La riforma del juicio de amparo messicano e l’accesso al giudice per la tutela dell’ambiente: le ultime pronunce della Corte Suprema allontano il rischio di una regressione

1. Il ricorso di amparo costituisce fin dalla metà del XIX secolo il fulcro del diritto processuale costituzionale messicano.
Costruito in origine per proteggere diritti individuali, è apparso, nel tempo, inadeguato a garantire la tutela dei nuovi diritti fondamentali che non si esauriscono nella sola dimensione individuale.
Due elementi, soprattutto, hanno reso a lungo difficile l’accesso al giudice per la tutela di diritti e interessi collettivi e diffusi, come, ad esempio, il diritto a un ambiente sano, garantito dalla Costituzione federale a partire dal 2012 (art. 4, par. 6, che nella sua precedente formulazione, in vigore dal 1999, già tutelava il diritto a un ambiente adeguato; sulla progressiva costituzionalizzazione della protezione dell’ambiente in Messico, a partire dai primi anni ’80, cfr. E. Ferrer Mac-Gregor).
Il primo è la necessità per il ricorrente di far valere un interés jurídico, quale presupposto esclusivo della legittimazione al ricorso e comunemente inteso come diritto soggettivo individuale del ricorrente, con l’esclusione della tutela per ogni altro interesse.
Il secondo elemento di ostacolo alla tutela di diritti e interessi meta-individuali è il c.d. principio di relatività delle sentenze che accompagna il giudizio di amparo sin dalla sua origine. Secondo tale principio, le sentenze di amparo devono assicurare la protezione del solo ricorrente e limitatamente al caso di specie oggetto del giudizio, senza pronunciarsi in via generale sulla legge o l’atto impugnati. Di fatto, l’interpretazione più tradizionale e restrittiva del principio di relatività circoscrive l’ammissibilità del ricorso ai soli casi in cui un’eventuale sentenza di accoglimento produrrebbe effetti solo nella sfera giuridica del ricorrente, escludendo i ricorsi il cui accoglimento avrebbe effetti di più ampia portata.
A partire almeno dai primi anni 2000, un ampio dibattito dottrinale ha spinto verso un ampliamento delle condizioni di accesso al giudice, facendo leva sulla nozione di interesse legittimo. Traendo ispirazione dall’esperienza maturata in altri Paesi, soprattutto in Italia e Spagna, nonché nel processo amministrativo messicano, si chiedeva di includere tra i presupposti del ricorso, in alternativa all’interesse giuridico-diritto soggettivo, anche l’interesse legittimo, per mezzo del quale avrebbero potuto trovare tutela diritti e interessi collettivi e diffusi (cfr. A. Zaldívar Lelo de Larrea, E. Ferrer Mac-Gregor; quest’ultimo Autore richiama la sentenza del Consiglio di Stato italiano del 1973 nel noto caso Italia Nostra: subito sconfessato dalla Cassazione, l’accostamento, in quella pronuncia, tra interesse legittimo e interesse diffuso ha trovato seguito, più tardi, presso la dottrina messicana).
La doppia riforma costituzionale del giugno 2011 ha operato un radicale cambio di paradigma, una rivoluzione copernicana (così L. Córdova Vianello): da un lato, l’inclusione dell’interesse legittimo, individuale o collettivo, nell’art. 107, tra i presupposti del ricorso di amparo indiretto, come auspicato in dottrina, ha aperto la strada per la tutela di interessi collettivi e diffusi; dall’altro, la nuova centralità dei diritti umani e del principio pro persona (art. 1) ha favorito, nella giurisprudenza successiva alla riforma, un’interpretazione più flessibile delle condizioni di ammissibilità del ricorso, conducendo a un progressivo ripensamento del principio di relatività. La Corte Suprema ha infatti riconosciuto che il giudizio di amparo, se era stato originariamente concepito per proteggere diritti strettamente individuali ed esclusivi, alla luce del mutato paradigma costituzionale può essere utilizzato anche per tutelare diritti di natura collettiva e/o diffusa e che l’interpretazione tradizionale del principio di relatività, se mantenuta, in molti casi finirebbe per frustrare la finalità sostanziale dell’amparo come strumento di tutela di tutti i diritti fondamentali (così AR 1359/2015; nello stesso senso, AR 307/2016, AR 526/2020).
