Corti e diritti diritto Metodo e storia

“Fra lo scrittoio e la vita”: una critica al formalismo integrazionista in materia di diritti fondamentali

By on 17 Giugno, 2013

Recensione al volume di A. Schillaci, Diritti fondamentali e parametro di giudizio. Per una storia
concettuale delle relazioni tra ordinamenti
, Jovene, Napoli, 2012, pp. 1-
514

Credo si possa ormai affermare
che, nel corso dell’ultimo decennio, il dibattito dottrinario italiano sia
stato quasi completamente monopolizzato dal tema dei rapporti tra ordinamenti e
Corti europee e che una giovane generazione di studiosi si sia dedicata, con
passione ed originalità, ad affrontare le problematiche connesse alla tutela
multilivello dei diritti fondamentali (se si vuole, questo blog è la prova più
evidente di quanto appena affermato).

E’ all’interno di questo “orizzonte
di senso”, quindi, che la giovane dottrina italiana è stata educata ed ha
affinato la propria metodologia scientifica, rinnovando il bagaglio concettuale
fornitole dai suoi maestri, contaminandolo con gli sviluppi istituzionali e
dogmatici provenienti dal livello sovranazionale. A mancare forse era ancora
una ricostruzione più ampia delle evoluzioni del costituzionalismo europeo
degli ultimi decenni, una storia dei concetti giuridici e delle tecniche
argomentative delle Corti interne che, utilizzando i parametri di giudizio
provenienti dall’ “esterno”, andavano poi – attraverso, come è stato detto, una
“integrazione silente” – a ridisegnare la fisionomia degli ordinamenti nazionali,
sia sotto il versante legislativo, sia sotto quello giurisprudenziale.

Il libro di Angelo Schillaci (Diritti fondamentali e parametro di
giudizio. Per una storia concettuale delle relazioni tra ordinamenti
,
Jovene, Napoli, 2012, pp. 1-514) prova a colmare egregiamente questa lacuna
della giovane dottrina giuspubblicistica italiana che, pur caratterizzata da
una notevole innovazione metodologica, spesso appare un pò troppo focalizzata
sulla contingenza, sul caso specifico, sulla singola questione
giurisprudenziale.

L’obiettivo del lavoro è chiaro
sin dalle prime pagine: partendo dall’assunto condivisibile che “una lettura
solo formalistica dell’integrazione del parametro di giudizio rischierebbe di
perdere di vista il contesto in cui tali operazioni avvengono” (p. 5, quello
cioè dei processi di integrazione sovranazionale, con specifico riferimento
alla tutela dei diritti fondamentali), l’autore si prefigge di dimostrare
“l’insufficienza del paradigma esclusivista come strumento euristico idoneo
alla piena comprensione dell’incidenza delle relazioni tra ordinamenti sulla costruzione
del parametro di giudizio in materia di diritti” (p. 6). A voler essere
affrontata, insomma, in una prospettiva diacronica, è la questione radicale
della frontiera tra “interno” ed “esterno” nella costruzione del parametro di
giudizio delle Corti nazionali, come questa frontiera sia stata teorizzata nel
corso dei secoli dalla dottrina gius-filosofica, come si sia consolidata e
divenuta egemone nella scienza giuridica moderna e come, invece, sia stata
messa in discussione (se non in crisi) nel corso degli ultimi cinquant’anni.

La strada è stretta ma ambiziosa:
“Le due posizioni di massima introversione e di massima estroversione rinviano
ad assetti rigidi, esclusivi, che determinano rispettivamente la negazione
dell’alterità e dell’identità” (p. 26). Al contrario, ad avviso dell’autore,
questa relazione tra alterità e identità deve essere sottoposta ad un vaglio
critico, bisogna cioè mettere in tensione questi due poli e calarli nella
realtà delle concrete istanze di giustizia, sostituire approcci trascendentali
“con realizzazioni pratiche fondate su valutazioni critiche di tipo
comparativo, tentando di costruire un percorso di arricchimento mutuo, di
progressiva condivisione, che si apre in senso cooperativo senza annullare
l’alterità e senza disperdere identità e alterità in un superiore indistinto”
(pp. 26-27).

Il volume si snoda in un percorso
teorico denso e complesso, che parte affrontando il problema storico
dell’elaborazione del diritto internazionale (da Grozio fino ad Heller,
passando per Jellinek e Preuß), per poi soffermarsi sulle virtù e i limiti
tanto delle dottrine dualiste, quanto di quelle moniste. E’ soprattutto il
monismo kelseniano l’oggetto critico dell’analisi dell’autore, il quale
sottolinea come l’adesione da parte del filosofo austriaco al primato del
diritto internazionale in chiave oggettivistica sembrerebbe, nella prospettiva
della dottrina pura del diritto, l’unica in grado di conservare e garantire la
coerenza dello Stufenbau e dei suoi
postulati di autonomia, unità e sostanziale astrazione della sfera del dover
essere. Ma questa ricostruzione, ad avviso di Schillaci, paga un prezzo
altissimo, tutto ai danni del soggetto e dell’individualità: “la riduzione
della concezione oggettivistica ad assoluto non solo impone, sul piano delle
relazioni tra diritto interno e internazionale, di sottrarre ai singoli stati
il carattere di «unità definitive e supreme», ma deve coerentemente condurre
alla stessa dissoluzione della
personalità
in un «elemento dell’ordinamento giuridico», in una
«personificazione di un ordinamento giuridico parziale»” (p. 169, nota 71).
Accogliendo la prospettiva helleriana, invece, l’autore ritiene che la
contrapposizione tra monismo e dualismo non si debba più giocare sulla maggiore
coerenza logica della prima teoria a discapito della seconda: questo perché è
la realtà (rectius la storia
costituzionale) ad essersi, nei fatti, orientata verso il pluralismo
istituzionale, la molteplicità di norme fondamentali e la possibilità di
conflitti. E’ la storia costituzionale, insomma, che ha prodotto “una fitta
trama di relazioni, che chiede di essere compresa, dimostrando che l’unità,
lungi dall’essere un dato di logica evidenza, da elevare a presupposto della
conoscenza in generale, e della conoscenza giuridica in particolare, è realtà
complessa, articolata, compito di integrazione” (p. 199).

