L’inizio di una nuova era politica? Il ritorno del Labour a Downing Street

Le elezioni britanniche che, come da tradizione, si sono svolte di giovedì hanno consegnato il paese al partito Laburista e al suo leader Keir Starmer. Dopo 14 anni di governo Conservatore – prima in coalizione con i Liberal-Democratici, poi alla guida di governi monocolore (seppur, tra il 2017 e il 2019, puntellati dall’appoggio esterno del Partito Unionista Democratico nord-irlandese) – si chiude così una lunga stagione politica. L’esito delle elezioni ha assegnato non solo una chiara e forte maggioranza al Labour, rievocando i fasti dell’era del New Labour di Tony Blair, ma ha anche severamente punito il partito Conservatore, che si ritrova tra i banchi dell’opposizione con l’ingombrante presenza di Reform UK ed una folta delegazione di Liberal-Democratici. I numeri alla Camera dei Comuni lasciano intendere che possa così aprirsi una nuova era con un partito predominante – il Labour – come era già stato tra il 1979 e il 1997 per i Conservatori, tra il 1997 e il 2010 per i Laburisti e tra il 2010 e il 2024 ancora per i Conservatori. Al tempo stesso, Starmer non dovrebbe sottovalutare alcuni elementi che potrebbero rendere la sua navigazione meno sicura di quanto i numeri lascino intendere.
Facciamo, innanzitutto, un passo indietro. Se il 22 maggio 2024 diversi commentatori si chiedevano perché il Primo Ministro Rishi Sunak avesse (inaspettatamente) deciso di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, la domanda – per quanto accademica – pare ancora più rilevante all’indomani del voto. Tutti i segnali puntavano nella stessa direzione. I sondaggi di opinione avevano fotografato il netto vantaggio dei Laburisti sui Conservatori dalla disastrosa, seppur brevissima (27 giorni), esperienza di governo di Liz Truss. Per tutto il 2024, il vantaggio del Labour si è attestato intorno ai 20 punti percentuali. Nelle elezioni suppletive – o by-elections – tenutesi nell’ultimo anno, i Conservatori hanno perso sette seggi (sei andati al Labour, uno ai Liberal-Democratici) e ne hanno mantenuto uno soltanto (paradossalmente, quello lasciato vacante da Boris Johnson, sebbene la competizione si sia giocata – a detta dello stesso vincitore – su temi strettamente locali). Le suppletive di Wellingborough dello scorso febbraio hanno fatto registrare, a detta di Sir John Curtice, il secondo maggior spostamento di voti dai Conservatori verso i Laburisti dal secondo dopoguerra. Infine, le elezioni locali dello scorso maggio hanno ancora severamente punito il partito Conservatore. Insomma, qualsiasi risultato diverso da una clamorosa debacle elettorale avrebbe potuto dirsi sorprendente.
La campagna elettorale del Primo Ministro uscente è stata, in effetti, rivolta a cercare di rendere meno drammatica la sconfitta attesa. Una campagna che, con metafora calcistica, si potrebbe descrivere come giocata tutta in difesa piuttosto che all’attacco, e ben riassunta dallo slogan scelto dallo stesso Sunak prima del voto: “Vota Conservatore. Ferma la super-maggioranza Labour”. Come se l’esito del voto fosse già agli atti, e l’unica questione ancora aperta riguardasse la dimensione della vittoria del Labour, ovvero della sconfitta dei Tories. Una sconfitta quindi attesa, la cui portata metteva anzi in dubbio lo status dei Conservatori come ‘Opposizione Ufficiale’. Il leader di Reform UK, Nigel Farage, proprio su questo punto aveva invitato gli elettori a votare per il suo partito (“Siamo noi l’opposizione al governo Laburista”) mentre alcuni sondaggi prevedevano addirittura il sorpasso (in termini di voti) di Reform UK e (in termini di seggi) dei Liberal-Democratici. Sondaggi a cui gli stessi Conservatori sembravano dare molto credito, con Rishi Sunak a chiudere la campagna elettorale in alcuni marginal seats dell’Inghilterra rurale da sempre rappresentati dai Conservatori e, addirittura, la riproposizione dell’ex premier Boris Johnson (in chiave anti-Reform UK) ad uno degli eventi elettorali conclusivi.
Evidentemente, tutto ciò non è bastato. A conteggio ultimato il Labour ha ottenuto 412 seggi – un risultato straordinario alla Camera dei Comuni, superato di poco solo nel 1997 (con 418 seggi) da Tony Blair. Al contrario, il partito Conservatore – con soli 121 seggi – ha ottenuto il peggiore risultato della sua storia, facendo anche peggio rispetto al 1906, quando ne ottenne 156. La maggioranza di 176 alla Camera dei Comuni è, nei fatti, quella “super-maggioranza” per il Labour da cui aveva messo in guardia Rishi Sunak. Incidentalmente, un risultato ben superiore a quello ottenuto da Boris Johnson, con una maggioranza di 81, alle politiche del 2019. Un ulteriore elemento che sancisce la vittoria del Labour è quello relativo alla geografia del voto. Con il referendum su Brexit, l’espressione “Regno Dis-Unito” aveva acquisito popolarità, con maggioranze diverse a favore di Remain (in Scozia, Nord Irlanda e Londra) o Leave (in Galles e Inghilterra). In queste elezioni, con l’ovvia eccezione dell’Irlanda del Nord (che ha un distinto sistema partitico), il Labour ha vinto in ciascuna delle nazioni che compongono il Regno Unito: Galles, Inghilterra e Scozia. Quest’ultima merita un accenno particolare visto che lì, nel 2019, il Labour aveva conquistato un solo seggio.
