La destituzione di Dina Boluarte: la prassi dell’“incapacità morale permanente” dei presidenti peruviani
Il 10 ottobre 2025, il Congresso della Repubblica del Perù ha deliberato la destituzione della presidente della Repubblica, Dina Ercilia Boluarte Zegarra, mediante la Risoluzione del Congresso n. 001-2025-2026-CR, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale “El Peruano”. Con tale atto, l’Assemblea ha dichiarato la “permanente incapacidad moral” (incapacità morale permanente) della presidente, ai sensi delle disposizioni costituzionali vigenti che prevedono espressamente la figura della “vacanza presidenziale”. In particolare, l’articolo 113 elenca cinque ipotesi che comportano la dichiarazione di vacanza della presidenza della Repubblica: la morte del presidente, l’incapacità morale o fisica permanente dichiarata dal Congresso, l’accettazione delle dimissioni da parte del legislativo, l’uscita dal territorio nazionale senza autorizzazione o il mancato rientro entro il termine stabilito e la destituzione per violazione della costituzione.
Il processo parlamentare nei confronti di Boluarte è stato avviato il 9 ottobre in seguito alla presentazione di quattro mozioni iscritte all’ordine del giorno, finalizzate alla destituzione della presidente. La discussione delle mozioni si è svolta nella stessa giornata, con un dibattito iniziato alle ore 23:30, cui ha fatto seguito la votazione plenaria. Tali mozioni si fondavano, principalmente, su gravi accuse di corruzione mosse alla presidente e sull’incapacità dell’esecutivo di affrontare l’acuirsi dell’insicurezza pubblica. L’evento che ha dato impulso decisivo al procedimento è stato l’attacco armato verificatosi durante l’esibizione del gruppo musicale Agua Marina nel distretto di Chorrillos, a Lima, nel corso del quale un gruppo armato ha fatto irruzione nel locale aprendo il fuoco contro il pubblico e ferendo cinque persone. Tale episodio ha avuto un immediato impatto sull’opinione pubblica, accentuando la percezione di insicurezza diffusa nel Paese e sollevando forti critiche da parte di diversi settori politici e sociali, che hanno denunciato l’incapacità del governo di garantire l’ordine e la sicurezza dei cittadini.
Nel corso della medesima giornata, l’Assemblea plenaria del Congresso ha ammesso le quattro mozioni di dichiarazione di permanente incapacità morale, avendo ciascuna superato la soglia minima di 56 voti richiesta per la loro discussione. Tali iniziative sono state promosse prevalentemente da gruppi parlamentari di centro-destra che, fino ad allora, avevano sostenuto la presidente nel corso dei quasi tre anni di mandato, tra cui Renovación Popular, Alianza para el Progreso, Fuerza Popular, Podemos Perú, Avanza País, Acción Popular. Ai sensi della normativa costituzionale peruviana, la destituzione del Capo dello Stato richiede una maggioranza qualificata di 87 voti su un totale di 130 membri del Congresso unicamerale. Tale quorum è stato ampiamente superato nella votazione finale, che ha registrato 118 voti a favore, sancendo la rimozione di Dina Boluarte dalla carica presidenziale.
La stessa ascesa al potere di Dina Boluarte era avvenuta a seguito di una destituzione presidenziale, circostanza che, come si analizzerà più avanti, costituisce un fenomeno ricorrente nella storia politica peruviana, riconducibile alle peculiarità del modello presidenziale vigente e che a sua volta incide in modo significativo sul funzionamento della forma di governo. Boluarte, infatti, ha assunto la carica di presidente della Repubblica del Perù nel dicembre 2022, a seguito del fallito tentativo di colpo di Stato posto in essere dall’allora presidente Pedro Castillo Terrones, e la sua ascesa al potere è stata accompagnata dalla promessa di ripristinare la stabilità istituzionale e di favorire il dialogo democratico nel Paese. Anche la revoca di Castillo era stata dichiarata in seguito alla decisione del Congresso di dichiararne l’incapacità morale permanente ai sensi dell’articolo 113 della costituzione.
Tuttavia, sin dai primi mesi del suo mandato, Boluarte si è trovata a fronteggiare un ampio malcontento popolare. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto Datum Internacional, il suo indice di disapprovazione, poco prima della destituzione, aveva raggiunto il 93%, con una quasi totale perdita di consenso tra la popolazione giovanile. Parallelamente, diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, nonché la procura della Repubblica, hanno avviato indagini preliminari nei suoi confronti per presunti reati di omicidio e genocidio, connessi alla gestione delle proteste popolari. L’usura politica della presidente è stata ulteriormente accentuata dall’apertura di inchieste per corruzione e dalla controversa decisione di incrementare il proprio stipendio, portando la sua retribuzione mensile a oltre 35.500 soles (circa 10.000 dollari statunitensi). Tale misura ha suscitato un diffuso disappunto nell’opinione pubblica e ha contribuito ad aggravare la crisi di legittimazione dell’esecutivo.
