Le elezioni presidenziali peruviane del 2026: la vittoria di Keiko Fujimori e il nuovo bicameralismo

Le elezioni generali peruviane del 2026, indette per il rinnovo della presidenza della Repubblica, delle due vicepresidenze e, per la prima volta dopo oltre trent’anni, di un Congresso bicamerale composto da un Senato della Repubblica e una Camera dei Deputati, si sono svolte in uno scenario caratterizzato da una crisi di governabilità senza precedenti nella recente storia repubblicana del paese. Nell’ultimo decennio, infatti, in Perù si è assistito all’avvicendamento di nove presidenti, sei dei quali hanno visto il proprio mandato interrompersi anticipatamente.
Tale instabilità è riconducibile al ricorso sistematico alla dichiarazione di vacanza presidenziale per “incapacità morale permanente”, prevista dall’articolo 113 della Costituzione. Si tratta di un istituto caratterizzato da una marcata indeterminatezza concettuale, la cui applicazione è rimessa in larga misura a considerazioni di natura politico-istituzionale e all’orientamento contingente del Congresso. A differenza delle altre cause previste dalla legge fondamentale – quali la morte, l’incapacità fisica, le dimissioni, l’abbandono del territorio nazionale e la violazione della Costituzione – connotate da presupposti oggettivi e verificabili, l’incapacità morale permanente configura una fattispecie di contorni estremamente indefiniti, suscettibile di trasformarsi da rimedio eccezionale a tutela dell’ordine costituzionale in uno strumento di controllo politico sistematico sull’esecutivo.
L’episodio più recente ha riguardato la presidente Dina Ercilia Boluarte Zegarra, destituita il 10 ottobre 2025. In assenza di entrambi i vicepresidenti, la successione costituzionale aveva condotto all’assunzione della presidenza da parte di José Enrique Jerí Oré, in qualità di presidente del Congresso, ai sensi dell’articolo 115.2 della Costituzione. Il suo mandato ad interim si è tuttavia protratto per appena quattro mesi: il 17 febbraio 2026 il parlamento ne ha approvato la censura quale presidente dell’assemblea, determinando, per effetto del meccanismo di successione, anche la cessazione dalla carica presidenziale. L’episodio costituisce un’ulteriore e significativa manifestazione di un “ciclo infinito” di sostituzioni presidenziali, che caratterizza il sistema politico peruviano. In tale contesto, il legislativo ha progressivamente sviluppato prassi applicative volte a utilizzare gli strumenti di parlamentarizzazione previsti dall’ordinamento a proprio vantaggio, consolidando una posizione di preminenza istituzionale e concentrando un potere significativamente superiore rispetto a quello degli altri organi costituzionali.
Il primo turno delle elezioni, svoltosi il 12 aprile 2026, ha registrato una partecipazione pari al 73,8% dell’elettorato (20.167.745 votanti), in aumento rispetto al 70% rilevato nelle consultazioni del 2021. Poiché nessuno dei trentasei candidati alla presidenza della Repubblica ha conseguito la maggioranza assoluta dei voti validi, richiesta dall’articolo 111 della Costituzione, si è reso necessario il ricorso al ballottaggio tra i due candidati più votati, espressione di schieramenti politicamente contrapposti: Keiko Fujimori (Fuerza Popular) e Roberto Sánchez Palomino (Juntos por el Perú), che hanno ottenuto rispettivamente il 17,18% e il 12,03% dei voti.