Deve inoltre essere sottolineato il risultato di Reform UK, il terzo partito con 4 milioni di voti, che è stato lo sfidante più vicino ai Laburisti nel nord-est dell’Inghilterra, quasi doppiando lì le e i candidati Conservatori, e vincendo 5 seggi (sebbene meno di quanti previsti dall’exit poll, che gliene attribuiva addirittura 13). I risultati mostrano ancora una volta l’intuito politico di Nigel Farage – il cui ritorno in politica ha senz’altro significativamente contribuito a questo risultato – che, all’ennesimo tentativo, è finalmente riuscito a conquistare un seggio parlamentare (a Westminster). Reform ha avuto un risultato ancora migliore dei suoi predecessori: lo UKIP aveva sì già conquistato 4 milioni di voti nel 2014, ma un seggio soltanto. Il Brexit party, dopo aver vinto le elezioni per il Parlamento Europeo nel 2019, aveva contratto un patto di desistenza con i Conservatori, ritirando i suoi candidati. Superando il 14%, Reform UK si propone seriamente come alternativa ai Tories e, come altrove in Europa, il suo successo pone domande esistenziali al partito di destra mainstream, chiamando in causa la leadership, la strategia e il posizionamento futuro del partito Conservatore.
Sir Keir ed il Labour hanno, dunque, molti ottimi e giustificati motivi per celebrare. Tuttavia, vi sono diverse ragioni – alcune strutturali, altre contingenti – per non auto-compiacersi troppo. Tra le prime va ricordata la volatilità elettorale, che permette ad un partito nuovo (anche se con un leader riconosciuto e conosciuto) – Reform UK – di superare il 14 percento, pur in presenza di un sistema maggioritario uninominale. Gli elettori hanno un’identificazione sempre più bassa con i partiti e scelte sbagliate o crisi impreviste possono fare rapidamente evaporare il consenso. Per informazioni chiedere a Boris Johnson, il trionfatore delle elezioni del 2019, travolto dagli scandali e dimessosi dal Parlamento. Inoltre, una maggioranza parlamentare così ampia riflette un consenso elettorale non così straordinario, con meno voti in termini assoluti e percentuali di quanti ottenuti nel 2017 dal Labour di Jeremy Corbyn (incidentalmente eletto, come indipendente, a Islington). Più in generale, la percentuale di voti ottenuta dai due partiti principali è la più bassa mai registrata.
Tra le seconde, Starmer farebbe bene a ricordare che il suo successo è, almeno in parte, il risultato delle difficoltà degli altri attori politici e competitors. Se i Tories piangono, i Nazionalisti Scozzesi non ridono. Finita la lunga stagione di Nicola Sturgeon nel 2023, con un cambiamento di leadership poco prima delle elezioni, i Nazionalisti sono ora molto lontani dai fasti del 2015 (quando si presero 56 dei 59 seggi scozzesi) ma anche del 2019 (quando si fermarono a 48). Non sarebbero quindi tanto le ricette di policy o l’agenda politica Laburista ad attrarre gli elettori, quanto piuttosto la voglia di mettere un punto fermo alla stagione Conservatrice o lo scontento (al di là del vallo di Adriano) per lo SNP. In un sondaggio pre-elettorale di YouGov, alla domanda (rivolta ad elettrici ed elettori Laburisti) sul perché voterebbero Labour, la lapidaria risposta di quasi metà campione è stata: “to get the Tories out”. In effetti, altri sondaggi rilevano che Starmer non è straordinariamente popolare, nemmeno tra i suoi elettori, ma è considerato affidabile e credibile.
Infine, Sir Keir è stato sicuramente molto abile nella gestione del partito – esercitando un controllo ferreo sulle candidature e sulla linea politica – e ha strategicamente schivato i temi più divisivi, come quello della Brexit. Tuttavia, il governo Labour dovrà presto confrontarsi con le questioni più salienti per l’elettorato, come le politiche sull’immigrazione, la sanità pubblica e la crescita economica, e dovrà necessariamente affrontare il tema dei rapporti con l’Unione Europea. Su questi temi, l’opposizione sarà prevedibilmente durissima. Starmer potrà contare su una straordinaria maggioranza parlamentare, ma non dovrà dimenticare che molti cittadini del Regno sono stanchi e disillusi nei confronti della classe politica, e di fronte alla incapacità del governo Laburista di rilanciare il paese sarebbero forse pronti – come abbiamo visto altrove in Europa – ad affidare le chiavi del numero 10 di Downing Street al nuovo rappresentante di Clacton, Nigel Farage che, celebrando i risultati del suo nuovo partito, ha commentato: “la rivolta contro l’establishment è in corso”.