Il timore di un arretramento ha invece caratterizzato il dibattito degli ultimi due anni.
La nuova riforma costituzionale del 2024, promossa dal presidente Andrés Manuel López Obrador e approvata in via definitiva dopo l’elezione di Claudia Sheinbaum, ha ridisegnato il potere giudiziario, prevedendo, in particolare, l’elezione dei giudici federali e locali. La riforma ha destato profonde preoccupazioni per l’indipendenza della magistratura e la tenuta dello Stato di diritto (cfr., nella dottrina italiana, F. Tortolero Cervantes, L. Mancini e D. Valadés su questo stesso Blog e T. Groppi su federalismi.it).
La riforma non ha risparmiato il giudizio di amparo. Diversi aspetti del ricorso sono stati modificati direttamente in occasione della revisione costituzionale e soprattutto intervenendo, nei mesi successivi, sulla disciplina legislativa. In tema di accesso al giudice, il quadro normativo risultante non è per forza recessivo. Ma non può escludersi la possibilità di un’interpretazione restrittiva delle nuove norme, con un arretramento della tutela rispetto all’evoluzione degli anni precedenti (cfr. R. Castellanos su Nexos).
Due recenti pronunce della Corte suprema – le decisioni di Contradicción de criterios 217/2021 del 4 dicembre 2025 e di Amparo en revisión 450/2025 del 24 febbraio 2026 – hanno confermato la validità della giurisprudenza precedente e, almeno per il momento, sembrano allontanare il rischio di un’involuzione.

2. Guardando più da vicino all’evoluzione degli ultimi tre lustri, si deve riconoscere che la rivoluzione copernicana del 2011 ha dato i suoi frutti. Negli anni successivi alla riforma, la Corte Suprema, oltre ad aver abbandonato, come si è detto, l’interpretazione tradizionale del principio di relatività delle sentenze di amparo (cfr. S. Noriega Mier y Terán), ha ricostruito la nozione di interesse legittimo chiarendo che «el interés legítimo solamente requiere de una afectación a la esfera jurídica [del ricorrente, ndr] entendida en un sentido amplio, ya sea porque dicha intromisión es directa o porque el agravio deriva de una situación particular que la persona tiene en el orden jurídico» (CT 111/2013).
In particolare, in relazione al diritto a un ambiente sano, la giurisprudenza ha elaborato due criteri utili per l’accertamento dell’interesse legittimo, che si possono così riassumere:
i) Per i ricorrenti persone fisiche, a partire dalla decisione di Amparo en revisión 307/2016, l’interesse legittimo viene valutato principalmente facendo riferimento alla nozione di servizi ambientali. La nozione di servizi ambientali (o di servizi ecosistemici, la Corte Suprema le considera come sinonimi) si riferisce ai benefici che l’uomo ricava dai diversi ecosistemi. La possibilità, per il ricorrente, di beneficiare dei servizi ambientali di un dato ecosistema giustifica quindi la sua situación especial frente al orden jurídico quale presupposto del suo interesse legittimo (AR 307/2016, §§158-159). Per individuare i beneficiari dei servizi ambientali di un dato ecosistema e quindi i soggetti legittimati a ricorrere, può farsi uso del concetto di entorno adyacente, come uno dei criteri – non l’unico – che consentono di identificare la relazione tra la persona e i servizi ambientali: sono beneficiari dei servizi ambientali – e quindi titolari di un interesse legittimo – coloro che abitano o utilizzano l’intorno adiacente dell’ecosistema di cui, col ricorso, si chiede la tutela (AR 307/2016, §§164-170; Tesis: 1a./J. 8/2022 (11a.); Tesis: 1a./J. 79/2023 (11a.)).
ii) Per associazioni e fondazioni, l’interesse legittimo viene invece valutato guardando all’oggetto statutario dell’ente. Un’associazione o una fondazione che abbia come oggetto la difesa del diritto a un ambiente sano o, più in generale, la difesa dei diritti umani versa in una speciale situazione che giustifica il suo interesse legittimo. E l’accoglimento del ricorso risulta funzionale alla realizzazione del suo oggetto statutario, dell’obiettivo per la quale è costituita. Il criterio tiene conto della dimensione sociale degli enti collettivi e del ruolo che essi rivestono nella protezione dell’ambiente, compito non solo dello Stato, ma dell’intera società civile (AR 839/2019, §§255-258; Tesis: 1a./J. 214/2025 (11a.)). È un criterio oggettivo e funzionale che valorizza la capacità dell’associazione o fondazione ricorrente a contribuire alla protezione dell’ambiente (AR 839/2019, §276; RQ 11/2022, §48).
