Emanuele Gabriele
Le elezioni presidenziali del 2025 in Irlanda tra deficit di legittimazione e possibile riarticolazione del ruolo presidenziale
Il 24 ottobre scorso si sono celebrate le elezioni del Capo dello Stato irlandese. La nuova Presidente, Catherine Connolly, si è insediata nella Áras an Uachtaráin l’11 novembre. L’evento ha suscitato una notevole attenzione non solo a livello nazionale, ma anche da parte della stampa internazionale, che raramente rivolge un simile interesse verso le consultazioni presidenziali di Dublino. I motivi di questo coinvolgimento sono da ascriversi principalmente al background politico della vincitrice e alle posizioni politiche da questa espresse in campagna elettorale, particolarmente critiche nei confronti della Nato, della politica estera statunitense e del riarmo europeo, e fortemente a favore della causa palestinese, giungendo a sostenere un ruolo di Hamas nel processo di ricostruzione post-conflitto, allontanandosi così dalle affermazioni comunemente rese nel panorama politico europeo.
Gli spunti di interesse di natura istituzional-costituzionale del processo elettorale sono, comunque, ancor più numerosi, e si riferiscono tanto ai peculiari profili giuridici che definiscono le regole di conduzione della consultazione presidenziale nell’ordinamento dell’Isola, quanto alle contingenti caratteristiche del voto di ottobre, a loro volta influenzate dalla particolare congiuntura partitica del contesto irlandese.
Dal primo punto di vista, le peculiarità della formula e del sistema elettorale rendono il Presidente irlandese l’unico Capo di Stato ad essere eletto direttamente e tramite il sistema del voto alternativo (i soli casi assimilabili sono quello indiano, dove però il Presidente dell’Unione è eletto indirettamente, e quello srilankese, dove invece si applica una variante che rinuncia ad alcune caratteristiche fondamentali del modello di Dublino), in base a quanto espressamente stabilito dalla Costituzione del 1937 all’articolo 12.2.3°.
Secondo il sistema del voto alternativo, gli elettori indicano i vari candidati sulla scheda in ordine decrescente di preferenza. Il candidato che ottiene il maggior numero di prime preferenze viene eletto solo qualora queste superino il 50% dei voti totali. Se ciò non avviene, il candidato con meno prime preferenze viene eliminato, e i secondi voti delle sue schede vengono redistribuiti agli altri. La formula elettorale consente quindi di procedere, in un unico turno, fino al raggiungimento della maggioranza assoluta da parte di un candidato.
Le elezioni presidenziali si svolgono secondo quanto stabilito dal già ricordato articolo 12 della Costituzione del 1937, in combinato disposto col Presidential Elections Act 1993 e con l’Electoral Reform Act 2022. Il Presidente della Repubblica è eletto per un mandato settennale (articolo 12.3.1° Cost.), rinnovabile una sola volta (articolo 12.3.2° Cost.), e le elezioni si tengono non più di 60 giorni prima della scadenza del settimo anno del mandato (articolo 12.3.3° Cost.). L’intervallo temporale di nomina dei candidati e la data delle elezioni sono stabilite tramite un decreto emanato dal Minister for Housing, Local Government and Heritage.