Britaly per davvero? Il sistema politico britannico alla ricerca di stabilità

Quando Rishi Sunak, il 25 ottobre scorso, si è insediato come nuovo Primo Ministro del Regno Unito, ha promesso “integrità, professionalismo e accountability”. Poche settimane dopo il suo insediamento, il governo conservatore si trova, però, già a fare i conti con le prime dimissioni di un ministro, Gavin Williamson, a causa di gravi accuse di bullismo verso il suo staff, e di un’ulteriore richiesta di dimissioni per Suella Braverman, la Ministro dell’Interno che, nel precedente esecutivo, aveva dovuto dimettersi per violazione del codice di condotta ministeriale. Il nuovo Primo Ministro ha poi invocato la prassi per non prendere posizione rispetto alla discutibile lista di fedelissime e fedelissimi che il suo precessore Boris Johnson intende premiare con un seggio a vita alla camera dei Lords, una proposta non semplice da conciliare con l’invocata integrità.
Se la gestione tanto del governo quanto del partito Conservatore in sé presenta delle evidenti criticità, la questione sociale aggravata dall’inflazione, gli scioperi del personale infermieristico, nelle università e nel settore dei trasporti, e la difficile situazione economico-finanziaria, con un aumento delle tasse che verrà con ogni probabilità presentato nella prossima legge di bilancio, sono dei macigni sulla strada del Primo Ministro e, più in generale, del suo governo.
L’instabilità che sembra oggi caratterizzare la politica britannica e la debolezza dei suoi governi stridono con l’immagine tradizionale che ne abbiamo. Per dirla con il politologo Arendt Lijphart, “nessun governo è più dominante di quello britannico”, che incarna meglio di ogni altro le caratteristiche del modello maggioritario o, appunto, Westminster. Eppure, negli ultimi dieci anni, si sono avvicendati nel Regno Unito cinque Primi Ministri, sette Cancellieri e altrettanti Ministri degli Esteri, sei Ministri dell’Interno e addirittura 10 Ministri dell’Istruzione. I dati sul turnover al vertice dei ministeri durante i governi guidati da Theresa May e Boris Johnson sono impressionanti e, nell’anno in corso, ci sono state ben 54 nomine al governo, quasi il doppio rispetto al precedente record del 2010. Con i suoi 44 giorni trascorsi al numero 10 di Downing Street, Liz Truss ha stabilito un altro record, ovviamente in negativo, di longevità.
In questo contesto, non stupisce che un settimanale come l’Economist – incidentalmente, non per primo o da solo – abbia tratteggiato un parallelo con la politica italiana. Instabilità politica, bassa crescita economica e subordinazione ai mercati finanziari – la cui reazione alle misure del governo Truss ha portato alle dimissioni della Primo Ministro – sono caratteristiche da “Britaly” piuttosto che da Regno Unito. Ironicamente, nell’ormai lontano 2017 Theresa May aveva chiesto il voto dei cittadini britannici promettendo una leadership “forte e stabile”. Dopo quattro Primi Ministri, la stanno ancora cercando.
Non vi è dubbio che queste similitudini tra Italia e Regno Unito siano suggestive e, per certi versi, sorprendenti. Liz Truss dimissionata dai mercati non può non ricordare Berlusconi nel 2011, mentre la girandola di ministri Conservatori richiama piuttosto i governi della Prima Repubblica. Tuttavia, quanto regge, davvero, il confronto ad una disamina più approfondita? Per quanto riguarda gli indicatori economici, tanto l’indebitamento privato quanto il deficit pubblico (al netto del pagamento degli interessi sul debito) risultano migliori in Italia. Riprendendo un titolo del Financial TimesBritaly? You wish”. Muovendoci dall’economia alla politica, le turbolenze della politica britannica si mostrano ancor più serie di quelle italiane. Ma, soprattutto, le scelte politico-istituzionali sinora compiute dalle elites politiche per uscire dalle crisi e dare una direzione al paese post-Brexit appaiono, tipicamente, britanniche.
In un recente volume che cerca di valutare l’impatto di Brexit, Gianfranco Baldini, Emanuele Massetti ed io proviamo a sostenere la tesi che tanto il processo quanto gli esiti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, pur in un contesto di grande fluidità e incertezza, rendono il sistema politico britannico più maggioritario. Nonostante le fortissime tensioni a cui è stato sottoposto, infatti, il sistema partitico parlamentare rimane essenzialmente bipartitico; riforme del sistema elettorale plurality non sono (ri-)entrate nell’agenda politica; il governo, pur tra molte difficoltà, ha infine ottenuto la ‘sua’ Brexit, sulla cui implementazione il controllo parlamentare è limitato e, almeno nell’immediato, il carattere unitario dello stato è stato riaffermato.