Il secondo turno si è svolto il 7 giugno 2026 e ha fatto registrare un’affluenza pari all’81,3%, corrispondente a circa 18,8 milioni di votanti, con un incremento di oltre sette punti percentuali rispetto al primo turno, in linea con la consolidata tendenza del sistema peruviano a una maggiore mobilitazione dell’elettorato in occasione del secondo turno. Al termine delle operazioni di scrutinio condotte dall’Oficina Nacional de Procesos Electorales (ONPE), concluse il 29 giugno con la contabilizzazione del 100% delle 92.766 actas, Fujimori ha ottenuto il 50,135% dei voti validi (9.223.396), a fronte del 49,865% conseguito da Sánchez (9.173.755), con un margine definitivo di 49.641 voti su circa 18,4 milioni di suffragi validamente espressi. Il 3 luglio 2026 il Jurado Nacional de Elecciones (JNE) ha proclamato ufficialmente Keiko Fujimori presidente eletta per il quinquennio 2026–2031, mentre il successivo 15 luglio le sono state consegnate le credenziali ufficiali.
La nuova presidente era già stata prima dama durante la presidenza del padre, Alberto Fujimori, e guida Fuerza Popular, partito da lei fondato nel 2009 quale principale struttura organizzativa del movimento fujimorista. La candidatura del 2026 rappresenta il suo quarto tentativo consecutivo di accedere alla presidenza, dopo le sconfitte riportate al secondo turno contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021.
La tornata elettorale si è svolta in un contesto di profonda disaffezione nei confronti del sistema politico. I due candidati ammessi al ballottaggio avevano infatti raccolto complessivamente soltanto il 29,1% dei voti validi al primo turno, dato che evidenzia il significativo deficit di legittimazione elettorale con cui entrambi si sono presentati al secondo turno. Ulteriore elemento significativo è stata l’elevata incidenza dei voti bianchi e nulli, pari al 17% dei suffragi espressi al primo turno e a circa il 6% al secondo.
A ciò si aggiungono alcune criticità riconducibili alla legislazione elettorale, emerse con particolare evidenza nel corso della tornata elettorale del 2026. In primo luogo, è emersa l’eccessiva frammentazione dell’offerta politica, testimoniata dalla presenza di trentasei candidature alla presidenza. Tale fenomeno è riconducibile allo smantellamento, operato dal legislatore nel 2024, delle riforme introdotte dalla legge n. 30998 del 2019 e, in particolare, all’eliminazione delle elezioni primarie obbligatorie e alla reintroduzione del requisito della raccolta di firme di adesione pari al 3% del padrón electoral, con il conseguente abbassamento delle barriere di accesso alla competizione. In secondo luogo, la consultazione ha evidenziato la peculiare dilatazione dei tempi del procedimento elettorale. L’articolo 111 della Costituzione subordina la convocazione del secondo turno alla proclamazione ufficiale dei risultati del primo, la quale, anche in ragione della complessità del sistema di scrutinio e di computo dei voti, è intervenuta soltanto diverse settimane dopo la consultazione, contribuendo ad alimentare un prolungato clima di incertezza politica ed economica.
In relazione ai risultati del primo turno, proclamati ufficialmente dal JNE il 17 maggio, Rafael López Aliaga, classificatosi al terzo posto, ha denunciato presunte irregolarità nello svolgimento delle operazioni elettorali, senza che le autorità competenti ne accertassero la fondatezza. Ben più complesso e controverso si è invece rivelato il procedimento di scrutinio relativo al secondo turno.
La normativa elettorale peruviana distingue tra actas procesadas e actas contabilizadas (Resolución Jefatural n. 000148-2017-JN/ONPE): le prime sono quelle pervenute ai centri di computo delle 126 Oficinas Descentralizadas de Procesos Electorales (ODPE), mentre le seconde sono quelle definitivamente incorporate nel risultato ufficiale. Qualora un’acta presenti irregolarità – quali, ad esempio, l’assenza delle firme, errori aritmetici, dati incompleti, illeggibilità o la presenza di voti impugnati – essa viene trasmessa al competente Jurado Electoral Especial (JEE) territorialmente competente per la relativa revisione. Solo all’esito della decisione adottata da uno dei 60 JEE distribuiti sul territorio nazionale l’acta viene reinserita nel computo effettuato dall’ONPE. Nella mattinata dell’11 giugno oltre 1.500 delle actas osservate erano già state risolte dai JEE, mentre altre 126 erano state avviate alla procedura eccezionale di riconteggio dei voti in udienza pubblica, attivabile nei casi in cui l’irregolarità non possa essere risolta attraverso il mero confronto documentale tra i diversi esemplari dell’acta. Nella sola regione di Lima erano state impugnate oltre 900 actas già nelle prime ore successive alla chiusura delle operazioni di voto. Nel complesso, il procedimento di scrutinio si è protratto per oltre tre settimane in ragione dell’elevato numero di actas osservate e impugnate.