Il plenum della Corte, nella Contradicción de criterios 147/2020 ha chiarito che i due criteri sono tra loro complementari, applicandosi a situazioni distinte (CT 147/2020, §80).
Più in generale, la Corte Suprema ha sottolineato che le specificità del diritto a un ambiente sano impongono di prestare attenzione, nel valutare l’ammissibilità di un ricorso, ai principi che governano la materia. Così, ad esempio, nell’accertare l’esistenza di un dato servizio ambientale, in mancanza di certezza scientifica, il giudice deve applicare il principio di precauzione (AR 54/2021, §100).
A seguito della riforma costituzionale del 2024, è stata modificata la Ley de Amparo.
Il progetto di riforma dell’articolo 5 presentato dall’Esecutivo restringeva la nozione di interesse legittimo, esigendo, perché sussista un interesse legittimo, una lesione giuridica reale, attuale e differenziata e un beneficio, in caso di accoglimento del ricorso, certo, diretto e non meramente ipotetico, per il ricorrente.
L’esigenza di una lesión jurídica laddove il primo paragrafo della disposizione in commento richiedeva (e richiede tuttora), più semplicemente, una «afectación real y actual a su esfera jurídica» potrebbe venire intesa come un requisito più stringente, nel senso di una lesione a un diritto soggettivo. In tal modo – ma non si tratta di una conclusione obbligata – l’interesse legittimo finirebbe per perdere ogni valenza autonoma rispetto all’interesse giuridico.
Soprattutto, l’esigenza di un beneficio diretto per il ricorrente rischia di mettere in discussione proprio la funzione dell’interesse legittimo e le ragioni della sua consacrazione come condizione del ricorso a fondamento della tutela di diritti e interessi collettivi e diffusi.
Indubbiamente, poi, l’attualità della lesione esclude ogni possibilità di far valere lesioni future, anche se prevedibili con certezza.
Il testo definitivo, in vigore dallo scorso ottobre, tiene conto, in parte, delle critiche mosse al progetto (ex multis, S. Aguirre su Nexos e E. Rosete su El Pais). In particolare, vengono meno i requisiti di una lesione attuale e di un beneficio diretto. Rimane la necessità per il ricorrente di far valere una lesione giuridica differenziata rispetto alla generalità dei consociati, ma viene precisato che questa può essere individuale o collettiva.
Così riformulato il testo può risultare compatibile con gli sviluppi a cui è approdata la giurisprudenza anteriforma, sebbene persista il rischio, come si è già rilevato, di un’interpretazione regressiva. In questo senso, l’interpretazione che verrà data delle nuove norme pare decisiva.
A fare da argine a una possibile regressione delle condizioni di acceso al giudice per la difesa dell’ambiente potrebbero essere gli obblighi derivanti da trattati internazionali come l’Accordo di Escazú e la Convenzione americana sui diritti umani.
In particolare, i giudici messicani dovranno tener conto delle indicazioni della Corte Interamericana. Quest’ultima ha chiarito che gli Stati hanno l’obbligo di garantire l’accesso alla giustizia in materia ambientale (OC-23/17, §237). In ultimo, nel recente parere consultivo su emergenza climatica e diritti umani, i giudici di San José si spingono fino a chiedere agli Stati di prevedere, nei rispettivi ordinamenti, forme di legittimazione ampia, come gli istituti processuali della legittimazione collettiva, pubblica o popolare, con i quali sia possibile ricorrere al giudice per richiedere l’adozione di misure di tutela dell’ambiente (e del sistema climatico), senza la necessità di dimostrare un interesse o un pregiudizio individuale; un interesse diretto e personale può invece essere richiesto nei ricorsi a carattere individuale, ma nel valutare tale interesse i giudici nazionali devono adottare un approccio flessibile, in conformità ai principi pro persona, pro natura e pro actione (OC-32/25, §§547–552).

3. Dato il carattere ambiguo dell’intervento riformatore, l’attenzione deve ora rivolgersi alle applicazioni giurisprudenziali della nuova disciplina del giudizio di amparo. Le ultime pronunce della Corte Suprema in materia ambientale sembrano andare nella giusta direzione.