L’elettorato attivo è riconosciuto, ai sensi dell’articolo 12.2.2° Cost., a tutti i cittadini irlandesi che abbiano compiuto 18 anni e che abbiano diritto di voto nelle elezioni per il Dáil Éireann (la Camera bassa dell’Oireachtas, il Parlamento di Dublino). Poiché il registro elettorale per il Dáil si basa sulla residenza all’interno di una circoscrizione territoriale, i cittadini irlandesi che vivono all’estero non possono votare per il Presidente (ma fanno eccezione i diplomatici e i militari in servizio fuori dal Paese). A tal proposito, è opportuno notare come siano attualmente in discussione all’Oireachtas due progetti di revisione costituzionale volti a modificare le disposizioni in materia di elettorato attivo. In particolare, il Forty-first Amendment of the Constitution (Reduction of Voting Age to Sixteen Years) Bill 2025 vuole emendare l’articolo 16.1.2° della Costituzione, per garantire la possibilità di votare alle elezioni del Dáil anche ai sedicenni. Stante la lettera del già ricordato articolo 12.2.2°, tale disposizione ridurrebbe l’età per godere dell’elettorato attivo anche nelle elezioni presidenziali. Il secondo bill costituzionale (il Forty-first Amendment of the Constitution (Voting Rights in Presidential Elections) Bill 2025) vuole emendare l’articolo 12.2.2° della Costituzione, ampliando il diritto di voto nelle elezioni presidenziali anche a ogni cittadino maggiorenne che “ordinarily resides outside the State but in the island of Ireland”, con ciò riconoscendo il diritto di voto a circa 700.000 individui che, pur risiedendo nell’Irlanda del Nord, hanno scelto di acquisire la cittadinanza irlandese ai sensi dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998.
L’elettorato passivo è invece condizionato, oltre che al godimento dei diritti politici, al raggiungimento del trentacinquesimo anno di età e al soddisfacimento dei requisiti per presentare la candidatura, stabiliti dall’articolo 12.4 della Costituzione, i quali connotano un’ulteriore peculiarità del sistema elettorale irlandese, rendendo l’accesso alla corsa particolarmente restrittivo. In particolare, per essere designati a concorrere alla carica occorre essere nominati da almeno 20 membri del Parlamento, ovvero dalla maggioranza dei componenti di quattro dei 31 consigli locali (articolo 12.4.2° Cost.). Nel caso di ex Presidenti, è inoltre ammessa l’autocandidatura (articolo 12.4.4° Cost.). Dei 36 candidati alla carica che hanno preso parte alle 14 elezioni presidenziali svoltesi dal 1938, 22 sono stati nominati da membri dell’Oireachtas, 10 sono stati designati da consigli locali, e quattro si sono autocandidati. In quest’ultimo caso, il Presidente uscente è sempre stato riconfermato, tre volte (presentandosi da solo) senza neppure lo svolgimento della consultazione.
Quelle di quest’anno sono state le prime elezioni in 14 anni in cui non ha concorso l’attuale Presidente Michael Higgins, in carica dal 2011 (quando vinse alla quarta redistribuzione delle preferenze degli elettori), e riconfermato nel 2018 (quando invece ottenne più del 55% di prime preferenze). La consultazione del 24 ottobre scorso, a cui ha partecipato il 45,8% degli aventi diritto, ha visto Catherine Connolly ottenere il 63,36% di prime preferenze (contro il 29,46% di Heather Humphreys e il 7,18% di Jim Gavin), permettendole di vincere la carica con ampio margine, senza la necessità di procedere con la redistribuzione dei secondi voti.
Passando ora alle caratteristiche della tornata di ottobre, sembrano almeno tre i fattori che hanno determinato le peculiarità della consultazione. Il primo, e principale, è stata l’assunzione sostanziale della corsa alla presidenza da parte di due sole candidate, fattore insolito negli ultimi decenni di storia costituzionale irlandese. Dal 1990, infatti, in tutte le elezioni presidenziali si sono presentati almeno tre designati (nello specifico: tre nel 1990, cinque nel 1997, sette nel 2011 e sei nel 2018, facendo eccezione l’elezione del 2004, che non ebbe luogo perché vedeva la Presidente Mary McAleese concorrere, senza sfidanti, per un secondo mandato). Anche quelle del 2025 si erano aperte ufficialmente, il 24 settembre, con tre personalità in corsa: Jim Gavin, candidato dai parlamentari del Fianna Fáil, Heather Humphreys, espressione di quelli del Fine Gael, e Catherine Connolly, sostenuta da tutte le forze di sinistra dell’opposizione (Sinn Féin, Laburisti, Social Democrats, People Before Profit–Solidarity, Verdi, 100% Redress e tre parlamentari indipendenti).
