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La salma di Francisco Franco lascia il Valle de los Caidos. Riflessioni per una memoria istituzionale

By on October 24, 2019

Nella giornata di oggi, le spoglie del generale Francisco Franco hanno lasciato il Valle de los Caidos alla volta del cimitero di Mingorrubio-El Pardo, dove troveranno sepoltura privata accanto a quelle della moglie. L’esumazione e il trasferimento della salma giungono al termine di un lungo percorso politico e giudiziario, durato circa un anno e mezzo, che, con grande attenzione della stampa nazionale e internazionale, ha visto contrapporsi, con toni duri, da una parte il governo di Pedro Sanchez, dall’altra la famiglia Franco, sostenuta pubblicamente, tra gli altri, dalla Fundación Nacional Francisco Franco, dalla Asociación de defensa del Valle de los Caidos; da alcune forze politiche, tra cui la giovane Vox; nonché dal priore benedettino che è amministratore della Basilica, in cui era stato sepolto il dittatore.
L’avvenimento potrebbe essere ormai archiviato come felice conclusione di una vicenda che ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ferite dolorose e ancora sanguinanti della storia spagnola: non di meno si tratta senza dubbio di un’occasione importante che, anche per la sua portata storica, ci invita ad alcune riflessioni, tanto sull’azione memoriale messa in campo dalle istituzioni spagnole, quanto, più in generale, sulle politiche di memoria istituzionali, che, effettivamente, spesso sono chiamate a una faticosa funzione di bonifica dei luoghi prima di proporre spazi di confronto e gestione del conflitto tra memorie divise.
Se per lungo tempo si è parlato dell’esperienza spagnola come di un modello paradigmatico di buona politica nell’affrontare il difficile passaggio dalla dittatura allo Stato di diritto costituzionale, va rilevato che a partire dalla fine degli anni Novanta, il mito della Transiciόn democrática ha cominciato a essere scalfito, mettendo in luce una serie di effetti collaterali prodotti dalla strategia del silenzio, degenerato progressivamente in oblio. Bisogna attendere l’anno 2000 perché la dimensione pubblica del concetto di memoria storica trovi definitivamente spazio nel linguaggio politico, mediatico e sociale spagnolo, allorquando l’Asociaciόn para la Recuperaciόn de la Memoria Histόrica, guidata dal suo fondatore Emilio Silva, intraprende una battaglia pubblica per il recupero dei corpi degli uomini e delle donne uccisi dalla repressione franchista e ancora ammassati, senza nome, nelle fosse comuni.
Da allora il lavoro delle associazioni è andato crescendo e l’opinione pubblica ha cominciato a interrogarsi: quei racconti sussurrati a mezza voce in famiglia, quelle foto sparse nelle case, testimonianza di una vita desaparecida, cominciano a materializzarsi concretamente nelle ossa e nei resti che vengono portati via via alla luce e invitano a una riflessione collettiva.
È in questo contesto di crescente dibattito e attenzione pubblica che anche i partiti sono stati chiamati a uscire allo scoperto, abbandonando quella confortevole zona franca che il pacto de olvido ha garantito loro per anni.
Il confronto politico e mediatico che ha preceduto l’approvazione della cosiddetta Ley de Memoria Histόrica (rectius: della Ley 52/2007, por la que se reconocen y amplían derechos y se establecen medidas a favor de quienes padecieron persecución o violencia durante la guerra civil y la dictadura), nel dicembre del 2007, ben racconta del clima di tensione e rivendicazione che ha accompagnato sin dai primi passi l’azione memoriale del legislatore spagnolo e mette in luce, drammaticamente, la difficoltà del Paese a guardare il suo passato dritto negli occhi.
E’ il luglio del 2018 quando il Presidente Sanchez rende nota la volontà del Governo di avviare le procedure per l’esumazione del generale Franco e si assiste, forse per la prima volta, a una azione concreta dello Stato centrale per dare un seguito risoluto alle previsioni di una legislazione ai cui limiti strutturali è andata sommandosi la resistenza politica rispetto a una applicazione intensificata delle disposizioni.
Nell’agosto dello stesso anno con Real Decreto, ossia con un atto governativo d’urgenza, confermato dalle Cortes seppure non all’unanimità, l’Esecutivo modifica l’art. 16 della legge di memoria storica, stabilendo esplicitamente che nel sito monumentale del Valle del los Caidos “podrán yacer los restos mortales de personas fallecidas a consecuencia de la Guerra Civil española, como lugar de conmemoraciόn, recuerdo y homenaje a las víctimas de la contienda” e dichiarando conseguentemente la volontà di riesumare e dare nuova sepoltura al corpo di Franco, lontano dal memoriale.
