bilanciamento “aperte” fra diritti fondamentali come già hai fatto, da par
tuo, in “Omega”, quando hai discusso con passione della dignità umana,
sganciandola da ogni confine nazionale e
sovranazionale.
Ed è per tale motivo che, sono certo, non mancherai di tenere a mente quella
norma di struttura  scolpita nell’art.4.2
del Trattato UE attorno alla quale, in definitiva, si gioca il futuro
dell’Europa e dei diritti dei suoi cittadini.
Dunque, alla
prossima puntata cara Corte e, intanto, grazie!

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