L’individuazione di un candidato alla presidenza da parte dei principali partiti dell’arco parlamentare (o per lo meno da parte di quelli che riescono a raggiungere, anche con altri, la soglia minima di 20 membri per garantire l’endorsement) è una costante delle elezioni presidenziali in Irlanda, e non soltanto permette al corpo elettorale di esprimersi su un ventaglio di personalità, ma evita pure che la campagna elettorale assuma toni particolarmente politicizzati. Infatti, poiché normalmente le forze politiche esprimono ciascuna un proprio candidato, capita che i partiti della coalizione di Governo corrano separatamente, e che lo stesso facciano le diverse forze dell’opposizione, permettendo ai candidati di condurre una campagna più neutra, in linea con il ruolo eminentemente notarile riconosciuto al Capo dello Stato dalle norme costituzionali.
A seguito del ritiro di Jim Gavin il 5 ottobre – motivato da alcune accuse relative a debiti insoluti nei confronti di un ex coinquilino e da una campagna elettorale considerata poco incisiva – le presidenziali del 2025 hanno assunto, invece, i contorni di un referendum sull’operato dell’Esecutivo di coalizione (guidato da Fianna Fáil e Fine Gael), con Humphreys rappresentante della maggioranza e Connolly espressione dell’opposizione – anche se nella scheda elettorale si è mantenuto, ai sensi dell’articolo 30 del Presidential Elections Act 1993, il nome di Gavin, ritiratosi dalla campagna troppo tardi per vedersi espunto dal ballot paper.
La marcata connotazione identitaria così assunta dalla competizione ha pure causato una reazione fortemente negativa nell’elettorato, tradizionalmente orientato, come osservato, a selezionare il Presidente della Repubblica privilegiando le qualità personali dei candidati piuttosto che la loro appartenenza politica. Un secondo elemento distintivo delle elezioni di ottobre è stato, infatti, il carattere protestatario del voto, espressione del malcontento dovuto alla percezione di un’offerta elettorale priva di candidature realmente rappresentative. Tale dinamica non si è riflessa tanto in una bassa affluenza alle urne – che è stata di circa due punti percentuali superiore a quella della scorsa tornata –, quanto nell’inedita incidenza di schede nulle: ben il 12,9% dei voti espressi, un dato eccezionale anche valutando la consultazione sul piano comparato, e specialmente se confrontato con l’1% registrato nel 2011 e l’1,2% nel 2018.
Si tratta della rappresentazione plastica di una protesta ampia e capillare, che non ha investito solo determinate zone del Paese, ma che è stato particolarmente forte nelle grandi città, Dublino in primis – dove tre circoscrizioni hanno registrato la percentuale più alta di schede nulle, intorno al 20%, superiore anche alle prime preferenze espresse per Humphreys. Il voto di protesta è partito soprattutto dalla frangia conservatrice dell’elettorato, la quale, complice il sistema di individuazione dei candidati visto in precedenza, non ha espresso alcuna candidatura – i piccoli partiti conservatori non arrivavano, infatti, ai 20 membri dell’Oireachtas necessari per esprimere un nome, né tanto meno possiedono la maggioranza dei componenti in almeno quattro consigli locali. Si tratta di un aspetto particolarmente interessante delle dinamiche democratiche interne al Paese, perché dimostra non il semplice disinteresse verso l’esercizio elettorale, ma bensì la consapevole volontà di esprimere dissenso nei confronti del processo di selezione dei candidati, tema che il Taoiseach Micheál Martin non ha potuto ignorare, affermando di essere favorevole ad una revisione della procedura, purché concordata con tutti i partiti dell’arco parlamentare.
