Le elezioni presidenziali peruviane del 2026: la vittoria di Keiko Fujimori e il nuovo bicameralismo

Le elezioni generali peruviane del 2026, indette per il rinnovo della presidenza della Repubblica, delle due vicepresidenze e, per la prima volta dopo oltre trent’anni, di un Congresso bicamerale composto da un Senato della Repubblica e una Camera dei Deputati, si sono svolte in uno scenario caratterizzato da una crisi di governabilità senza precedenti nella recente storia repubblicana del paese. Nell’ultimo decennio, infatti, in Perù si è assistito all’avvicendamento di nove presidenti, sei dei quali hanno visto il proprio mandato interrompersi anticipatamente.
Tale instabilità è riconducibile al ricorso sistematico alla dichiarazione di vacanza presidenziale per “incapacità morale permanente”, prevista dall’articolo 113 della Costituzione. Si tratta di un istituto caratterizzato da una marcata indeterminatezza concettuale, la cui applicazione è rimessa in larga misura a considerazioni di natura politico-istituzionale e all’orientamento contingente del Congresso. A differenza delle altre cause previste dalla legge fondamentale – quali la morte, l’incapacità fisica, le dimissioni, l’abbandono del territorio nazionale e la violazione della Costituzione – connotate da presupposti oggettivi e verificabili, l’incapacità morale permanente configura una fattispecie di contorni estremamente indefiniti, suscettibile di trasformarsi da rimedio eccezionale a tutela dell’ordine costituzionale in uno strumento di controllo politico sistematico sull’esecutivo.
L’episodio più recente ha riguardato la presidente Dina Ercilia Boluarte Zegarra, destituita il 10 ottobre 2025. In assenza di entrambi i vicepresidenti, la successione costituzionale aveva condotto all’assunzione della presidenza da parte di José Enrique Jerí Oré, in qualità di presidente del Congresso, ai sensi dell’articolo 115.2 della Costituzione. Il suo mandato ad interim si è tuttavia protratto per appena quattro mesi: il 17 febbraio 2026 il parlamento ne ha approvato la censura quale presidente dell’assemblea, determinando, per effetto del meccanismo di successione, anche la cessazione dalla carica presidenziale. L’episodio costituisce un’ulteriore e significativa manifestazione di un “ciclo infinito” di sostituzioni presidenziali, che caratterizza il sistema politico peruviano. In tale contesto, il legislativo ha progressivamente sviluppato prassi applicative volte a utilizzare gli strumenti di parlamentarizzazione previsti dall’ordinamento a proprio vantaggio, consolidando una posizione di preminenza istituzionale e concentrando un potere significativamente superiore rispetto a quello degli altri organi costituzionali.
Il primo turno delle elezioni, svoltosi il 12 aprile 2026, ha registrato una partecipazione pari al 73,8% dell’elettorato (20.167.745 votanti), in aumento rispetto al 70% rilevato nelle consultazioni del 2021. Poiché nessuno dei trentasei candidati alla presidenza della Repubblica ha conseguito la maggioranza assoluta dei voti validi, richiesta dall’articolo 111 della Costituzione, si è reso necessario il ricorso al ballottaggio tra i due candidati più votati, espressione di schieramenti politicamente contrapposti: Keiko Fujimori (Fuerza Popular) e Roberto Sánchez Palomino (Juntos por el Perú), che hanno ottenuto rispettivamente il 17,18% e il 12,03% dei voti.
Il secondo turno si è svolto il 7 giugno 2026 e ha fatto registrare un’affluenza pari all’81,3%, corrispondente a circa 18,8 milioni di votanti, con un incremento di oltre sette punti percentuali rispetto al primo turno, in linea con la consolidata tendenza del sistema peruviano a una maggiore mobilitazione dell’elettorato in occasione del secondo turno. Al termine delle operazioni di scrutinio condotte dall’Oficina Nacional de Procesos Electorales (ONPE), concluse il 29 giugno con la contabilizzazione del 100% delle 92.766 actas, Fujimori ha ottenuto il 50,135% dei voti validi (9.223.396), a fronte del 49,865% conseguito da Sánchez (9.173.755), con un margine definitivo di 49.641 voti su circa 18,4 milioni di suffragi validamente espressi. Il 3 luglio 2026 il Jurado Nacional de Elecciones (JNE) ha proclamato ufficialmente Keiko Fujimori presidente eletta per il quinquennio 2026–2031, mentre il successivo 15 luglio le sono state consegnate le credenziali ufficiali.
La nuova presidente era già stata prima dama durante la presidenza del padre, Alberto Fujimori, e guida Fuerza Popular, partito da lei fondato nel 2009 quale principale struttura organizzativa del movimento fujimorista. La candidatura del 2026 rappresenta il suo quarto tentativo consecutivo di accedere alla presidenza, dopo le sconfitte riportate al secondo turno contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021.
La tornata elettorale si è svolta in un contesto di profonda disaffezione nei confronti del sistema politico. I due candidati ammessi al ballottaggio avevano infatti raccolto complessivamente soltanto il 29,1% dei voti validi al primo turno, dato che evidenzia il significativo deficit di legittimazione elettorale con cui entrambi si sono presentati al secondo turno. Ulteriore elemento significativo è stata l’elevata incidenza dei voti bianchi e nulli, pari al 17% dei suffragi espressi al primo turno e a circa il 6% al secondo.
A ciò si aggiungono alcune criticità riconducibili alla legislazione elettorale, emerse con particolare evidenza nel corso della tornata elettorale del 2026. In primo luogo, è emersa l’eccessiva frammentazione dell’offerta politica, testimoniata dalla presenza di trentasei candidature alla presidenza. Tale fenomeno è riconducibile allo smantellamento, operato dal legislatore nel 2024, delle riforme introdotte dalla legge n. 30998 del 2019 e, in particolare, all’eliminazione delle elezioni primarie obbligatorie e alla reintroduzione del requisito della raccolta di firme di adesione pari al 3% del padrón electoral, con il conseguente abbassamento delle barriere di accesso alla competizione. In secondo luogo, la consultazione ha evidenziato la peculiare dilatazione dei tempi del procedimento elettorale. L’articolo 111 della Costituzione subordina la convocazione del secondo turno alla proclamazione ufficiale dei risultati del primo, la quale, anche in ragione della complessità del sistema di scrutinio e di computo dei voti, è intervenuta soltanto diverse settimane dopo la consultazione, contribuendo ad alimentare un prolungato clima di incertezza politica ed economica.