A tale circostanza si è aggiunta l’estrema esiguità del margine tra i due candidati, che ha conferito un peso determinante al voto della diaspora. Fujimori ha infatti prevalso nel voto espresso all’estero con un vantaggio di 81.655 suffragi, sufficiente a ribaltare l’esito del voto nazionale, nel quale Sánchez risultava in vantaggio di 32.014 voti, determinando così il margine definitivo di 49.641 voti a favore della candidata di Fuerza Popular.
Il nucleo del contenzioso post-elettorale si è concentrato sulla modifica delle modalità di trasmissione delle actas provenienti dai consolati, introdotta nella settimana precedente al ballottaggio. Mentre in occasione del primo turno le actas erano state digitalizzate e trasmesse telematicamente ai fini del computo, per il secondo il Ministero degli Affari Esteri ha disposto la sospensione della procedura, motivandola con problemi tecnici della piattaforma informatica e prevedendo la trasmissione materiale dei documenti mediante valigia diplomatica. Sánchez ha fatto ricorso al Jurado Nacional de Elecciones, sostenendo che ciò avesse compromesso la catena di custodia della documentazione elettorale e che, conseguentemente, i voti espressi all’estero dovessero essere esclusi dal computo. Il Jurado Nacional ha respinto la richiesta di annullamento senza entrare nel merito della controversia, dichiarandola irricevibile per la tardività della richiesta e per il mancato versamento delle spese di istruttoria. Il 3 luglio, all’esito delle proclamazioni decentrate adottate dai sessanta JEE nelle rispettive circoscrizioni e della revisione integrale degli atti del procedimento disposta dal plenum del JNE, quest’ultimo ha proclamato ufficialmente Keiko Fujimori presidente eletta.
Già il 1° luglio Sánchez aveva adito la Commissione interamericana dei diritti umani (CIDH), chiedendo l’adozione di misure cautelari volte a impedire la proclamazione dell’esito elettorale e deducendo la violazione dei propri diritti politici in conseguenza della modifica delle regole applicabili in una fase avanzata del procedimento elettorale. La CIDH, tuttavia, non dispone della competenza ad annullare elezioni nazionali né può adottare decisioni vincolanti in ordine all’esito delle consultazioni. Inoltre, alla data della proclamazione ufficiale del 3 luglio, l’organismo non aveva ancora adottato alcun provvedimento sulla richiesta presentata. Il 15 luglio il JNE ha infine consegnato le credenziali ufficiali alla formula presidenziale vincente, composta da Keiko Fujimori, dal primo vicepresidente Luis Fernando Galarreta Velarde e dal secondo vicepresidente Miguel Ángel Torres Morales.
Sul piano della legislazione elettorale, il processo del 2026 ha messo in luce alcuni profili problematici di rilievo. In primo luogo, l’eccessiva frammentazione dell’offerta politica — con trentasei candidature presidenziali, cifra record a livello regionale e mondiale — è riconducibile allo smantellamento, operato dal Congresso nel 2024, delle riforme introdotte con la legge n. 30998 del 2019: sono state eliminate le elezioni primarie obbligatorie e reintrodotta la soglia di firme di adesione al 3% del padrón electoral, abbassando di fatto le barriere di accesso alla competizione. Ne è conseguito che i due candidati al ballottaggio non hanno raccolto congiuntamente più del 25% dei suffragi al primo turno, acuendo il deficit di legittimità di origine con cui entrambi si sono presentati alla seconda vuelta. In secondo luogo, i tempi del processo elettorale si configurano tra i più dilatati della regione: l’art. 111 della Costituzione subordina la convocazione della seconda vuelta alla proclamazione ufficiale dei risultati del primo turno, proclamazione che si è materializzata — anche in ragione della complessità del sistema di computo — solo diverse settimane dopo il voto, con la proclamazione definitiva della seconda vuelta avvenuta il 3 luglio, quasi un mese dopo il ballottaggio del 7 giugno, alimentando un prolungato clima di incertezza politica ed economica.
