Recensione di Law and Revolution. Past Experiences, Future Challenges, a cura di Matej Accetto, Katja Škrubej e Joseph H. H. Weiler (Routledge, 2024)

Le epoche di grandi cambiamenti contribuiscono a far sorgere interrogativi sul ruolo del diritto nella transizione. Harold J. Berman, nel suo fortunato volume del 1974 (The interaction of Law and Religion) si è addirittura spinto ad analizzare e a lanciare fortunatissime intuizioni che hanno poi consentito di delineare l’interazione fra diritto e religione nelle transizioni rivoluzionarie.
Il volume del ‘74 sarà poi la base dell’influente Law and Revolution. The Formation of the Western Legal Tradition che apparirà nel 1983 per Harvard University Press. Nella relazione tra ordinamento giuridico e rivoluzione si cela una contraddizione, un paradosso, che può apparire difficile da affrontare: come può un ordinamento giuridico riuscire a governare un cambiamento così radicale come quello imposto da una rivoluzione senza esserne travolto e senza diventare uno strumento di stasi reazionaria? L’Opera Law and Revolution: Past Experiences, Future Challenges, curata da Matej Accetto, Katja Škrubej e Joseph H. H. Weiler, affronta, da diverse prospettive, questo paradosso. Il volume, nato per celebrare il centenario della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Lubiana, solleva dunque temi profondamente attuali. Baricentro del volume è la traduzione in inglese della lezione inaugurale, ormai quasi dimenticata, del 15 aprile 1920 “Pravo in revolucija” (Diritto e Rivoluzione) tenuta da Leonid Pitamic, primo preside della facoltà di giurisprudenza. Nonostante sia stato scritto nel 1920, nel contesto del collasso dell’impero austro-ungarico e della nascita di un nuovo Stato, il saggio di Pitamic si caratterizza per una sconvolgente modernità soprattutto per ciò che riguarda il tema dell’evoluzione e della rivoluzione degli ordinamenti giuridici. In particolare, è la comparazione del ruolo del giudice (di quegli anni) negli ordinamenti europei e in quello statunitense a destare particolare interesse. È proprio il potere interpretativo del giudice che può risolvere l’antinomia fra continuità dell’ordinamento e rivoluzione nel necessario adattamento della Costituzione formale a quella materiale?
Da questo punto di vista si potrebbe forse arrivare a sostenere che per Pitamic quello del giudice è il ruolo cateconico del “potere che frena” e che consente alla rivoluzione di “entrare” nell’ordinamento giuridico. Sarebbe interessante discutere oggi con Pitamic sul ruolo della Corte Suprema degli Stati Uniti nel contesto della Conservative Legal Revolution per verificare, oltre 100 anni dopo, quante delle sue premesse e dei suoi argomenti potrebbero trovarsi davanti ad una (forse) necessaria rivisitazione. Tra le sfide che le riflessioni di Pitamic pongono alla contemporaneità, Roberto Toniatti in “Legal Monism and the Challenge of Legal Pluralism(s)” (capitolo 19 del volume) sfida la costruzione del giurista sloveno nel contesto della globalizzazione.
L’accento è posto sulle sfide del pluralismo giuridico che erode il monismo giuridico statocentrico ovvero l’idea che solo lo stato produca il diritto. Da una parte il pluralismo giuridico comprende un asse verticale caratterizzato dalla sempre maggiore influenza del diritto internazionale e sovranazionale (in particolare la CEDU e il diritto UE). Integra quest’asse verticale un asse orizzontale ovvero le “lotte per il riconoscimento” (giuridico) di attori non-statali portatori di una loro normatività: ad esempio le comunità religiose in un contesto di migrazioni. In entrambi i casi, come dimostra l’analisi dei casi affrontata nel saggio, emerge la figura del giudice al centro della transizione che appare confermare il modello delineato da Pitamic nella lezione del 1920. Come conclude Toniatti: “Leonid Pitamic’s understanding of ‘law and revolution’, perhaps an intuition in his own time, is now confirmed as sound contemporary scholarship”. I numerosi saggi presenti nel volume (in totale 21 capitoli) affrontano numerosi argomenti nel contesto del quadro offerto da Pitamic e mostrano come siano in realtà diverse le rivoluzioni che sfidano gli ordinamenti giuridici contemporanei. Jan Wouters si sofferma sul tema della global governance globale, Joseph Straus e Jeremias Adams-Prassl (in due distinti contributi) su quello delle tecnologie dell’intelligenza artificiale. Diversi e ulteriori contributi affrontano temi centrali delle odierne transizioni, dall’impatto della pandemia da Covid-19 alla maternità surrogata. Joseph Weiler, in un contributo che porta ad interagire diritto e teologia, si interroga sul conflitto tra la Legge Divina (eteronomia) e la sensibilità morale umana (autonomia).
I diversi contributi portano quindi il lettore ad interrogarsi nel contesto di un percorso che collega analisi e transizione istituzionale in stretta correlazione a quella morale. La “rivoluzione” analizzata in questo volume appare essere quella che incide direttamente sull’ordinamento giuridico e sulle sue fonti. Una nozione che integra quella di Berman, che invece appare essere delineata come quel movimento della storia che muta le condizioni stesse di plausibilità dell’ordinamento. Entrambe le nozioni possono agire in modo sinergico per spiegare le interazioni tra diritto e rivoluzione. Pitamic ci ricorda che la necessità di costituzionalizzare la rivoluzione costituzionale passa anche, forse soprattutto, dal coraggio morale e dall’autonomia intellettuale dei suoi interpreti. Appare essere probabilmente questo uno dei lasciti più importanti della lezione del 1920, un nodo significativo per chiunque oggi si interroghi sulle interazioni tra diritto, potere e giustizia. Per questi motivi il volume si presenta come di sicuro interesse per tutti i giuristi cultori degli studi interdisciplinari e comparati del diritto.