In relazione ai risultati del primo turno, proclamati ufficialmente dal JNE il 17 maggio, Rafael López Aliaga, classificatosi al terzo posto, ha denunciato presunte irregolarità nello svolgimento delle operazioni elettorali, senza che le autorità competenti ne accertassero la fondatezza. Ben più complesso e controverso si è invece rivelato il procedimento di scrutinio relativo al secondo turno.
La normativa elettorale peruviana distingue tra actas procesadas e actas contabilizadas (Resolución Jefatural n. 000148-2017-JN/ONPE): le prime sono quelle pervenute ai centri di computo delle 126 Oficinas Descentralizadas de Procesos Electorales (ODPE), mentre le seconde sono quelle definitivamente incorporate nel risultato ufficiale. Qualora un’acta presenti irregolarità – quali, ad esempio, l’assenza delle firme, errori aritmetici, dati incompleti, illeggibilità o la presenza di voti impugnati – essa viene trasmessa al competente Jurado Electoral Especial (JEE) territorialmente competente per la relativa revisione. Solo all’esito della decisione adottata da uno dei 60 JEE distribuiti sul territorio nazionale l’acta viene reinserita nel computo effettuato dall’ONPE. Nella mattinata dell’11 giugno oltre 1.500 delle actas osservate erano già state risolte dai JEE, mentre altre 126 erano state avviate alla procedura eccezionale di riconteggio dei voti in udienza pubblica, attivabile nei casi in cui l’irregolarità non possa essere risolta attraverso il mero confronto documentale tra i diversi esemplari dell’acta. Nella sola regione di Lima erano state impugnate oltre 900 actas già nelle prime ore successive alla chiusura delle operazioni di voto. Nel complesso, il procedimento di scrutinio si è protratto per oltre tre settimane in ragione dell’elevato numero di actas osservate e impugnate.
A tale circostanza si è aggiunta l’estrema esiguità del margine tra i due candidati, che ha conferito un peso determinante al voto della diaspora. Fujimori ha infatti prevalso nel voto espresso all’estero con un vantaggio di 81.655 suffragi, sufficiente a ribaltare l’esito del voto nazionale, nel quale Sánchez risultava in vantaggio di 32.014 voti, determinando così il margine definitivo di 49.641 voti a favore della candidata di Fuerza Popular.
Il nucleo del contenzioso post-elettorale si è concentrato sulla modifica delle modalità di trasmissione delle actas provenienti dai consolati, introdotta nella settimana precedente al ballottaggio. Mentre in occasione del primo turno le actas erano state digitalizzate e trasmesse telematicamente ai fini del computo, per il secondo il Ministero degli Affari Esteri ha disposto la sospensione della procedura, motivandola con problemi tecnici della piattaforma informatica e prevedendo la trasmissione materiale dei documenti mediante valigia diplomatica. Sánchez ha fatto ricorso al Jurado Nacional de Elecciones, sostenendo che ciò avesse compromesso la catena di custodia della documentazione elettorale e che, conseguentemente, i voti espressi all’estero dovessero essere esclusi dal computo. Il Jurado Nacional ha respinto la richiesta di annullamento senza entrare nel merito della controversia, dichiarandola irricevibile per la tardività della richiesta e per il mancato versamento delle spese di istruttoria. Il 3 luglio, all’esito delle proclamazioni decentrate adottate dai sessanta JEE nelle rispettive circoscrizioni e della revisione integrale degli atti del procedimento disposta dal plenum del JNE, quest’ultimo ha proclamato ufficialmente Keiko Fujimori presidente eletta.
Già il 1° luglio Sánchez aveva adito la Commissione interamericana dei diritti umani (CIDH), chiedendo l’adozione di misure cautelari volte a impedire la proclamazione dell’esito elettorale e deducendo la violazione dei propri diritti politici in conseguenza della modifica delle regole applicabili in una fase avanzata del procedimento elettorale. La CIDH, tuttavia, non dispone della competenza ad annullare elezioni nazionali né può adottare decisioni vincolanti in ordine all’esito delle consultazioni. Inoltre, alla data della proclamazione ufficiale del 3 luglio, l’organismo non aveva ancora adottato alcun provvedimento sulla richiesta presentata. Il 15 luglio il JNE ha infine consegnato le credenziali ufficiali alla formula presidenziale vincente, composta da Keiko Fujimori, dal primo vicepresidente Luis Fernando Galarreta Velarde e dal secondo vicepresidente Miguel Ángel Torres Morales.
Sul piano della legislazione elettorale, il processo del 2026 ha messo in luce alcuni profili problematici di rilievo. In primo luogo, l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica — con trentasei candidature presidenziali, cifra record a livello regionale e mondiale — è riconducibile allo smantellamento, operato dal Congresso nel 2024, delle riforme introdotte con la legge n. 30998 del 2019: sono state eliminate le elezioni primarie obbligatorie e reintrodotta la soglia di firme di adesione al 3% del padrón electoral, abbassando di fatto le barriere di accesso alla competizione. Ne è conseguito che i due candidati al ballottaggio non hanno raccolto congiuntamente più del 25% dei suffragi al primo turno, acuendo il deficit di legittimità di origine con cui entrambi si sono presentati alla seconda vuelta. In secondo luogo, i tempi del processo elettorale si configurano tra i più dilatati della regione: l'art. 111 della Costituzione subordina la convocazione della seconda vuelta alla proclamazione ufficiale dei risultati del primo turno, proclamazione che si è materializzata — anche in ragione della complessità del sistema di computo — solo diverse settimane dopo il voto, con la proclamazione definitiva della seconda vuelta avvenuta il 3 luglio, quasi un mese dopo il ballottaggio del 7 giugno, alimentando un prolungato clima di incertezza politica ed economica.