Come anticipato, sul piano istituzionale le elezioni del 2026 hanno segnato il ritorno del Perù al bicameralismo, assetto assente dall’autogolpe del 1992, con il quale Alberto Fujimori – padre della nuova presidente – dispose lo scioglimento del legislativo e la convocazione di un’assemblea costituente che portò all’approvazione della Costituzione del 1993, istitutiva di un parlamento unicamerale. Il ripristino del sistema bicamerale è stato introdotto dalla legge di revisione costituzionale n. 31988, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 20 marzo 2024, con la quale il legislatore ha modificato cinquantadue articoli della Costituzione del 1993, reintroducendo il Senato e ridefinendo le competenze delle due Camere.
La riforma ha suscitato ampie critiche, soprattutto con riguardo all’assetto istituzionale delineato dal nuovo modello bicamerale. L’articolo 105 della Costituzione, nel testo risultante dalla revisione, attribuisce al Senato il potere di approvare, modificare o respingere i progetti di legge deliberati dalla Camera dei Deputati, senza prevedere alcun meccanismo di navette parlamentare né una commissione paritetica di conciliazione tra le due camere. Ne deriva che il Senato non si configura come una camera di riflessione, secondo il modello tradizionale del bicameralismo moderno, bensì come un organo di riesame dotato di un potere di veto definitivo nei confronti della camera bassa.
Tale concentrazione del potere decisionale in materia legislativa nella camera alta risulta ancor più problematica ove si consideri che al Senato sono attribuite, in via esclusiva e senza alcun coinvolgimento della Camera dei Deputati, le funzioni di nomina e di revoca delle principali autorità di garanzia dello Stato, tra cui il Defensor del Pueblo, il Contralor General de la República, i componenti del Banco Central de Reserva e della Junta Nacional de Justicia.
Ulteriori profili critici riguardano il sistema elettorale del Senato e i requisiti di eleggibilità dei suoi componenti. La legge prevede che 33 dei 60 senatori siano eletti in un collegio elettorale unico nazionale, mentre i restanti 27 siano scelti in circoscrizioni regionali. Una simile ripartizione favorisce strutturalmente i partiti dotati di un consolidato radicamento organizzativo a livello nazionale, penalizzando, per converso, le forze politiche a base territoriale e le comunità indigene, storicamente sottorappresentate nelle dinamiche della politica nazionale.
Da ultimo, la previsione del requisito anagrafico di 45 anni per l’elezione al Senato, accompagnata dall’esenzione prevista per coloro che abbiano già ricoperto la carica di parlamentare, è stata oggetto di diffuse critiche per il suo possibile carattere ad personam. Al momento dell’approvazione della legge, oltre 30 parlamentari in carica non avrebbero raggiunto la soglia anagrafica richiesta entro il 2026, mentre la deroga consentiva loro di candidarsi comunque alla nuova camera alta.