Il Primo Ministro ha pure dovuto affrontare le critiche del suo partito, il Fianna Fáil, che gli ha recriminato di aver imposto un candidato inadatto alla campagna elettorale, di aver ignorato altri pretendenti alla carica e, in definitiva, di aver contribuito ad una débâcle elettorale particolarmente grave per un partito che ha (quasi) sempre espresso il candidato vincente. È importante notare come, infatti, tranne che per Mary Robinson nel 1990, tutti i Presidenti irlandesi dal 1938 al 2011 siano stati eletti con il supporto del partito fondato da de Valera. A seguito della crisi finanziaria e della pesante sconfitta nelle elezioni generali del 2011, la formazione decideva di non partecipare alle presidenziali di quell’anno per concentrarsi sulla ricostruzione interna, mentre nel 2018 sosteneva la rielezione dell’attuale Presidente Higgins.
Le elezioni del 2025 rappresentano, pertanto, la seconda occasione in cui la carica presidenziale è stata conquistata da un candidato non sostenuto dal principale partito di Governo. Ciò che distingue tale esito da quello del 1990 risiede, tuttavia, nell’evoluzione del ruolo presidenziale intervenuta negli ultimi decenni, in particolare nel rapporto con l’Esecutivo: un aspetto che costituisce la terza, significativa, peculiarità della recente tornata elettorale.
Del resto, se è certo che la figura costituzionale del Capo di Stato irlandese possieda natura anzitutto cerimoniale e notarile, è altrettanto vero che la prassi costituzionale ha declinato il dettato della Carta del 1937 in modi diversi a seconda dello stile di chi ha ricoperto l’ufficio. Oltre a ciò, e in generale, almeno negli ultimi tre decenni si è assistito a una ricomposizione del ruolo del Presidente della Repubblica, più incline a un certo interventismo e a farsi promotore, similmente a quanto avviene in altre esperienze parlamentari (o sostanzialmente tali), delle istanze provenienti dalla società civile, soprattutto quando ci si trova di fronte all’inerzia della classe politica.
Incanalandosi in questa direzione, Connolly ha già espresso la propria visione, improntata a una manifestazione più disinvolta ed emancipata della Presidenza, e maggiormente incline a fare, del suo Ufficio, la coscienza critica della maggioranza di Governo, anche assumendo il ruolo di controcanto istituzionale, quando a ciò autorizzato dalle regole costituzionali. Lo stile della Presidente in pectore è quello di chi, del resto, dovrà succedere a una personalità politica come quella di Michael Higgins, particolarmente autorevole e gradita all’elettorato, e che è stata in grado di captare le direzioni dell’opinione pubblica e rappresentarne le visioni, anche sostenendo un certo attivismo politico.
Certamente, un eventuale rinnovamento del ruolo del Capo dello Stato, che soltanto la prassi costituzionale potrà mostrare, passerà primariamente attraverso la libera espressione delle sue visioni politiche, ma non è escluso che la nuova Presidente possa far uso pure di quei limitati strumenti che la Carta le riconosce esplicitamente, a partire dalla possibilità, ex articolo 26 della Costituzione, di adire la Corte suprema in via preventiva per chiedere un giudizio sui progetti di legge ritenuti incostituzionali. Un istituto particolarmente gravoso per chi ne fa uso, e che in passato ha persino condotto alle dimissioni del Capo dello Stato – è successo a Ó Dálaigh nel 1976, dopo uno scontro con il Governo Cosgrave a seguito del ricorso alla Corte suprema sull’Emergency Powers Bill, che l’Esecutivo riteneva ultra vires perché esercitato su una legislazione emergenziale, coperta da inconoscibilità giurisdizionale parziale dall’articolo 28.3 della Costituzione –, ma che in futuro potrebbe assumere il ruolo di strumento di ridefinizione funzionale e di leva evolutiva del ruolo presidenziale nell’ordinamento irlandese.
Ordinamento che, con la recente tornata elettorale, sembra assumere un particolare carattere duale: da un lato, sufficientemente duttile da consentire al Presidente di modellare il proprio ruolo in risposta alle istanze politiche e sociali emergenti; dall’altro, ancora fissato a meccanismi di selezione dei candidati alla carica apicale dello Stato che si rivelano ormai inadeguati a garantire una rappresentanza effettiva, come dimostrato dall’inedito livello di astensione critica espresso attraverso l’annullamento delle schede elettorali.
11 Novembre 2025