Se la (in)capacità di gestione della Brexit mette in discussione alcuni elementi del modello maggioritario, quello che, piuttosto, stupisce è proprio la resistenza (piuttosto che resilienza…) di questo modello, a dispetto delle fortissime tensioni a cui è sottoposto. Il modello Westminster è talmente radicato nella cultura politica delle elite britanniche che una sua parziale riforma o, in momenti di crisi come quelli che il Regno Unito sta vivendo, la sperimentazione di modelli alternativi non è neppure presa in considerazione.
Ci sono senz’altro state aperture retoriche che hanno guardato oltre la logica istituzionale del modello Westminster. Nel gennaio 2019, in un momento di grande difficoltà per il governo di minoranza di Theresa May dopo la bocciatura parlamentare dell’accordo di uscita dall’UE, Elisabetta II stessa ha (inusualmente) parlato dell’importanza di trovare “un terreno comune”, del “rispetto delle differenze” e della necessità di non perdere di vista “il quadro più ampio”. Su questo punto, però, non sembra che le parole della Sovrana abbiano trovato grande riscontro. Qualche mese più tardi, infatti, piuttosto che trovare un accordo cross-parties, la Camera dei Comuni ha bocciato tutte le opzioni su Brexit che è stata chiamata a valutare, mancando l’occasione di orientare il dibattito e, possibilmente, le scelte del governo su Brexit.
La cultura avversariale del modello Westminster – tanto nel partito di governo quanto nel principale partito di opposizione – non ha permesso di considerare alternative. In effetti, tornando al paragone con l’Italia, le crisi economico-politiche che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica sono state spesso gestite con la formazione di governi a guida tecnocratica e sostenuti da coalizioni ampie o di ‘salvezza nazionale’. Nel Regno Unito, pur nei momenti di più grave difficoltà nel processo di uscita dalla UE, o dopo il fallimento del secondo governo guidato da Johnson, le ipotesi sul banco si sono limitate a due: la sostituzione del/la Primo Ministro da parte del partito Conservatore, ovvero nuove elezioni (con una predilezione per la prima o la seconda ipotesi dovuta alle convenienze contingenti dei Tories). La soluzione ad una crisi politica viene cercata, quindi, sempre all’interno del modello Westminster continuando ad abbracciare la sua logica di funzionamento – cambiando l’inquilino/a al numero 10 di Downing Street – piuttosto che al di fuori del suo perimetro.
Peraltro, la storia politica britannica, più o meno recente, conferma che a periodi pluriennali di crisi sono spesso seguite lunghe stagioni politiche con Primi Ministri dominanti. Per dirla diversamente, il sistema Westminster è stato descritto in grave crisi o dato per morto altre volte, ma è poi sempre ‘resuscitato’. Negli anni Settanta, come ben riassume Kenneth O. Morgan, la percezione diffusa voleva che “tutto andasse male”, e la pubblicistica non parlava che di “declino”, “caduta” se non addirittura “fine” del Regno Unito. A livello politico, si assisteva ad una polarizzazione dei partiti, con spostamenti verso posizioni più estreme tanto nel Labour quanto nei Conservatori. Il sistema partitico si apriva a terze forze, con il relativo successo dei Liberali, mentre i due partiti principali erano sfidati da opposizioni interne, come quella di Tony Benn alla sinistra del Labour e di Enoch Powell alla destra dei Tories. Con le elezioni del 1979 si apriva, però, l’era di Margaret Thatcher, la più longeva Primo Ministro della storia britannica.
Una vicenda simile si verifica nei primi anni Novanta. Con la fine dell’era Thatcher, il suo successore John Major si trova a gestire un partito Conservatore profondamente diviso, che conduce una vera e propria ‘guerra civile’ per la ratifica del Trattato di Maastricht. I casi di corruzione si susseguono e, nel “mercoledì nero” del Settembre 1992, la sterlina deve uscire (come la lira, incidentalmente) dal Sistema Monetario Europeo. Major viene descritto come un “uomo grigio”, con scarso carisma e leadership. Le elezioni politiche del 1997 sono un disastro per i Conservatori, ed un trionfo per il New Labour. Inizia così la decade di Tony Blair in Downing Street.
È dunque possibile che, chiuso questo ciclo politico con nuove elezioni, un leader politico investito da un chiaro mandato popolare possa dare avvio ad una nuova fase di stabilità nella politica britannica. Chiunque sia, si dovrà confrontare con un partito parlamentare più riottoso e pronto a sfidarlo, elettori più insoddisfatti e volatili, richieste autonomiste e referendarie (dalla Scozia o magari dall’Irlanda del Nord) e l’ombra lunga della Brexit. Il fatto che il sistema Westminster, così come sviluppatosi nel Regno Unito, non sia più quello dei suoi anni d’oro è, pertanto, evidente. A dispetto delle attuali contingenze, non scommetterei, però, che sia ormai finito e da consegnare alla Storia, e non darei eccessiva enfasi a comparazioni suggestive ma solo parzialmente accurate.