Come anticipato, sul piano istituzionale le elezioni del 2026 hanno segnato il ritorno del Perù al bicameralismo, assetto assente dall’autogolpe del 1992, con il quale Alberto Fujimori – padre della nuova presidente – dispose lo scioglimento del legislativo e la convocazione di un’assemblea costituente che portò all’approvazione della Costituzione del 1993, istitutiva di un parlamento unicamerale. Il ripristino del sistema bicamerale è stato introdotto dalla legge di revisione costituzionale n. 31988, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 20 marzo 2024, con la quale il legislatore ha modificato cinquantadue articoli della Costituzione del 1993, reintroducendo il Senato e ridefinendo le competenze delle due Camere.
La riforma ha suscitato ampie critiche, soprattutto con riguardo all’assetto istituzionale delineato dal nuovo modello bicamerale. L’articolo 105 della Costituzione, nel testo risultante dalla revisione, attribuisce al Senato il potere di approvare, modificare o respingere i progetti di legge deliberati dalla Camera dei Deputati, senza prevedere alcun meccanismo di navette parlamentare né una commissione paritetica di conciliazione tra le due camere. Ne deriva che il Senato non si configura come una camera di riflessione, secondo il modello tradizionale del bicameralismo moderno, bensì come un organo di riesame dotato di un potere di veto definitivo nei confronti della camera bassa.
Tale concentrazione del potere decisionale in materia legislativa nella camera alta risulta ancor più problematica ove si consideri che al Senato sono attribuite, in via esclusiva e senza alcun coinvolgimento della Camera dei Deputati, le funzioni di nomina e di revoca delle principali autorità di garanzia dello Stato, tra cui il Defensor del Pueblo, il Contralor General de la República, i componenti del Banco Central de Reserva e della Junta Nacional de Justicia.
Ulteriori profili critici riguardano il sistema elettorale del Senato e i requisiti di eleggibilità dei suoi componenti. La legge prevede che 33 dei 60 senatori siano eletti in un collegio elettorale unico nazionale, mentre i restanti 27 siano scelti in circoscrizioni regionali. Una simile ripartizione favorisce strutturalmente i partiti dotati di un consolidato radicamento organizzativo a livello nazionale, penalizzando, per converso, le forze politiche a base territoriale e le comunità indigene, storicamente sottorappresentate nelle dinamiche della politica nazionale.
Da ultimo, la previsione del requisito anagrafico di 45 anni per l’elezione al Senato, accompagnata dall’esenzione prevista per coloro che abbiano già ricoperto la carica di parlamentare, è stata oggetto di diffuse critiche per il suo possibile carattere ad personam. Al momento dell’approvazione della legge, oltre 30 parlamentari in carica non avrebbero raggiunto la soglia anagrafica richiesta entro il 2026, mentre la deroga consentiva loro di candidarsi comunque alla nuova camera alta.
Per quanto concerne la composizione del nuovo Congresso, formato da 60 senatori e 130 deputati, le elezioni del giugno 2026 restituiscono un quadro di marcata frammentazione politica. Fuerza Popular si è affermato quale primo partito con 22 senatori e 41 deputati; seguono Juntos por el Perú con 14 senatori e 31 deputati, Renovación Popular con 8 senatori e 15 deputati, il Partido del Buen Gobierno con 7 senatori e 19 deputati, il Partido Cívico Obras con 5 senatori e 14 deputati e Ahora Nación con 4 senatori e 10 deputati. Considerato che per l’approvazione delle leggi ordinarie è sufficiente la maggioranza semplice, mentre le leggi organiche richiedono la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera e le riforme costituzionali il voto favorevole dei 2/3 dei membri di entrambe le assemblee, il fujimorismo, non disponendo della maggioranza assoluta né al Senato né alla Camera dei Deputati, per l’approvazione di provvedimenti legislativi di rilievo dipenderà da accordi con le formazioni minori. Si delinea così uno scenario caratterizzato da una costante esigenza di negoziazione politica.
Il ripristino del bicameralismo incide altresì sulla disciplina dei meccanismi di destituzione presidenziale, che rappresentano uno degli elementi centrali delle dinamiche politico-istituzionali peruviane. In particolare, la legge n. 31988 ha modificato la disciplina dell’antejuicio o juicio político (artt. 99 e 100 Cost.). Prima della riforma, la fase dell’accusa rientrava nella competenza della Commissione Permanente, mentre il giudizio era demandato alla plenaria; la revisione costituzionale ha invece distribuito le due fasi tra le due Camere, secondo un modello maggiormente riconducibile alla tradizione classica dell’impeachment bicamerale. Anche la disciplina della procedura di vacanza presidenziale è stata modificata. La dichiarazione di vacanza richiede ora l’approvazione dei 2/3 dei componenti di entrambe le Camere, ossia 40 senatori e 87 deputati. Si tratta di una soglia che rende l’attivazione dell’istituto strutturalmente più complessa rispetto al previgente sistema unicamerale, nel quale era sufficiente il voto favorevole di 87 parlamentari su 130. In tale scenario, Fuerza Popular, disponendo di circa 1/3 dei seggi complessivi, gode di una posizione di veto difensivo idonea a impedire qualsiasi tentativo di destituzione sostenuto esclusivamente dalle forze di opposizione. Ciò nondimeno, il ripristino della struttura bicamerale non appare, di per sé, sufficiente a invertire la tendenza del Congresso a concentrare un potere sproporzionato rispetto agli altri organi costituzionali. La recente esperienza istituzionale dimostra come le prassi applicative possano alterare il funzionamento anche di strumenti concepiti quali garanzie di stabilità e come la frammentazione del sistema partitico e la volatilità delle coalizioni parlamentari continuino a rappresentare i principali fattori strutturali che incidono sulla governabilità del Paese.
