Il ciclo infinito delle sostituzioni presidenziali in Perù: la censura del presidente ad interim José Enrique Jerí Oré
A soli quattro mesi dall’assunzione dell’incarico, il presidente ad interim del Perù, José Enrique Jerí Oré, è stato rimosso dalla carica per volontà del Congresso della Repubblica. Il 17 febbraio 2026, il parlamento ha ammesso alla discussione le sette mozioni iscritte all’ordine del giorno, aventi ad oggetto la proposta di censura del capo dello Stato ad interim. Nella medesima giornata, la plenaria, con 75 voti favorevoli, 24 contrari e 3 astensioni, ha approvato la censura di Jerí e il giorno successivo ha eletto, ai sensi dell’articolo 12 del Regolamento del legislativo, il deputato José María Balcázar (PL – Perú Libre), alla presidenza del Congresso e, di conseguenza, per assumere la carica di presidente della Repubblica.
Jerí Oré aveva assunto la presidenza il 10 ottobre 2025, in seguito alla destituzione di Dina Ercilia Boluarte Zegarra (Risoluzione del Congresso n. 001-2025-2026-CR) per “permanente incapacidad moral” (incapacità morale permanente). Ai sensi della Costituzione del Paese, in assenza dei due vicepresidenti, la funzione di capo di Stato deve essere assunta dal presidente del Congresso (art. 115.2) e a ricoprire tale carica al momento della destituzione di Boluarte era appunto José Enrique Jerí Oré, eletto nel luglio 2025 con 79 voti favorevoli. Nell’arco di quattro anni, egli è passato dalla posizione di legislatore supplente per il seggio di Lima, in sostituzione dell’ex capo dell’esecutivo Martín Vizcarra decaduto per fatti di corruzione, alla carica di presidente della Repubblica ad interim. Si rileva, altresì, che, in sede elettorale, il candidato del partito conservatore Somos Perú (SP) aveva conseguito soltanto 11.654 voti, senza concrete possibilità di elezione. La sua carriera politica, inoltre, è risultata contrassegnata da indagini comprendenti denunce per abuso sessuale, disobbedienza all’autorità e presunti atti di corruzione. Tale situazione non ha subito mutamenti nel corso del breve mandato presidenziale, durante il quale è stato coinvolto in plurime controversie pubbliche, tra cui il cosiddetto “Chifagate”, consistente in incontri non dichiarati con un imprenditore cinese, circostanza che ha sollevato sospetti di conflitto di interessi e abuso di influenza. Tale scandalo, unitamente alle critiche concernenti la gestione di nomine politiche e alla crescente pressione dell’opinione pubblica e parlamentare, hanno determinato la sua rimozione.
La mozione di censura è disciplinata dall’articolo 132 della Costituzione e ulteriormente regolata dagli articoli 68 e 86 del Regolamento del Congresso. La consacrazione e l’evoluzione di tale istituto come meccanismo di controllo parlamentare sull’esecutivo risalgono nell’ordinamento peruviano al 1847, e da allora esso ha costituito un elemento stabile della tradizione costituzionale di questo Paese. La Costituzione attualmente vigente, entrata in vigore nel 1993, prevede che la censura possa essere proposta nei confronti del Consiglio dei ministri nel suo complesso ovvero di un singolo ministro da almeno il 25% del numero legale dei membri del Congresso e ai fini dell’approvazione, dopo un periodo di “raffreddamento” di almeno tre giorni, è richiesto il voto favorevole della maggioranza assoluta del numero legale dei parlamentari.
L’articolo 68 del Regolamento del Congresso, però, include, tra le mociones de orden del día, la facoltà di presentare una mozione di censura anche nei confronti dei componenti dell’ufficio di presidenza, ivi compreso il suo presidente (lettera d). Si configura, pertanto, uno strumento di responsabilità politica interna all’organo legislativo, distinto dalla mozione di censura ministeriale, che trova il proprio fondamento nell’articolo 94 della Costituzione, che riconosce al legislativo autonomia organizzativa e regolamentare. La procedura richiede la presentazione della mozione da parte di almeno il 15% del numero legale dei membri del parlamento e la sua immediata calendarizzazione per la discussione in seduta plenaria, qualora sia presentata nel corso della stessa, o per la sessione immediatamente successiva. L’eventuale approvazione determina la decadenza dalla carica ricoperta, senza tuttavia incidere sul mandato parlamentare, trattandosi di revoca di una funzione interna e non di una sanzione incidente sullo status rappresentativo. Tale meccanismo esprime una forma di controllo orizzontale intra-parlamentare, coerente con il principio di auto-organizzazione dell’assemblea, e si distingue dalla censura ministeriale, la quale incide invece sul rapporto fiduciario intercorrente tra legislativo ed esecutivo.