Per quanto concerne la composizione del nuovo Congresso, formato da 60 senatori e 130 deputati, le elezioni del giugno 2026 restituiscono un quadro di marcata frammentazione politica. Fuerza Popular si è affermato quale primo partito con 22 senatori e 41 deputati; seguono Juntos por el Perú con 14 senatori e 31 deputati, Renovación Popular con 8 senatori e 15 deputati, il Partido del Buen Gobierno con 7 senatori e 19 deputati, il Partido Cívico Obras con 5 senatori e 14 deputati e Ahora Nación con 4 senatori e 10 deputati. Considerato che per l’approvazione delle leggi ordinarie è sufficiente la maggioranza semplice, mentre le leggi organiche richiedono la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera e le riforme costituzionali il voto favorevole dei 2/3 dei membri di entrambe le assemblee, il fujimorismo, non disponendo della maggioranza assoluta né al Senato né alla Camera dei Deputati, per l’approvazione di provvedimenti legislativi di rilievo dipenderà da accordi con le formazioni minori. Si delinea così uno scenario caratterizzato da una costante esigenza di negoziazione politica.
Il ripristino del bicameralismo incide altresì sulla disciplina dei meccanismi di destituzione presidenziale, che rappresentano uno degli elementi centrali delle dinamiche politico-istituzionali peruviane. In particolare, la legge n. 31988 ha modificato la disciplina dell’antejuicio o juicio político (artt. 99 e 100 Cost.). Prima della riforma, la fase dell’accusa rientrava nella competenza della Commissione Permanente, mentre il giudizio era demandato alla plenaria; la revisione costituzionale ha invece distribuito le due fasi tra le due Camere, secondo un modello maggiormente riconducibile alla tradizione classica dell’impeachment bicamerale. Anche la disciplina della procedura di vacanza presidenziale è stata modificata. La dichiarazione di vacanza richiede ora l’approvazione dei 2/3 dei componenti di entrambe le Camere, ossia 40 senatori e 87 deputati. Si tratta di una soglia che rende l’attivazione dell’istituto strutturalmente più complessa rispetto al previgente sistema unicamerale, nel quale era sufficiente il voto favorevole di 87 parlamentari su 130. In tale scenario, Fuerza Popular, disponendo di circa 1/3 dei seggi complessivi, gode di una posizione di veto difensivo idonea a impedire qualsiasi tentativo di destituzione sostenuto esclusivamente dalle forze di opposizione. Ciò nondimeno, il ripristino della struttura bicamerale non appare, di per sé, sufficiente a invertire la tendenza del Congresso a concentrare un potere sproporzionato rispetto agli altri organi costituzionali. La recente esperienza istituzionale dimostra come le prassi applicative possano alterare il funzionamento anche di strumenti concepiti quali garanzie di stabilità e come la frammentazione del sistema partitico e la volatilità delle coalizioni parlamentari continuino a rappresentare i principali fattori strutturali che incidono sulla governabilità del Paese.
L’insediamento di Keiko Fujimori, il 28 luglio 2026 in occasione dell’anniversario dell’indipendenza nazionale, chiude un ciclo politico-istituzionale straordinariamente travagliato, caratterizzato dall’avvicendamento di nove presidenti della Repubblica nell’arco di un decennio, dall’interruzione anticipata di sei mandati presidenziali e da due destituzioni nei soli sette mesi precedenti le elezioni, e inaugura una fase nella quale resta da verificare se le innovazioni introdotte saranno effettivamente in grado di correggere gli elementi strutturali che hanno alimentato l’instabilità politica dell’ultimo decennio. L’esiguo margine di vittoria – pari a soli 49.641 voti, interamente riconducibile al voto della diaspora – e il deficit di legittimazione originaria che accomunava entrambi i candidati ammessi al ballottaggio delineano condizioni di partenza particolarmente fragili. Sebbene la legge n. 31988 abbia indirettamente introdotto un elemento di riequilibrio istituzionale, innalzando la soglia richiesta per la dichiarazione di vacanza della Presidenza della Repubblica, il ripristino del bicameralismo – e, in particolare, il modello adottato in Perù – non sembra idoneo né a risolvere la crisi di rappresentanza che attraversa il sistema politico del Paese, né a neutralizzare il rischio che il legislativo continui a fare ricorso agli strumenti di controllo politico al di fuori dei presupposti di eccezionalità che ne dovrebbero giustificare l’attivazione.