L’insediamento di Keiko Fujimori, il 28 luglio 2026 in occasione dell’anniversario dell’indipendenza nazionale, chiude un ciclo politico-istituzionale straordinariamente travagliato, caratterizzato dall’avvicendamento di nove presidenti della Repubblica nell’arco di un decennio, dall’interruzione anticipata di sei mandati presidenziali e da due destituzioni nei soli sette mesi precedenti le elezioni, e inaugura una fase nella quale resta da verificare se le innovazioni introdotte saranno effettivamente in grado di correggere gli elementi strutturali che hanno alimentato l’instabilità politica dell’ultimo decennio. L’esiguo margine di vittoria – pari a soli 49.641 voti, interamente riconducibile al voto della diaspora – e il deficit di legittimazione originaria che accomunava entrambi i candidati ammessi al ballottaggio delineano condizioni di partenza particolarmente fragili. Sebbene la legge n. 31988 abbia indirettamente introdotto un elemento di riequilibrio istituzionale, innalzando la soglia richiesta per la dichiarazione di vacanza della Presidenza della Repubblica, il ripristino del bicameralismo – e, in particolare, il modello adottato in Perù – non sembra idoneo né a risolvere la crisi di rappresentanza che attraversa il sistema politico del Paese, né a neutralizzare il rischio che il legislativo continui a fare ricorso agli strumenti di controllo politico al di fuori dei presupposti di eccezionalità che ne dovrebbero giustificare l’attivazione.


Il ciclo infinito delle sostituzioni presidenziali in Perù: la censura del presidente ad interim José Enrique Jerí Oré

A soli quattro mesi dall’assunzione dell’incarico, il presidente ad interim del Perù, José Enrique Jerí Oré, è stato rimosso dalla carica per volontà del Congresso della Repubblica. Il 17 febbraio 2026, il parlamento ha ammesso alla discussione le sette mozioni iscritte all’ordine del giorno, aventi ad oggetto la proposta di censura del capo dello Stato ad interim. Nella medesima giornata, la plenaria, con 75 voti favorevoli, 24 contrari e 3 astensioni, ha approvato la censura di Jerí e il giorno successivo ha eletto, ai sensi dell’articolo 12 del Regolamento del legislativo, il deputato José María Balcázar (PL - Perú Libre), alla presidenza del Congresso e, di conseguenza, per assumere la carica di presidente della Repubblica.
Jerí Oré aveva assunto la presidenza il 10 ottobre 2025, in seguito alla destituzione di Dina Ercilia Boluarte Zegarra (Risoluzione del Congresso n. 001-2025-2026-CR) per “permanente incapacidad moral” (incapacità morale permanente). Ai sensi della Costituzione del Paese, in assenza dei due vicepresidenti, la funzione di capo di Stato deve essere assunta dal presidente del Congresso (art. 115.2) e a ricoprire tale carica al momento della destituzione di Boluarte era appunto José Enrique Jerí Oré, eletto nel luglio 2025 con 79 voti favorevoli. Nell’arco di quattro anni, egli è passato dalla posizione di legislatore supplente per il seggio di Lima, in sostituzione dell’ex capo dell’esecutivo Martín Vizcarra decaduto per fatti di corruzione, alla carica di presidente della Repubblica ad interim. Si rileva, altresì, che, in sede elettorale, il candidato del partito conservatore Somos Perú (SP) aveva conseguito soltanto 11.654 voti, senza concrete possibilità di elezione. La sua carriera politica, inoltre, è risultata contrassegnata da indagini comprendenti denunce per abuso sessuale, disobbedienza all’autorità e presunti atti di corruzione. Tale situazione non ha subito mutamenti nel corso del breve mandato presidenziale, durante il quale è stato coinvolto in plurime controversie pubbliche, tra cui il cosiddetto “Chifagate”, consistente in incontri non dichiarati con un imprenditore cinese, circostanza che ha sollevato sospetti di conflitto di interessi e abuso di influenza. Tale scandalo, unitamente alle critiche concernenti la gestione di nomine politiche e alla crescente pressione dell’opinione pubblica e parlamentare, hanno determinato la sua rimozione.
La mozione di censura è disciplinata dall’articolo 132 della Costituzione e ulteriormente regolata dagli articoli 68 e 86 del Regolamento del Congresso. La consacrazione e l’evoluzione di tale istituto come meccanismo di controllo parlamentare sull’esecutivo risalgono nell’ordinamento peruviano al 1847, e da allora esso ha costituito un elemento stabile della tradizione costituzionale di questo Paese. La Costituzione attualmente vigente, entrata in vigore nel 1993, prevede che la censura possa essere proposta nei confronti del Consiglio dei ministri nel suo complesso ovvero di un singolo ministro da almeno il 25% del numero legale dei membri del Congresso e ai fini dell’approvazione, dopo un periodo di “raffreddamento” di almeno tre giorni, è richiesto il voto favorevole della maggioranza assoluta del numero legale dei parlamentari.
L’articolo 68 del Regolamento del Congresso, però, include, tra le mociones de orden del día, la facoltà di presentare una mozione di censura anche nei confronti dei componenti dell’ufficio di presidenza, ivi compreso il suo presidente (lettera d). Si configura, pertanto, uno strumento di responsabilità politica interna all’organo legislativo, distinto dalla mozione di censura ministeriale, che trova il proprio fondamento nell’articolo 94 della Costituzione, che riconosce al legislativo autonomia organizzativa e regolamentare. La procedura richiede la presentazione della mozione da parte di almeno il 15% del numero legale dei membri del parlamento e la sua immediata calendarizzazione per la discussione in seduta plenaria, qualora sia presentata nel corso della stessa, o per la sessione immediatamente successiva. L’eventuale approvazione determina la decadenza dalla carica ricoperta, senza tuttavia incidere sul mandato parlamentare, trattandosi di revoca di una funzione interna e non di una sanzione incidente sullo status rappresentativo. Tale meccanismo esprime una forma di controllo orizzontale intra-parlamentare, coerente con il principio di auto-organizzazione dell’assemblea, e si distingue dalla censura ministeriale, la quale incide invece sul rapporto fiduciario intercorrente tra legislativo ed esecutivo.
