Quo vadis, Corte costituzionale ungherese? Gli scenari dopo le elezioni del 12 aprile

Il titolo richiama quello di una recente conversazione organizzata presso l’Accademia delle Scienze Ungherese (Mi lesz veled, Alkotmánybíróság?), nel corso della quale abbiamo discusso il passato, il presente e – soprattutto – il futuro della Corte costituzionale ungherese. L’evento era stato pianificato settimane prima, quando ancora era aperta la questione se ci saremmo confrontati sul ruolo di una corte costituzionale politicizzata in un regime autocratico oppure sulla possibilità di ripensare il destino di un’istituzione che, in un passato ormai sempre più remoto, aveva conosciuto stagioni migliori. Alla luce dei risultati delle elezioni del 12 aprile, nella stanza si respirava un’aria di cambiamento.
Poco si sa ancora del destino della Corte costituzionale ungherese, oggi composta da quindici membri nominati dal governo guidato dal partito Fidesz. A partire dal 2010, anno in cui Fidesz ha assunto il potere, la Corte è stata progressivamente privata della sua funzione di contrappeso al potere legislativo ‒ come avevo già evidenziato sette anni fa nel mio ultimo commento a una decisione della Corte ungherese ‒ anche attraverso la nomina di nuovi giudici sempre più chiaramente allineati al governo. Ne sono prova le due nomine più recenti che, nel maggio 2025, hanno portato alla Corte la controversa figura di Péter Polt, già procuratore generale dal 2010, e Csaba Hende, membro del Parlamento ungherese dal 2002 sotto le insegne di Fidesz.
Appena una settimana dopo la schiacciante vittoria del partito TISZA, il nuovo candidato primo ministro Péter Magyar ha intimato ai giudici costituzionali di dimettersi, fissando anche una scadenza: il 31 maggio. “Da quel momento in poi, useremo il nostro mandato e le possibilità legali a nostra disposizione per rimuoverli dalla carica” – ha dichiarato Magyar a una conferenza stampa. Nessun dettaglio è stato tuttavia fornito circa la natura di tali “possibilità legali”. Anche se il nuovo governo, grazie al sistema elettorale fabbricato da Fidesz che premia il vincitore, disporrà di una maggioranza qualificata in Parlamento – sufficiente anche per modificare la Costituzione –, la rimozione dei giudici costituzionali attualmente in carica e la loro sostituzione con figure più allineate al nuovo indirizzo politico solleverebbero seri problemi sotto il profilo dello Stato di diritto.
La richiesta di dimissioni, tuttavia, non è limitata ai giudici costituzionali. Magyar ha esteso tale intimazione a tutte le alte cariche dello Stato nominate dal governo Fidesz, la cui indipendenza sarebbe stata compromessa, a cominciare dal Presidente della Repubblica. Tra le altre figure esplicitamente menzionate figurano il Presidente della Corte suprema (in carica dal 2021), il Procuratore generale (in carica dal giugno dell’anno scorso, quando il suo predecessore è stato nominato Presidente della Corte costituzionale), il Presidente dell’Ufficio Nazionale della Magistratura, il Presidente della Corte dei conti (ÁSZ, in carica dal 2022), il capo dell’Autorità garante della concorrenza (GVH) e il Presidente dell’Autorità per i media e le comunicazioni (NMHH).
Quali potrebbero essere, dunque, queste “possibilità legali” per rimuovere tali alte cariche dello Stato, evocate dal nuovo leader? Vi sono pochi dubbi sul fatto che la Legge Fondamentale adottata nel 2011 sarà abbandonata e che il nuovo governo utilizzerà la propria maggioranza per redigere una nuova carta costituzionale. È altrettanto evidente che la Corte costituzionale, nella sua attuale composizione, potrebbe rappresentare un ostacolo significativo alle riforme legislative in programma. Anche qualora si modificassero le regole di nomina per garantire che le future scelte ricadano su candidati qualificati e indipendenti, il rinnovo della maggioranza dei giudici attraverso la naturale scadenza del mandato (dodici anni) richiederebbe parecchi anni. Soltanto uno dei giudici terminerà il proprio incarico nel 2026 e altri quattro nel 2028. Per ottenere una composizione più equilibrata servirebbero otto nuovi membri, risultato che, in assenza di dimissioni, si raggiungerebbe soltanto nel 2033.
Quali soluzioni costituzionali sono allora ipotizzabili? Nel corso del dibattito accademico sopra richiamato, alcune voci hanno prospettato l’ipotesi di abolire integralmente la Corte costituzionale e trasferirne le funzioni alla magistratura ordinaria, ad esempio istituendo una sezione specializzata per le questioni costituzionali all’interno della Corte suprema (dal 2011 denominata Kúria). Si tratterebbe di una soluzione inusuale, ma non priva di precedenti in Europa. L’Estonia ha adottato un modello simile già nel 1993, con la nuova costituzione successiva all’indipendenza dall’Unione Sovietica. Neanche i Paesi nordici dispongono di una corte costituzionale in senso proprio, ma adottano un sistema diffuso di giustizia costituzionale, attribuendo a tutti i giudici ordinari – e in Svezia persino alle autorità amministrative (vedi cap. 12, § 10 della Regeringsformen) – il potere di disapplicare norme inconstituzionali. A oltre tre decenni dalla fine del socialismo, ci si può chiedere se i giudici ordinari ungheresi siano pronti ad assumere il ruolo di garanti dei valori e dei principi costituzionali.
Il destino della Corte costituzionale ungherese rimane, pertanto, incerto. Nei prossimi mesi si vedrà se assisteremo al definitivo tramonto di un’istituzione che fu, un tempo, pioniera della transizione democratica nell’Europa centro-orientale, oppure alla sua possibile rinascita.