In tale contesto, l’utilizzo dello strumento della mozione di censura per determinare la cessazione dalla carica di presidente della Repubblica ha assunto carattere inedito, risultando fondato sulla peculiare situazione giuridica di José Enrique Jerí Oré, che esercitava le funzioni di capo di Stato in via interinale in quanto presidente del Congresso, carica rispetto alla quale è stata deliberata la censura. In particolare, la terza mozione all’ordine del giorno (n. 21247/2025-CR) ha posto a fondamento della richiesta di censura la manifesta e grave inidoneità di Jerí Oré a permanere nella carica di presidente del parlamento e, per effetto del meccanismo di successione costituzionale, nella funzione di presidente della Repubblica.
Nel corso della sessione straordinaria convocata per la discussione delle mozioni di censura, la parlamentare Ana Zegarra Saboya (SP) ha presentato un’altra mozione d’ordine del giorno, successivamente respinta dall’assemblea plenaria, in cui sosteneva che sarebbe stato più conforme all’assetto costituzionale attivare la procedura di vacanza presidenziale ai sensi dell’articolo 113 della Costituzione. Ciò in quanto riteneva che i fatti oggetto di valutazione attenessero a condotte poste in essere nell’esercizio delle funzioni di capo dello Stato e non in quelle di presidente del Congresso. La parlamentare ha altresì richiamato l’articolo 43 della carta costituzionale, che sancisce il principio della separazione dei poteri, evidenziando come una sua eventuale violazione avrebbe potuto integrare un atto costituzionalmente illegittimo da parte del parlamento.
L’approvazione della mozione di censura nei confronti di Jerí, invece, ha determinato un’estensione in fatto del controllo parlamentare anche nei confronti del titolare pro tempore del potere esecutivo. Non si è trattato, pertanto, di un procedimento di destituzione presidenziale in senso proprio. L’ordinamento costituzionale peruviano contempla, infatti, due strumenti di rimozione del capo dello Stato: il juicio político, assimilabile all’istituto dell’impeachment, sebbene con significative differenze rispetto al modello statunitense; e la dichiarazione di vacanza presidenziale ai sensi dell’articolo 113 della Costituzione, istituto di matrice propriamente peruviana, segnatamente nella declinazione dell’“incapacità morale permanente”.
Per quanto riguarda il primo degli istituti menzionati, nei Paesi dell’America Latina questo strumento condivide solo in parte le origini storiche dell’impeachment statunitense, che risalgono all’ordinamento della madrepatria. Nel contesto latinoamericano, infatti, secondo alcuni, è possibile individuare per tale meccanismo elementi in comune anche con l’istituto del juicio de residencia di epoca coloniale, che prevedeva che i viceré, al termine del proprio mandato, rendessero conto del proprio operato alle autorità locali. Alle dovute differenze di origine storica, si aggiunge una disciplina solo parzialmente diversa che caratterizza gli ordinamenti dell’America Latina per una maggiore rigidità procedurale, quale riflesso del peculiare modello presidenziale dell’area, contraddistinto da un potere esecutivo preponderante rispetto agli altri organi dello Stato. Tale configurazione ha determinato una tendenza costituzionale a rendere più complesso e gravoso il procedimento di messa in stato d’accusa e di giudizio dei capi di Stato. Ciò nonostante, ha conosciuto, negli ultimi decenni, un impiego sempre più frequente, spesso motivato da ragioni di opportunità politica piuttosto che da una reale esigenza di tutela dell’ordine costituzionale. La Costituzione peruviana disciplina l’istituto dell’impeachment agli articoli 99 e 100, sotto la denominazione di antejuicio o juicio político. Prima della reintroduzione del bicameralismo, disposta con la Legge n. 31988, pubblicata il 20 marzo 2024 ed efficace a decorrere dalle prossime elezioni generali di aprile 2026, la fase dell’accusa rientrava nella competenza della Commissione Permanente, mentre il giudizio spettava al Congresso in seduta plenaria, senza la partecipazione dei membri che avevano deliberato sull’accusa.
Lo strumento della vacanza presidenziale per “incapacità morale permanente”, invece, si caratterizza per un’elevata discrezionalità valutativa, atteso che l’accertamento dell’incapacità morale è rimesso in larga misura a considerazioni di natura politico-sociale e, conseguentemente, all’orientamento contingente del Congresso data anche l’assenza di parametri normativi stringenti. La debole coesione partitica, la marcata frammentazione del parlamento e l’assenza di rielezione legislativa hanno contribuito a delineare un contesto istituzionale peculiare, nel quale la dichiarazione di “incapacità morale permanente” è stata impiegata non soltanto in presenza di gravi violazioni, ma anche in risposta a crisi politiche contingenti, a conflitti tra i poteri dello Stato o a significative perdite di consenso. Tale strumento è stato utilizzato, recentemente, oltre che per la rimozione di Dina Ercilia Boluarte Zegarra nel 2025, anche nei confronti di Pedro Castillo nel 2022, di Martín Vizcarra nel 2020 e di Pedro Pablo Kuczynski nel 2018.