Il Regno Unito al voto: Brexit, ma non solo

Il Regno Unito si appresta a eleggere un nuovo Parlamento per la terza volta negli ultimi cinque anni, dopo aver votato – in elezioni che non avrebbero dovuto esserci – per il nuovo Parlamento Europeo nel maggio scorso. In caso di vittoria laburista, nel 2020 ci sarebbe un nuovo referendum sull’Unione Europea (UE), il quarto referendum nell’ultimo decennio dopo quello sulla riforma della legge elettorale, quello sull’indipendenza scozzese e, naturalmente, il referendum sulla Brexit del giugno 2016.

Gli esiti elettorali hanno certificato la fluidità della situazione politica britannica. Nel 2017 come già nel 2015, Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno attribuito la maggioranza relativa ad un diverso partito, rispettivamente i conservatori, i nazionalisti, i laburisti ed i democratico-unionisti. Il voto referendario sull’UE ha, invece, separato Inghilterra e Galles – dove ha prevalso l’opzione per l’uscita – da Scozia e Irlanda del Nord – che hanno votato per rimanere nell’Unione. Addirittura, vista la mutevolezza del quadro politico, Martin Bull ha recentemente parlato di “italianizzazione” della politica britannica.

Gran parte delle più recenti turbolenze nel sistema politico britannico – sebbene non tutte: alcuni cedimenti nell’architettura del sistema Westminster si potevano riscontrare già dagli anni Novanta – sono dovute alle difficoltà del processo di uscita dall’Unione. Non sorprende, quindi, che il messaggio chiave del partito conservatore, e del suo leader Boris Johnson, nelle elezioni del 12 dicembre sia ‘Get Brexit Done’.