A differenza di quanto avviene in altri ordinamenti latinoamericani, geograficamente e istituzionalmente vicini, nei quali si è fatto ricorso all’istituto del juicio político per innestare meccanismi tipici dei sistemi parlamentari in seno alle forme di governo presidenziali, il Perù sembra aver individuato una via alternativa, facendo leva sulla vaghezza testuale della propria legge fondamentale. La destituzione presidenziale rappresenta un fenomeno ricorrente, nel contesto peruviano, e peculiare, nel panorama politico latinoamericano. Negli ultimi dieci anni, quattro presidenti sono stati rimossi per decisione del Congresso, segnando una tendenza senza eguali nella regione. Tale frequenza trova fondamento in una combinazione di fattori storici, istituzionali e politici, che hanno contribuito a plasmare un sistema nel quale la dichiarazione di “incapacità morale permanente” si è consolidata come strumento di controllo parlamentare di particolare rilievo, sebbene utilizzato in chiave politica.
L’uso di tale istituto affonda le proprie radici nella storia politico-costituzionale del Perù. Il primo caso documentato risale al giugno 1823, quando il Presidente José de la Riva Agüero fu destituito per decisione del Parlamento. Quasi un secolo dopo, nel 1914, il Presidente Guillermo Billinghurst fu rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di convocare una legislatura straordinaria necessaria all’approvazione del bilancio statale. In tempi più recenti, il 19 novembre 2000, il Congresso della Repubblica dichiarò la vacanza della carica presidenziale dell’allora capo dello Stato Alberto Fujimori, il quale, trovandosi all’estero, aveva tentato di rassegnare le proprie dimissioni tramite fax. La destituzione fu formalizzata sulla base della sua “incapacità morale permanente”.
In epoca più recente, diversi presidenti in Perù non hanno portato a termine il proprio mandato in seguito ad una dichiarazione di “incapacità morale permanente” pronunciata dal Congresso: oltre ai già menzionati Pedro Castillo e Dina Boluarte, i precedenti riguardano Pedro Pablo Kuczynski e Martín Vizcarra.
Kuczynski ha occupato la presidenza dal 2016 al 2018 ed è stato il primo, in età contemporanea, a essere coinvolto in tale procedura. La sua destituzione è intervenuta a seguito delle segnalazioni del Congresso concernenti presunti legami con la società Odebrecht, nell’ambito dell’omonimo scandalo di corruzione internazionale. Sebbene Kuczynski avesse rassegnato le proprie dimissioni prima della votazione parlamentare, la successiva mozione di revoca ne sancì formalmente la cessazione anticipata del mandato presidenziale. Analoga sorte è toccata al suo successore, Martín Vizcarra (in carica dal 2018 al 2020), dichiarato incapace moralmente in via permanente il 9 novembre 2020, quando il Congresso ha approvato la sua destituzione sulla base delle accuse di presunta percezione di tangenti durante l’esercizio delle sue funzioni di governatore della regione di Moquegua. Il caso più recente è quello del Presidente Pedro Castillo Terrones, il cui mandato, iniziato nel 2021, si è concluso nel 2022, in risposta al tentativo di scioglimento del parlamento promosso dallo stesso capo dello Stato. Nella risoluzione legislativa che ne sancì la rimozione, il Congresso ha affermato che l’ex Presidente aveva tentato di «usurpar funciones públicas, impedir el funcionamiento de los poderes del Estado y violentar el orden constitucional» richiamando espressamente l’articolo 46 della costituzione peruviana, secondo cui «nessuno deve obbedienza a un governo usurpatore». Anche in tale occasione, la destituzione è stata disposta per “incapacità morale permanente” ed è stato applicato il regime di successione previsto dall’articolo 115 della legge fondamentale, che, come già detto, ha comportato l’assunzione della carica da parte dell’allora vicepresidente Dina Boluarte.