La decisione, come dimostrano i tempi lunghi di attuazione, ha trovato immediatamente opposizione da parte della famiglia e di alcune associazioni, come era facile immaginare, ma anche da parte di ampi settori della politica e dell’opinione pubblica: il che appare più difficile da comprendere se si pensa che l’azione del Governo ha di fatto voluto correggere una situazione che, nel panorama europeo (dove non si registrano altri casi in cui la salma di un dittatore riposa in uno spazio di commemorazione nazionale), rappresenta una anomalia, già più volte stigmatizzata anche dagli stessi organi competenti delle Nazioni Unite, ancora nel rapporto presentato all’Assemblea generale  il 7 settembre 2017 dal gruppo di lavoro in tema di sparizioni forzate.
A bloccare per mesi l’esumazione della salma di Franco e il suo trasporto nella tomba di famiglia situata nel cimitero di Mingorrubio, oltre  all’atteggiamento di aperto ostruzionismo mantenuto dalle autorità religiose che amministrano la Basilica del Valle de los Caidos, è stata, dunque e soprattutto, l’incalzante opposizione giudiziaria della famiglia Franco, che ancora da ultimo ha presentato recurso de amparo al Tribunale Costituzionale, consapevole che se pure le possibilità di accoglimento delle istanze presentate sono pressoché nulle, l’azione apre la strada al successivo ricorso alla Corte EDU.
La volontà di contrastare la decisione del Governo, la famiglia Franco l’aveva manifestata sin da subito, rivolgendosi al Tribunale Supremo al fine di impugnare il decreto reale con cui si muovono i primi passi legislativi per predisporre l’esumazione. Rigettata l’istanza una prima volta, l’alta Corte è stata di nuovo investita del caso quando il Governo, il 15 febbraio 2019, ha emesso l’ordine di esumazione, chiedendo ai congiunti di indicare il luogo dove si intendeva dare nuova sepoltura al dittatore. Questa volta i giudici, ritenendo che esistesse un concreto pericolo di violazione irreparabile di un diritto, sospendono l’esumazione, determinando una situazione di stallo che si è protratta sino alla fine di settembre quando con sentenza assunta all’unanimità (24 settembre) si dichiara legittima la volontà del Governo di trasferire la salma di Francisco Franco per poi chiarire (30 settembre) che le opere necessarie per realizzare l’esumazione non necessitano di alcuna autorizzazione né da parte delle autorità municipali, né da parte di quelle religiose presso la Basilica, situata nel Valle: “al fin y al cabo”, sottolinea il Tribunale “se trata de levantar una losa, extraer los restos y reponer el solado original, reviertiendo así el pavimento de la Basílica a su estado anterior a 1975”.
Il Tribunale Supremo, intervenendo a chiusura di una vicenda giudiziaria lunga e articolata, non ha lasciato dubbi sulla correttezza dell’operato del governo Sanchez smontando uno per uno gli impedimenti avanzati dai familiari.
In questo senso, il Giudice ha dichiarato, innanzitutto, che nell’azione governativa non si rileva alcuna violazione dei diritti fondamentali della famiglia Franco: non c’è violazione del diritto alla libertà religiosa, né di quello alla riservatezza dal momento che i resti “se encuentran en un lugar relevante de una Basilica monumental que tiene el carácter de bien de interés cultural protegido y es de titularidad pública estatal” e che l’esumazione non “supone negar o desconocer las creencias de nadie”. Ancora, intervenendo sul diritto dei familiari ad avere l’ultima parola circa il luogo di sepoltura del generale ricorda, inoltre, che “no gozan los familiares de una facultad incondicionada de elecciόn del lugar de enterramiento”, soprattutto quando la loro libertà deve essere bilanciata con esigenze di ordine pubblico, come nel caso di specie: riconoscendo un reale pericolo di sicurezza nella tumulazione di Franco, come richiesto dai familiari, nella cattedrale dell’Almudena, in pieno centro a Madrid, il Tribunale Supremo dichiara legittima la scelta del Governo di imporre il trasporto della salma nel cimitero più periferico di Mingorrubio. Ciò a prescindere da ogni altra considerazione di opportunità morale e simbolica, che potrebbe scaturire dalla decisione di accogliere le spoglie di Franco nel cuore storico della capitale spagnola.
Il Tribunale, inoltre, non ha ritenuto che vi sia traccia di discriminazione nei confronti della famiglia Franco nelle decisioni assunte dall’Esecutivo negli ultimi mesi: l’esumazione del dittatore rappresenta, secondo il Giudice supremo, un “caso unico” di rilevanza pubblica che difficilmente può essere ricondotto alla mera sfera privata. Anche per questo, rispondendo ai dubbi di legittimità avanzati dai ricorrenti in merito all’uso di un atto d’urgenza da parte del Governo per incidere su una vicenda di portata storica, sottolinea come il proposito dell’Esecutivo sia stato quello di “poner fin sin más demora a una situaciόn prolongada durante décadas, en sintonía con el que el Gobierno entiende que es el sentir mayoritario de la sociedad”.