Il tema europeo – “una bomba a orologeria” per il partito conservatore – aveva già bruciato i due predecessori di Johnson a Downing Street. Il giovane David Cameron, da poco insediatosi come leader del partito nel 2006, aveva promesso che i conservatori avrebbero smesso di dilaniarsi sull’Europa. Theresa May, appena assunta la guida del partito dopo il referendum del giugno 2016, aveva messo in chiaro che ‘Brexit means Brexit’ e, nei tempi previsti dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito avrebbe lasciato l’Unione.

Sappiamo bene come è finita: Cameron, sotto pressione dell’ala euroscettica del partito, ha promesso un referendum che sperava di non fare formando un governo con i Liberal-Democratici. Theresa May, dopo una serie di umilianti sconfitte alla Camera dei Comuni sul suo accordo di uscita, è stata prima costretta a chiedere un’estensione dei tempi a Bruxelles, e poi a dimettersi da Primo Ministro.

Johnson è, quindi, il terzo premier conservatore a cercare di chiudere la partita europea. Una maggioranza conservatrice alla Camera dei Comuni gli permetterebbe di ottenere l’approvazione del suo accordo con l’UE, e di concludere la Brexit entro gennaio. Da qui l’enfasi sullo slogan ‘Get Brexit done’ – ripetuto oltre 20 volte nelle 56 pagine del programma elettorale dei conservatori – cui contrapporre la confusione prodotta da un governo laburista, e da un nuovo referendum sulla scelta europea. Johnson, che già aveva promesso l’uscita dall’UE entro il 31 Ottobre (“o la Brexit o la morte”), posiziona il partito conservatore come partito della Brexit, attribuendo al Parlamento e alla frangia eurofila del suo partito la responsabilità della mancata uscita, e delle promesse tradite.

Sebbene il programma conservatore si occupi anche di altri temi – dall’incremento delle risorse per il sistema sanitario nazionale alla politica migratoria – l’enfasi principale è posta sulla Brexit. Al contrario, il programma elettorale del partito laburista ha un focus molto ampio. Come scrive Jeremy Corbyn nella prefazione: “Alcuni dicono che questa è un’elezione sulla Brexit. Ma è anche un’elezione sul clima, sugli investimenti, sul sistema sanitario nazionale, sugli standard di vita, il sistema educativo, la povertà, una tassazione giusta. Soprattutto, è l’elezione del cambiamento”.

Si parla, naturalmente, anche di Brexit, che il partito laburista porterebbe a compimento entro sei mesi: prima rinegoziando un accordo con Bruxelles, poi sottoponendo l’accordo ad un referendum. Ma Brexit è un tema fra gli altri, né il primo né il più importante. In sostanza, mentre i conservatori vogliono una Brexit election, i laburisti cercano di spostare l’attenzione altrove. La scelta strategica di Corbyn si spiega benissimo non soltanto alla luce delle divisioni e delle incertezze che hanno caratterizzato la posizione laburista (e del leader) sulla Brexit, ma anche ripercorrendo la precedente campagna elettorale per le elezioni politiche.

Nel 2017, Theresa May si proponeva di rafforzare la sua maggioranza alla Camera dei Comuni, contrapponendo una ‘leadership forte e decisa’ alla ‘coalizione del caos’ capitanata da Corbyn. La Primo Ministro cercava un mandato elettorale chiaro per una Brexit hard, forte del vantaggio che i sondaggi le attribuivano. Allora come ora, Corbyn e i suoi spostarono il fuoco della campagna su altri temi, dalle risorse per gli ospedali alla rinazionalizzazione delle ferrovie.  La forbice tra i Tories ed il Labour, superiore ai 20 punti percentuali all’inizio della campagna elettorale, si riduceva a pochi punti percentuali ad una settimana dal voto. Come noto, i conservatori perderanno infine la maggioranza alla Camera dei Comuni, ritrovandosi a dipendere dai voti degli Unionisti nord-irlandesi per tenere in piedi un governo di minoranza.