In tale contesto, l’utilizzo dello strumento della mozione di censura per determinare la cessazione dalla carica di presidente della Repubblica ha assunto carattere inedito, risultando fondato sulla peculiare situazione giuridica di José Enrique Jerí Oré, che esercitava le funzioni di capo di Stato in via interinale in quanto presidente del Congresso, carica rispetto alla quale è stata deliberata la censura. In particolare, la terza mozione all’ordine del giorno (n. 21247/2025-CR) ha posto a fondamento della richiesta di censura la manifesta e grave inidoneità di Jerí Oré a permanere nella carica di presidente del parlamento e, per effetto del meccanismo di successione costituzionale, nella funzione di presidente della Repubblica.
Nel corso della sessione straordinaria convocata per la discussione delle mozioni di censura, la parlamentare Ana Zegarra Saboya (SP) ha presentato un’altra mozione d’ordine del giorno, successivamente respinta dall’assemblea plenaria, in cui sosteneva che sarebbe stato più conforme all’assetto costituzionale attivare la procedura di vacanza presidenziale ai sensi dell’articolo 113 della Costituzione. Ciò in quanto riteneva che i fatti oggetto di valutazione attenessero a condotte poste in essere nell’esercizio delle funzioni di capo dello Stato e non in quelle di presidente del Congresso. La parlamentare ha altresì richiamato l’articolo 43 della carta costituzionale, che sancisce il principio della separazione dei poteri, evidenziando come una sua eventuale violazione avrebbe potuto integrare un atto costituzionalmente illegittimo da parte del parlamento.
L’approvazione della mozione di censura nei confronti di Jerí, invece, ha determinato un’estensione in fatto del controllo parlamentare anche nei confronti del titolare pro tempore del potere esecutivo. Non si è trattato, pertanto, di un procedimento di destituzione presidenziale in senso proprio. L’ordinamento costituzionale peruviano contempla, infatti, due strumenti di rimozione del capo dello Stato: il juicio político, assimilabile all’istituto dell’impeachment, sebbene con significative differenze rispetto al modello statunitense; e la dichiarazione di vacanza presidenziale ai sensi dell’articolo 113 della Costituzione, istituto di matrice propriamente peruviana, segnatamente nella declinazione dell’“incapacità morale permanente”.
Per quanto riguarda il primo degli istituti menzionati, nei Paesi dell’America Latina questo strumento condivide solo in parte le origini storiche dell’impeachment statunitense, che risalgono all’ordinamento della madrepatria. Nel contesto latinoamericano, infatti, secondo alcuni, è possibile individuare per tale meccanismo elementi in comune anche con l’istituto del juicio de residencia di epoca coloniale, che prevedeva che i viceré, al termine del proprio mandato, rendessero conto del proprio operato alle autorità locali. Alle dovute differenze di origine storica, si aggiunge una disciplina solo parzialmente diversa che caratterizza gli ordinamenti dell’America Latina per una maggiore rigidità procedurale, quale riflesso del peculiare modello presidenziale dell’area, contraddistinto da un potere esecutivo preponderante rispetto agli altri organi dello Stato. Tale configurazione ha determinato una tendenza costituzionale a rendere più complesso e gravoso il procedimento di messa in stato d’accusa e di giudizio dei capi di Stato. Ciò nonostante, ha conosciuto, negli ultimi decenni, un impiego sempre più frequente, spesso motivato da ragioni di opportunità politica piuttosto che da una reale esigenza di tutela dell’ordine costituzionale. La Costituzione peruviana disciplina l’istituto dell’impeachment agli articoli 99 e 100, sotto la denominazione di antejuicio o juicio político. Prima della reintroduzione del bicameralismo, disposta con la Legge n. 31988, pubblicata il 20 marzo 2024 ed efficace a decorrere dalle prossime elezioni generali di aprile 2026, la fase dell’accusa rientrava nella competenza della Commissione Permanente, mentre il giudizio spettava al Congresso in seduta plenaria, senza la partecipazione dei membri che avevano deliberato sull’accusa.
Lo strumento della vacanza presidenziale per “incapacità morale permanente”, invece, si caratterizza per un’elevata discrezionalità valutativa, atteso che l’accertamento dell’incapacità morale è rimesso in larga misura a considerazioni di natura politico-sociale e, conseguentemente, all’orientamento contingente del Congresso data anche l’assenza di parametri normativi stringenti. La debole coesione partitica, la marcata frammentazione del parlamento e l’assenza di rielezione legislativa hanno contribuito a delineare un contesto istituzionale peculiare, nel quale la dichiarazione di “incapacità morale permanente” è stata impiegata non soltanto in presenza di gravi violazioni, ma anche in risposta a crisi politiche contingenti, a conflitti tra i poteri dello Stato o a significative perdite di consenso. Tale strumento è stato utilizzato, recentemente, oltre che per la rimozione di Dina Ercilia Boluarte Zegarra nel 2025, anche nei confronti di Pedro Castillo nel 2022, di Martín Vizcarra nel 2020 e di Pedro Pablo Kuczynski nel 2018.