Il 4 dicembre 2025, la Corte ha affrontato nuovamente il tema dell’interesse legittimo delle associazioni nel risolvere la Contradicción de criterios 217/2021. Tra le questioni sollevate vi era la divergenza tra i diversi criteri adottati da alcuni tribunali federali. Più precisamente, il 1° Tribunale amministrativo del 2° circuito aveva riconosciuto l’interesse legittimo di un’associazione in un ricorso di amparo in materia di inquinamento atmosferico, in base al fatto che il suo oggetto statutario comprendeva anche la prevenzione e il controllo dell’inquinamento dell’aria; all’opposto, il 18° Tribunale amministrativo del 1° circuito aveva ritenuto inammissibile il ricorso di un’associazione contro la realizzazione di una linea di metrobus nella Città del Messico, perché un’associazione non può essere titolare del diritto a un ambiente sano, che spetta esclusivamente alle persone fisiche, essendo irrilevante il suo oggetto statutario.
Il progetto di risoluzione della Contradicción elaborato dalla giudice Yasmín Esquivel Mossa pareva incarnare tutte le preoccupazioni circa un possibile arretramento rispetto alla giurisprudenza precedente (cfr. CEMDA). Si prevedeva infatti di abbandonare il criterio basato sull’oggetto statutario dell’associazione ricorrente, ritenendolo, da solo, insufficiente a determinare l’esistenza di un interesse legittimo di una persona giuridica.
A fronte delle critiche (cfr. AIDA e CEMDA), la Corte non ha adottato il progetto e nella decisione del caso si è limitata a escludere che vi sia contraddizione tra i due criteri in parola.
La pronuncia è stata accolta con favore da parte della società civile proprio perché evita un grave arretramento nell’accesso alla giustizia ambientale e consente alle associazioni di continuare a difendere il diritto a un ambiente sano (cfr. Articulo19).
Più di recente, lo scorso 24 febbraio, la Corte Suprema si è confrontata con l’interesse legittimo del ricorrente individuale in un caso originato da un ricorso di amparo contro omissioni nella conservazione del parco nazionale Benito Juárez da parte delle autorità competenti.
La sentenza sviluppa un’ampia analisi del diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile come parametro di costituzionalità e convenzionalità, sottolineando l’importanza di assicurare una protezione speciale dell’ambiente sia nella prospettiva del diritto internazionale dei diritti umani, sia in quella degli accordi e trattati internazionali di cooperazione, integrazione economica e investimento, con ampi richiami alla giurisprudenza ambientale interamericana e in particolare all’OC-32/25, all’Accordo di Escazú, all’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA) e al principio pro natura (AR 450/2025, §§25-53).
Quindi ribadisce che, nell’amparo ambientale, l’interesse legittimo deve valutarsi sulla base della relazione esistente tra il ricorrente e i benefici ambientali dell’ecosistema di cui si tratta, accertati, se del caso, facendo applicazione del principio di precauzione. In particolare, la Corte afferma espressamente che il criterio dell’entorno adyacente resta in vigore anche dopo la riforma della Ley de amparo del 2025 (AR 450/2025, §63).
Viene inoltre chiarito che la riforma dell’articolo 5 della Ley de amparo non intendeva limitare o restringere la figura dell’interesse legittimo, bensì precisarne la portata. Questa conclusione trova riscontro – si afferma nella sentenza – nei lavori preparatori della riforma, dai quali si evince che le modifiche apportate al progetto e recepite nel testo finale sono intese a evitare interpretazioni che riducano l’accesso al giudizio di amparo per la tutela dei diritti collettivi o che finiscano per assimilare l’interesse legittimo all’interesse giuridico (AR 450/2025, §64).
La Corte Suprema ha così evitato di legittimare una lettura regressiva delle nuove norme, portando in salvo di là del guado i criteri di valutazione dell’interesse legittimo ambientale maturati negli ultimi anni.
Insieme, queste prime decisioni intervenute dopo le riforme del 2024-2025 sembrano quindi rassicurare, almeno per ora, sulla tenuta degli approdi della giurisprudenza precedente, sebbene non si possa ancora scongiurare in via definitiva il rischio di interpretazioni dissonanti che potrebbero ridurre nuovamente l’accesso al giudizio di amparo, in particolare, nella materia ambientale.