Effettivamente è da anni che, a fasi alterne, i riflettori si sono accesi e poi spenti per riaprire e sopire un confronto sul valore memoriale del Valle de los Caidos e sull’inopportuna presenza della tomba del generale Franco in uno spazio monumentale nazionale.
A fronte delle tante critiche mosse in merito alla gestione di un luogo di memoria che, così come è concepito, risulta incapace di contribuire a costruire una visione del passato rispettosa dei principi costituzionali su cui si fonda oggi la Spagna e di restituire dignità e verità alle vittime della guerra civile e del franchismo, non sono mancate proposte, tra le più svariate, anche orientate a procedere all’abbattimento del Valle, per estirpare definitivamente ogni traccia di un indegno momento della storia spagnola, nella convinzione che per chiudere i conti con il passato, distruggere le tracce di ciò che è stato sia la strada per garantire giustizia e per tutelare il futuro.
Non di meno, se è vero che la memoria, anche quella istituzionale, è il risultato di un alchemico processo di bilanciamento tra ricordo e oblio, bisognerà riflettere sulle conseguenze, a volte gravi e collaterali, che la distruzione come azione del dimenticare può comportare. Soprattutto quando messa in campo dai pubblici poteri.
Il giudizio circa l’opportunità politica e la legittimità giuridica che in ambito pubblico si possa procedere a distruggere, abbattere, rimuovere monumenti e statue resta, in effetti, aperto, dal momento che i diritti in gioco sono molti e diversi e il bilanciamento tra loro si fa difficile.
Approfondire il tema dal punto di vista della funzione della memoria istituzionale impone, per esempio, una riflessione sul piano temporale, che ci porterebbe a distinguere gli atti di rimozione che accompagnano moti rivoluzionari alla base di radicali cambiamenti dell’ordinamento, dalle politiche di rimozione adottate dai pubblici poteri in tempo di stabilità democratica. I valori collettivi che nei processi di transizione si pretende tutelare in termini assoluti, anche attraverso condanne di damnatio memoriae del passato, con il tempo finiscono con il dover essere bilanciati con altri e nuovi principi, come quello di garantire alla generazioni future di avere accesso diretto alla storia anche attraverso la conservazione di spazi artistici e architettonici che rappresentano occasioni di  contatto e, dunque, di ricostruzione di un racconto coerente del passato, che divenendo intellegibile si fa presente e memoria.
È per questo che il ruolo giuridico-istituzionale dei pubblici poteri in contesti di costituzionalismo democratico impone che l’atto di oblio imposto attraverso l’ordine di abbattimento o rimozione di un monumento/sito/statua…sia il frutto di un ponderato giudizio, assunto e motivato come extrema ratio.
Dai pubblici poteri infatti, in un sistema democratico, si deve pretendere prima di tutto la capacità di affrontare il passato, non di rimuoverlo; di conoscerlo e di raccontarlo, fino a farlo diventare esso stesso strumento per rafforzare i valori costituzionali in cui si basa il presente.
È nella definizione di questa narrazione del passato che si misura il grado di elaborazione proattiva della memoria raggiunto da una comunità: nella capacità di bonificare i luoghi, di scegliere i personaggi, di selezionare gli episodi, di ricontestualizzare il dolore patito in opportunità per il presente, trasformando spazi che sono stati scene di violenza, traumi, ingiustizia in luoghi di commemorazione di valori come la pace, la dignità e la giustizia.
Sino a quando il corpo di Franco è stato custodito nel Valle, ogni tentativo di fare di questo luogo, simbolo di una grande tragedia collettiva, un luogo di memoria nazionale è stato del tutto vano. Ci sono presenze scomode; i luoghi per accogliere e gestire il conflitto latente tra memorie divise devono essere bonificati da quelle scomode presenze che inibiscono e offendono. Scomode presenze come quella costituita dal corpo di un dittatore, cui ancora lo Stato concede onori.
Da oggi, con il trasferimento della salma di Franco, si apre per la Spagna una grande occasione. Da oggi non si tratterà più di interrogarsi sul significato che il Valle de los Caidos ha avuto in passato; da oggi si apre una nuova sfida per i pubblici poteri sul senso che a quel sito si vuole dare per trasformarlo in un luogo di memoria istituzionale, per riconciliare un popolo che ancora stenta a far pace con il suo passato. La parola d’ordine diviene ricontestualizzare.
Davanti alle difficoltà che sta attraversando in queste ore la Spagna ci si potrebbe interrogare se dopo tanti decenni fosse davvero questo il momento più adatto per procedere con un’operazione tanto delicata e tanto divisiva… ma forse proprio quello che sta accadendo ci ricorda che non c’è mai un momento giusto per guardare in faccia il passato e che ogni momento è quello giusto quando si tratta di affrontare i demoni della memoria. Purché lo si faccia.

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