Nel corso dell’ultimo decennio, il Perù ha avuto nove presidenti della Repubblica, sei dei quali hanno visto il proprio mandato interrompersi anticipatamente rispetto alla scadenza costituzionale. Tale instabilità istituzionale appare riconducibile, almeno in parte, alla crisi del sistema partitico, tanto sotto il profilo morale quanto ideologico. Il Congresso rappresenta una delle istituzioni maggiormente oggetto di sfiducia da parte della cittadinanza, anche in ragione delle diffuse accuse e condanne per corruzione nei confronti di esponenti politici. Secondo un recente sondaggio dell’Instituto de Estudios Peruanos (IEP), l’87% dei cittadini peruviani esprime disapprovazione nei confronti dell’operato di tale organo. Inoltre, pur in assenza di ampie maggioranze partitiche, si sono progressivamente delineate coalizioni funzionali, orientate al perseguimento di obiettivi comuni anche in mancanza di convergenza ideologica. In tale contesto, forze politiche di destra, quali Fuerza Popular (partito dell’ex candidata presidenziale Keiko Fujimori), Renovación Popular e Alianza para el Progreso, nonché formazioni di sinistra come Perú Libre – partito che ha condotto alla presidenza Pedro Castillo e cui appartiene anche l’attuale capo di Stato Balcázar – hanno raggiunto accordi in occasione di decisioni politiche di rilievo.
La reiterata e forzata alternanza alla presidenza appare riconducibile anche ad un’incidenza sempre più penetrante del Congresso della Repubblica nella determinazione e nella stabilità del potere esecutivo, fenomeno che parte della dottrina ha qualificato quale forma di golpe de Estado istituzionalizzato di natura parlamentare.
Tale dinamica deve essere letta alla luce della peculiare configurazione del presidenzialismo peruviano. Accanto alle caratteristiche tipiche della forma di governo presidenziale latinoamericana (riassumibili nell’elezione diretta di un Capo di Stato che presenta una spiccata funzione di colegislatore, essendo titolare del potere di iniziativa legislativa e di strumenti idonei a influenzare lo svolgimento dei lavori parlamentari, nonché di poteri straordinari o di crisi particolarmente pervasivi e nella struttura degli organi legislativi, che risultano più deboli sia rispetto ai capi di Stato latinoamericani sia rispetto al loro omologo statunitense), si aggiungono alcuni «tratti parlamentari».
Questi ultimi determinano l’instaurazione di un rapporto tra presidente e Congresso che, pur non qualificabile in termini propriamente fiduciari secondo il modello parlamentare classico, si fonda su un equilibrio politico delicato e frequentemente instabile. L’esecutivo è un organo collegiale formato dal presidente della Repubblica e dal Consiglio dei ministri. Il capo dello Stato nomina e revoca il presidente del Consiglio e i ministri che devono però mantenere la fiducia del Congresso. Al tempo stesso, il presidente della Repubblica dispone del potere di scioglimento dell’assemblea. Quest’ultima è una prerogativa di particolare rilievo, tale da indurre parte della dottrina a qualificare il sistema come forma di «presidenzialismo egemonico» in quanto risulterebbe significativamente rafforzata la posizione del capo dello Stato nei confronti del legislativo, consentendogli di esercitare una pressione istituzionale in grado di incidere sull’equilibrio tra i poteri e accentuare l’autoritarismo presidenziale.
Nel caso peruviano, però, il Congresso ha sviluppato prassi applicative tali da utilizzare gli strumenti di parlamentarizzazione presenti nell’ordinamento a proprio vantaggio, anche al di fuori dei presupposti di eccezionalità che ne dovrebbero legittimare l’attivazione, riuscendo attraverso un loro utilizzo sistematico e reiterato a concentrare un potere sproporzionato rispetto agli altri organi costituzionali, incluso l’esecutivo. Tale dinamica ha contribuito a mantenere il Paese in una condizione di perdurante tensione istituzionale e di costante incertezza, alla quale difficilmente porrà rimedio la nuova configurazione del parlamento. Il ripristino della struttura bicamerale e la composizione che deriverà dalle consultazioni elettorali previste per il prossimo aprile, infatti, non appaiono idonei a invertire tale tendenza.


La destituzione di Dina Boluarte: la prassi dell’“incapacità morale permanente” dei presidenti peruviani

Il 10 ottobre 2025, il Congresso della Repubblica del Perù ha deliberato la destituzione della presidente della Repubblica, Dina Ercilia Boluarte Zegarra, mediante la Risoluzione del Congresso n. 001-2025-2026-CR, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale “El Peruano”. Con tale atto, l’Assemblea ha dichiarato la “permanente incapacidad moral” (incapacità morale permanente) della presidente, ai sensi delle disposizioni costituzionali vigenti che prevedono espressamente la figura della “vacanza presidenziale”. In particolare, l’articolo 113 elenca cinque ipotesi che comportano la dichiarazione di vacanza della presidenza della Repubblica: la morte del presidente, l’incapacità morale o fisica permanente dichiarata dal Congresso, l’accettazione delle dimissioni da parte del legislativo, l’uscita dal territorio nazionale senza autorizzazione o il mancato rientro entro il termine stabilito e la destituzione per violazione della costituzione.
Il processo parlamentare nei confronti di Boluarte è stato avviato il 9 ottobre in seguito alla presentazione di quattro mozioni iscritte all’ordine del giorno, finalizzate alla destituzione della presidente. La discussione delle mozioni si è svolta nella stessa giornata, con un dibattito iniziato alle ore 23:30, cui ha fatto seguito la votazione plenaria. Tali mozioni si fondavano, principalmente, su gravi accuse di corruzione mosse alla presidente e sull’incapacità dell’esecutivo di affrontare l’acuirsi dell’insicurezza pubblica. L’evento che ha dato impulso decisivo al procedimento è stato l’attacco armato verificatosi durante l’esibizione del gruppo musicale Agua Marina nel distretto di Chorrillos, a Lima, nel corso del quale un gruppo armato ha fatto irruzione nel locale aprendo il fuoco contro il pubblico e ferendo cinque persone. Tale episodio ha avuto un immediato impatto sull’opinione pubblica, accentuando la percezione di insicurezza diffusa nel Paese e sollevando forti critiche da parte di diversi settori politici e sociali, che hanno denunciato l’incapacità del governo di garantire l’ordine e la sicurezza dei cittadini.