Nel corso dell’ultimo decennio, il Perù ha avuto nove presidenti della Repubblica, sei dei quali hanno visto il proprio mandato interrompersi anticipatamente rispetto alla scadenza costituzionale. Tale instabilità istituzionale appare riconducibile, almeno in parte, alla crisi del sistema partitico, tanto sotto il profilo morale quanto ideologico. Il Congresso rappresenta una delle istituzioni maggiormente oggetto di sfiducia da parte della cittadinanza, anche in ragione delle diffuse accuse e condanne per corruzione nei confronti di esponenti politici. Secondo un recente sondaggio dell’Instituto de Estudios Peruanos (IEP), l’87% dei cittadini peruviani esprime disapprovazione nei confronti dell’operato di tale organo. Inoltre, pur in assenza di ampie maggioranze partitiche, si sono progressivamente delineate coalizioni funzionali, orientate al perseguimento di obiettivi comuni anche in mancanza di convergenza ideologica. In tale contesto, forze politiche di destra, quali Fuerza Popular (partito dell’ex candidata presidenziale Keiko Fujimori), Renovación Popular e Alianza para el Progreso, nonché formazioni di sinistra come Perú Libre – partito che ha condotto alla presidenza Pedro Castillo e cui appartiene anche l’attuale capo di Stato Balcázar – hanno raggiunto accordi in occasione di decisioni politiche di rilievo.
La reiterata e forzata alternanza alla presidenza appare riconducibile anche ad un’incidenza sempre più penetrante del Congresso della Repubblica nella determinazione e nella stabilità del potere esecutivo, fenomeno che parte della dottrina ha qualificato quale forma di golpe de Estado istituzionalizzato di natura parlamentare.
Tale dinamica deve essere letta alla luce della peculiare configurazione del presidenzialismo peruviano. Accanto alle caratteristiche tipiche della forma di governo presidenziale latinoamericana (riassumibili nell’elezione diretta di un Capo di Stato che presenta una spiccata funzione di colegislatore, essendo titolare del potere di iniziativa legislativa e di strumenti idonei a influenzare lo svolgimento dei lavori parlamentari, nonché di poteri straordinari o di crisi particolarmente pervasivi e nella struttura degli organi legislativi, che risultano più deboli sia rispetto ai capi di Stato latinoamericani sia rispetto al loro omologo statunitense), si aggiungono alcuni «tratti parlamentari».
Questi ultimi determinano l’instaurazione di un rapporto tra presidente e Congresso che, pur non qualificabile in termini propriamente fiduciari secondo il modello parlamentare classico, si fonda su un equilibrio politico delicato e frequentemente instabile. L’esecutivo è un organo collegiale formato dal presidente della Repubblica e dal Consiglio dei ministri. Il capo dello Stato nomina e revoca il presidente del Consiglio e i ministri che devono però mantenere la fiducia del Congresso. Al tempo stesso, il presidente della Repubblica dispone del potere di scioglimento dell’assemblea. Quest’ultima è una prerogativa di particolare rilievo, tale da indurre parte della dottrina a qualificare il sistema come forma di «presidenzialismo egemonico» in quanto risulterebbe significativamente rafforzata la posizione del capo dello Stato nei confronti del legislativo, consentendogli di esercitare una pressione istituzionale in grado di incidere sull’equilibrio tra i poteri e accentuare l’autoritarismo presidenziale.
Nel caso peruviano, però, il Congresso ha sviluppato prassi applicative tali da utilizzare gli strumenti di parlamentarizzazione presenti nell’ordinamento a proprio vantaggio, anche al di fuori dei presupposti di eccezionalità che ne dovrebbero legittimare l’attivazione, riuscendo attraverso un loro utilizzo sistematico e reiterato a concentrare un potere sproporzionato rispetto agli altri organi costituzionali, incluso l’esecutivo. Tale dinamica ha contribuito a mantenere il Paese in una condizione di perdurante tensione istituzionale e di costante incertezza, alla quale difficilmente porrà rimedio la nuova configurazione del parlamento. Il ripristino della struttura bicamerale e la composizione che deriverà dalle consultazioni elettorali previste per il prossimo aprile, infatti, non appaiono idonei a invertire tale tendenza.