Se questa è l’offerta politica – almeno, quella dei due partiti principali – per l’opinione pubblica britannica l’uscita dall’Unione è chiaramente il tema più importante nell’agenda politica. Secondo la rilevazione di YouGov (28-29 Novembre), la pensano così sette britannici su dieci, dal giorno del referendum ad oggi, con oscillazioni trascurabili. Anche per Ipsos-Mori, per il 63 percento dei britannici la Brexit è uno dei temi più rilevanti in agenda, mentre per il 52 percento è il singolo tema più importante.

Tuttavia, le serie temporali di Ipsos-Mori offrono un quadro più complesso. L’Europa non era tra i temi più importanti nel 2015 e, soprattutto, non lo era ancora né durante la campagna referendaria né nel 2017. Prima i temi legati all’economia, poi quelli relativi all’immigrazione – inclusa quella dei cittadini comunitari – poi il futuro del servizio sanitario nazionale rappresentavano allora le principali preoccupazioni dei cittadini britannici. In questo senso, il 2019 rappresenta un anno di svolta, con la Brexit stabilmente percepita come la issue più importante.

Se così è, lo sforzo necessario al Labour per proporre con successo una narrativa alternativa a Brexit è decisamente più elevato in questa tornata elettorale di quanto lo fosse nel 2017. Inoltre, se i sondaggi pubblicati subito prima dell’accordo sulla data delle elezioni attribuivano ai conservatori un vantaggio tra i 15 e i 20 punti percentuali, gli indici di approvazione per Corbyn rimanevano tra i più bassi mai fatti registrare da un leader dell’opposizione.

Stando ancora ai dati di YouGov, nessuno tra i due principali contendenti a Downing Street entusiasma gli elettori, ma se Johnson ha uno score negativo di cinque punti (calcolato come differenza tra chi lo apprezza e chi no), Corbyn ha un saldo negativo di quaranta. Se la maggioranza dei britannici considera Johnson poco credibile, sono di più coloro che non si fidano del leader laburista. Ancora, il 40 percento degli intervistati considera Johnson il miglior candidato a Primo Ministro, mentre Corbyn non raggiunge il 20 percento. Al tempo stesso, però, il giudizio sull’operato del governo permane in territorio negativo, con il 60 percento dei britannici insoddisfatti e con 4 elettori su 5 che considerano la gestione del processo della Brexit fallimentare.

Peraltro, tra i due litiganti non c’è un terzo che gode. Il supporto per il Brexit Party di Nigel Farage, prima forza politica alle elezioni europee del maggio, si è sgonfiato con la premiership di Johnson e la linea dura sulla Brexit. La scelta di Farage di ritirare i propri candidati nelle circoscrizioni in cui i conservatori avevano vinto nel 2017 semplifica la scelta elettorale per l’unico partito chiaramente pro-Brexit, sebbene l’accordo di desistenza non si applichi alla ‘zona rossa’ del nord dell’Inghilterra, terra tradizionalmente laburista ed euroscettica. Il consenso per i liberal-democratici di Jo Swinson, accreditati del 20 percento alle europee e, per alcuni sondaggisti, vicini a superare il Labour, si è progressivamente ridotto.

Nonostante le difficoltà di gestione del tema europeo da parte dei due partiti principali, le frequenti ribellioni parlamentari e scissioni, la competizione elettorale per Westminster rimane, ancora una volta, di fatto bipartitica. Anche se la combinazione dei voti di Conservatori e Laburisti non superasse la soglia dell’80 percento come nel 2017, il sistema bi-partitico britannico dimostra una notevole resistenza. Nell’arena elettorale nazionale, complice il sistema elettorale maggioritario ed i collegi uninominali, i partiti ‘minori’ – se non con un supporto elettorale concentrato, come i nazionalisti scozzesi – non replicano quanto ottenuto alle elezioni europee o locali.  Per citare due scienziati politici britannici: “la morte del sistema bipartitico britannico è stata largamente esagerata”.

Più in generale, con la pubblicazione di documenti riservati sui negoziati commerciali con gli Stati Uniti e la discussione sul futuro del servizio sanitario nazionale, il tragico attentato di London Bridge, le polemiche sull’antisemitismo nel Labour Party e la visita di Donald Trump, l’agenda elettorale si è mossa ben oltre il tema della Brexit. In ogni caso, chiunque sia il vincitore il 13 dicembre, si può essere certi che il dibattito sull’Unione Europea non finirà né il 31 gennaio né entro sei mesi, ma caratterizzerà la politica britannica ancora a lungo.