Nel corso della medesima giornata, l’Assemblea plenaria del Congresso ha ammesso le quattro mozioni di dichiarazione di permanente incapacità morale, avendo ciascuna superato la soglia minima di 56 voti richiesta per la loro discussione. Tali iniziative sono state promosse prevalentemente da gruppi parlamentari di centro-destra che, fino ad allora, avevano sostenuto la presidente nel corso dei quasi tre anni di mandato, tra cui Renovación Popular, Alianza para el Progreso, Fuerza Popular, Podemos Perú, Avanza País, Acción Popular. Ai sensi della normativa costituzionale peruviana, la destituzione del Capo dello Stato richiede una maggioranza qualificata di 87 voti su un totale di 130 membri del Congresso unicamerale. Tale quorum è stato ampiamente superato nella votazione finale, che ha registrato 118 voti a favore, sancendo la rimozione di Dina Boluarte dalla carica presidenziale.
La stessa ascesa al potere di Dina Boluarte era avvenuta a seguito di una destituzione presidenziale, circostanza che, come si analizzerà più avanti, costituisce un fenomeno ricorrente nella storia politica peruviana, riconducibile alle peculiarità del modello presidenziale vigente e che a sua volta incide in modo significativo sul funzionamento della forma di governo. Boluarte, infatti, ha assunto la carica di presidente della Repubblica del Perù nel dicembre 2022, a seguito del fallito tentativo di colpo di Stato posto in essere dall’allora presidente Pedro Castillo Terrones, e la sua ascesa al potere è stata accompagnata dalla promessa di ripristinare la stabilità istituzionale e di favorire il dialogo democratico nel Paese. Anche la revoca di Castillo era stata dichiarata in seguito alla decisione del Congresso di dichiararne l’incapacità morale permanente ai sensi dell’articolo 113 della costituzione.
Tuttavia, sin dai primi mesi del suo mandato, Boluarte si è trovata a fronteggiare un ampio malcontento popolare. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto Datum Internacional, il suo indice di disapprovazione, poco prima della destituzione, aveva raggiunto il 93%, con una quasi totale perdita di consenso tra la popolazione giovanile. Parallelamente, diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, nonché la procura della Repubblica, hanno avviato indagini preliminari nei suoi confronti per presunti reati di omicidio e genocidio, connessi alla gestione delle proteste popolari. L’usura politica della presidente è stata ulteriormente accentuata dall’apertura di inchieste per corruzione e dalla controversa decisione di incrementare il proprio stipendio, portando la sua retribuzione mensile a oltre 35.500 soles (circa 10.000 dollari statunitensi). Tale misura ha suscitato un diffuso disappunto nell’opinione pubblica e ha contribuito ad aggravare la crisi di legittimazione dell’esecutivo.
A differenza di quanto avviene in altri ordinamenti latinoamericani, geograficamente e istituzionalmente vicini, nei quali si è fatto ricorso all’istituto del juicio político per innestare meccanismi tipici dei sistemi parlamentari in seno alle forme di governo presidenziali, il Perù sembra aver individuato una via alternativa, facendo leva sulla vaghezza testuale della propria legge fondamentale. La destituzione presidenziale rappresenta un fenomeno ricorrente, nel contesto peruviano, e peculiare, nel panorama politico latinoamericano. Negli ultimi dieci anni, quattro presidenti sono stati rimossi per decisione del Congresso, segnando una tendenza senza eguali nella regione. Tale frequenza trova fondamento in una combinazione di fattori storici, istituzionali e politici, che hanno contribuito a plasmare un sistema nel quale la dichiarazione di “incapacità morale permanente” si è consolidata come strumento di controllo parlamentare di particolare rilievo, sebbene utilizzato in chiave politica.
L’uso di tale istituto affonda le proprie radici nella storia politico-costituzionale del Perù. Il primo caso documentato risale al giugno 1823, quando il Presidente José de la Riva Agüero fu destituito per decisione del Parlamento. Quasi un secolo dopo, nel 1914, il Presidente Guillermo Billinghurst fu rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di convocare una legislatura straordinaria necessaria all’approvazione del bilancio statale. In tempi più recenti, il 19 novembre 2000, il Congresso della Repubblica dichiarò la vacanza della carica presidenziale dell’allora capo dello Stato Alberto Fujimori, il quale, trovandosi all’estero, aveva tentato di rassegnare le proprie dimissioni tramite fax. La destituzione fu formalizzata sulla base della sua “incapacità morale permanente”.
In epoca più recente, diversi presidenti in Perù non hanno portato a termine il proprio mandato in seguito ad una dichiarazione di “incapacità morale permanente” pronunciata dal Congresso: oltre ai già menzionati Pedro Castillo e Dina Boluarte, i precedenti riguardano Pedro Pablo Kuczynski e Martín Vizcarra.
Kuczynski ha occupato la presidenza dal 2016 al 2018 ed è stato il primo, in età contemporanea, a essere coinvolto in tale procedura. La sua destituzione è intervenuta a seguito delle segnalazioni del Congresso concernenti presunti legami con la società Odebrecht, nell’ambito dell’omonimo scandalo di corruzione internazionale. Sebbene Kuczynski avesse rassegnato le proprie dimissioni prima della votazione parlamentare, la successiva mozione di revoca ne sancì formalmente la cessazione anticipata del mandato presidenziale. Analoga sorte è toccata al suo successore, Martín Vizcarra (in carica dal 2018 al 2020), dichiarato incapace moralmente in via permanente il 9 novembre 2020, quando il Congresso ha approvato la sua destituzione sulla base delle accuse di presunta percezione di tangenti durante l’esercizio delle sue funzioni di governatore della regione di Moquegua. Il caso più recente è quello del Presidente Pedro Castillo Terrones, il cui mandato, iniziato nel 2021, si è concluso nel 2022, in risposta al tentativo di scioglimento del parlamento promosso dallo stesso capo dello Stato. Nella risoluzione legislativa che ne sancì la rimozione, il Congresso ha affermato che l’ex Presidente aveva tentato di «usurpar funciones públicas, impedir el funcionamiento de los poderes del Estado y violentar el orden constitucional» richiamando espressamente l’articolo 46 della costituzione peruviana, secondo cui «nessuno deve obbedienza a un governo usurpatore». Anche in tale occasione, la destituzione è stata disposta per “incapacità morale permanente” ed è stato applicato il regime di successione previsto dall’articolo 115 della legge fondamentale, che, come già detto, ha comportato l’assunzione della carica da parte dell’allora vicepresidente Dina Boluarte.