Come noto, nei regimi presidenziali, la rimozione anticipata del capo dello Stato, eletto direttamente dal corpo elettorale, è di norma affidata all’istituto dell’impeachment, il quale ha assunto nel tempo connotazioni differenti nei vari ordinamenti che lo hanno recepito, adattandolo alle proprie esigenze istituzionali. In particolare, nei Paesi dell’America Latina, questo strumento è comunemente denominato juicio político e condivide solo in parte le origini storiche dell’impeachment statunitense, che risalgono all’ordinamento della madrepatria. Nel contesto latinoamericano, infatti, secondo alcuni, è possibile individuare per tale meccanismo elementi in comune anche con l’istituto del juicio de residencia, risalente all’epoca coloniale, che prevedeva che, al termine del proprio mandato, i viceré rendessero conto del loro operato alle autorità locali. Alle dovute differenze di origine storica, si aggiunge una disciplina solo parzialmente diversa che caratterizza gli ordinamenti dell’America Latina per una maggiore rigidità procedurale, quale riflesso del peculiare modello presidenziale dell’area, contraddistinto da un potere esecutivo preponderante rispetto agli altri organi dello Stato. Tale configurazione ha determinato una tendenza costituzionale a rendere più complesso e gravoso il procedimento di messa in stato d’accusa e di giudizio dei presidenti della Repubblica, con l’obiettivo di preservare la stabilità della presidenza e la sua indipendenza funzionale. Ciò nonostante, questo meccanismo ha conosciuto, negli ultimi decenni, un impiego sempre più frequente, spesso motivato da ragioni di opportunità politica piuttosto che da una reale esigenza di tutela dell’ordine costituzionale. Il contesto peruviano costituisce un caso peculiare nel panorama latinoamericano contemplando l’istituto della vacanza presidenziale, a norma dell’articolo 113 della costituzione. Tra le fattispecie previste, la più controversa e oggetto di ampio dibattito dottrinale e politico è proprio quella relativa all’“incapacità morale permanente”, in ragione della sua intrinseca indeterminatezza concettuale. Gli altri motivi – quali la morte, l’incapacità fisica, le dimissioni, la fuga dal territorio nazionale e la violazione della costituzione – presentano infatti carattere oggettivo e verificabile, mentre la valutazione dell’incapacità morale dipende in larga misura da elementi di natura politico-sociale e, conseguentemente, dall’orientamento contingente del Congresso.
Il Tribunale Costituzionale del Perù è intervenuto in più occasioni per delimitare la portata e i limiti dell’istituto della vacanza presidenziale. In particolare, con la sentenza n. 0006-2003-AI/TC, la corte ha esortato il legislativo a disciplinare mediante legge una procedura specifica e a richiedere una maggioranza qualificata dei 2/3 dei membri per la sua approvazione, al fine di prevenire applicazioni arbitrarie o sproporzionate del potere di destituzione. Successivamente, con la decisione n. 01803-2023-PHC/TC, emessa in occasione della destituzione del presidente Castillo, il Tribunale ha precisato che il motivo dell’incapacità morale permanente attribuisce al Congresso un potere interpretativo di natura politica, la cui esercitazione deve tuttavia avvenire in modo eccezionale, nel rispetto dei principi di ragionevolezza, proporzionalità e garanzia del giusto processoInizio modulo
Il processo volto a dichiarare la vacanza della carica presidenziale è disciplinato dall’articolo 89-A del Regolamento del Congresso, come modificato in seguito alla decisione del Tribunale Costituzionale del 2023. Tale procedura prende avvio con la presentazione di una mozione sottoscritta da almeno il 20% dei membri del Congresso, nella quale devono essere chiaramente indicati i fondamenti di fatto e di diritto. Affinché la mozione possa essere ammessa alla discussione, è necessario il voto favorevole del 40% dei legislatori. L’assemblea plenaria stabilisce quindi un calendario per la discussione e la votazione, che non può aver luogo prima del terzo giorno né oltre il decimo giorno dall’ammissione, salvo diverso accordo tra i membri. Durante la discussione, il presidente interessato ha diritto di presentare la propria difesa, personalmente o tramite un avvocato, per un tempo massimo di sessanta minuti. La revoca della carica presidenziale è approvata solo se ottiene il voto favorevole di almeno i 2/3 del numero legale dei membri del Congresso, ossia 87 su 130. La risoluzione che dispone la destituzione è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore immediatamente.
Questa disciplina ha reso possibile l’utilizzo ripetuto della vacanza presidenziale come meccanismo di controllo politico, superando, per frequenza e funzione, persino la tradizione dei sistemi parlamentari europei. La debole coesione dei partiti, la frammentazione del Congresso e l’assenza di rielezione legislativa hanno contribuito a creare un contesto peculiare, nel quale la dichiarazione di vacanza per “permanente incapacidad moral” è stata impiegata non soltanto in presenza di gravi violazioni, ma anche come risposta a crisi politiche contingenti, conflitti istituzionali o perdite di consenso. La tendenza all’uso ricorrente della vacanza presidenziale in Perù, così come del juicio político in altri ordinamenti dell’America Latina, se da un lato può essere interpretata come un ulteriore passo verso la “parlamentarizzazione” della forma di governo presidenziale latinoamericana, dall’altro lato rischia di tradursi in un “colpo di Stato parlamentare” qualora il suo impiego venga distorto o strumentalizzato a fini politici.