Come noto, nei regimi presidenziali, la rimozione anticipata del capo dello Stato, eletto direttamente dal corpo elettorale, è di norma affidata all’istituto dell’impeachment, il quale ha assunto nel tempo connotazioni differenti nei vari ordinamenti che lo hanno recepito, adattandolo alle proprie esigenze istituzionali. In particolare, nei Paesi dell’America Latina, questo strumento è comunemente denominato juicio político e condivide solo in parte le origini storiche dell’impeachment statunitense, che risalgono all’ordinamento della madrepatria. Nel contesto latinoamericano, infatti, secondo alcuni, è possibile individuare per tale meccanismo elementi in comune anche con l’istituto del juicio de residencia, risalente all’epoca coloniale, che prevedeva che, al termine del proprio mandato, i viceré rendessero conto del loro operato alle autorità locali. Alle dovute differenze di origine storica, si aggiunge una disciplina solo parzialmente diversa che caratterizza gli ordinamenti dell’America Latina per una maggiore rigidità procedurale, quale riflesso del peculiare modello presidenziale dell’area, contraddistinto da un potere esecutivo preponderante rispetto agli altri organi dello Stato. Tale configurazione ha determinato una tendenza costituzionale a rendere più complesso e gravoso il procedimento di messa in stato d’accusa e di giudizio dei presidenti della Repubblica, con l’obiettivo di preservare la stabilità della presidenza e la sua indipendenza funzionale. Ciò nonostante, questo meccanismo ha conosciuto, negli ultimi decenni, un impiego sempre più frequente, spesso motivato da ragioni di opportunità politica piuttosto che da una reale esigenza di tutela dell’ordine costituzionale. Il contesto peruviano costituisce un caso peculiare nel panorama latinoamericano contemplando l’istituto della vacanza presidenziale, a norma dell’articolo 113 della costituzione. Tra le fattispecie previste, la più controversa e oggetto di ampio dibattito dottrinale e politico è proprio quella relativa all’“incapacità morale permanente”, in ragione della sua intrinseca indeterminatezza concettuale. Gli altri motivi – quali la morte, l’incapacità fisica, le dimissioni, la fuga dal territorio nazionale e la violazione della costituzione – presentano infatti carattere oggettivo e verificabile, mentre la valutazione dell’incapacità morale dipende in larga misura da elementi di natura politico-sociale e, conseguentemente, dall’orientamento contingente del Congresso.
Il Tribunale Costituzionale del Perù è intervenuto in più occasioni per delimitare la portata e i limiti dell’istituto della vacanza presidenziale. In particolare, con la sentenza n. 0006-2003-AI/TC, la corte ha esortato il legislativo a disciplinare mediante legge una procedura specifica e a richiedere una maggioranza qualificata dei 2/3 dei membri per la sua approvazione, al fine di prevenire applicazioni arbitrarie o sproporzionate del potere di destituzione. Successivamente, con la decisione n. 01803-2023-PHC/TC, emessa in occasione della destituzione del presidente Castillo, il Tribunale ha precisato che il motivo dell’incapacità morale permanente attribuisce al Congresso un potere interpretativo di natura politica, la cui esercitazione deve tuttavia avvenire in modo eccezionale, nel rispetto dei principi di ragionevolezza, proporzionalità e garanzia del giusto processoInizio modulo
Il processo volto a dichiarare la vacanza della carica presidenziale è disciplinato dall’articolo 89-A del Regolamento del Congresso, come modificato in seguito alla decisione del Tribunale Costituzionale del 2023. Tale procedura prende avvio con la presentazione di una mozione sottoscritta da almeno il 20% dei membri del Congresso, nella quale devono essere chiaramente indicati i fondamenti di fatto e di diritto. Affinché la mozione possa essere ammessa alla discussione, è necessario il voto favorevole del 40% dei legislatori. L’assemblea plenaria stabilisce quindi un calendario per la discussione e la votazione, che non può aver luogo prima del terzo giorno né oltre il decimo giorno dall’ammissione, salvo diverso accordo tra i membri. Durante la discussione, il presidente interessato ha diritto di presentare la propria difesa, personalmente o tramite un avvocato, per un tempo massimo di sessanta minuti. La revoca della carica presidenziale è approvata solo se ottiene il voto favorevole di almeno i 2/3 del numero legale dei membri del Congresso, ossia 87 su 130. La risoluzione che dispone la destituzione è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore immediatamente.
Questa disciplina ha reso possibile l’utilizzo ripetuto della vacanza presidenziale come meccanismo di controllo politico, superando, per frequenza e funzione, persino la tradizione dei sistemi parlamentari europei. La debole coesione dei partiti, la frammentazione del Congresso e l’assenza di rielezione legislativa hanno contribuito a creare un contesto peculiare, nel quale la dichiarazione di vacanza per “permanente incapacidad moral” è stata impiegata non soltanto in presenza di gravi violazioni, ma anche come risposta a crisi politiche contingenti, conflitti istituzionali o perdite di consenso. La tendenza all’uso ricorrente della vacanza presidenziale in Perù, così come del juicio político in altri ordinamenti dell’America Latina, se da un lato può essere interpretata come un ulteriore passo verso la “parlamentarizzazione” della forma di governo presidenziale latinoamericana, dall’altro lato rischia di tradursi in un “colpo di Stato parlamentare” qualora il suo impiego venga distorto o strumentalizzato a fini politici.