La seconda parte del volume di
Schillaci si sofferma sulle esperienze costituzionali concrete e, in
particolare, sull’integrazione internazionalistica del parametro di giudizio
nell’esperienza spagnola e in quella italiana. Per quanto riguarda la Spagna,
ad avviso dell’autore l’articolo 10, secondo comma della Costituzione
denoterebbe l’emersione di una clausola di “diritto costituzionale
internazionale” che non si occupa dell’adeguata disciplina giuridica delle
relazioni tra ordinamenti, ma che si interessa esclusivamente dell’effettività
e dell’adempimento degli obblighi internazionali. L’articolo 10, secondo comma,
insomma, “inserisce la Costituzione spagnola in un sistema di protezione dei
diritti fondamentali aperto ed integrato con l’ordinamento internazionale,
recependo… gli orientamenti della prassi internazionale, e precorrendo gli
esiti più avanzati del costituzionalismo multilivello” (p. 431).

Nell’esperienza costituzionale
italiana, invece, l’autore registra – a seguito delle sentenze “gemelle” del
2007 –  una serie di rigidità (da parte
della Corte costituzionale) e, allo stesso tempo, una serie di disagi (da parte
dei giudici comuni), nel modo in cui si è letta la nuova clausola di “diritto
costituzionale internazionale” da parte della Consulta (ossia l’articolo 117,
primo comma della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale n. 3
del 2001). L’apertura dei processi di integrazione multilivello, infatti, ad avviso
di Schillaci, coincide con l’apertura delle dinamiche di interpretazione della
Costituzione, condivise attraverso la cooperazione tra giudici comuni e Corte.
Il problema, pertanto, non è quello di scegliere rigidamente tra gli uni o
l’altra, bensì consiste nel “chiedersi quale attitudine, nella Corte
costituzionale come nel giudice comune, favorisca la piena operatività di un
sistema di protezione dei diritti orientato in senso cooperativo” (p. 479).

Il lavoro di Angelo Schillaci, in
conclusione, è un lavoro importante, una disamina critica, attenta e scrupolosa
del lungo percorso evolutivo del sistema costituzionale multilivello europeo,
un lavoro che in qualche modo potrebbe essere considerato come “definitivo”
nella propria ricostruzione “sistematica”, se non fosse che in questo ambito –
è l’autore stesso a ricordarcelo più volte nel corso dell’esposizione – simili
pretese devono essere fermamente respinte. Proprio perché opera sul piano
storico e della “esperienza giuridica”, una ricerca simile, per sua natura,
rifiuta aggettivi riconducibili a quel metodo formalistico ed astratto del
quale Schillaci ha fatto emergere tutti i limiti e le incongruenze.

Tuttavia, bisogna riconoscere che
la prospettiva dell’integrazione e della cooperazione tra ordinamenti nel
“sistema” multilivello europeo rischia di scivolare nella neutralizzazione dei
conflitti che, soprattutto negli ultimi anni, sono emersi in tutta la loro
portata e che difficilmente potranno essere risolti tramite la via
giurisprudenziale. Infatti, la centralità delle Corti e delle giurisprudenze dell’ultimo
decennio se, da un lato, deve essere apprezzata ed esaltata per le dinamiche
cooperative e sinergiche che ha prodotto, dall’altro, sembra ormai dimostrare
il proprio carattere suppletivo rispetto alle dinamiche politico-istituzionali
che, invece, fanno registrare criticità difficilmente risolvibili, se non veri
e propri processi di arretramento della cultura giuridica del Vecchio
continente, soprattutto in materia di diritti sociali.

In questa ottica, quindi, non mi
sembra condivisibile la ricostruzione che l’autore fa della cd. “teoria dei
controlimiti” che, nel corso degli anni, avrebbe manifestato “una sempre più
marcata virtualità integrativa, determinando la progressiva presa di coscienza,
a livello europeo, della rilevanza centrale delle identità costituzionali
nazionali nella costruzione del processo di integrazione” (p. 343). L’idea che
i controlimiti oggi vengano assunti – rispetto alla loro originaria funzione
integrante “su basi oppositive” –, come un ulteriore strumento
giurisprudenziale in grado di sprigionare sempre più forti “implicazioni
cooperative”, non sembra – ad avviso di chi scrive – essere suffragata neppure
dalla più recente giurisprudenza della Corte costituzionale tedesca che pure ha
assunto posizioni molto esplicite al riguardo.

L’impressione, al contrario, è
che all’orizzonte si stiano delineando imponenti ostacoli allo spontaneo moto
centrifugo delle giurisprudenze delle Corti, ostacoli che ancora una volta
confermano l’impossibilità di risolvere le criticità strutturali soltanto attraverso
il ricorso alla giurisprudenza. Questa spinta fortissima che le Corti hanno
dato al processo di integrazione europeo, infatti, sembra oggi destinata a
rallentare: il processo di integrazione e cooperazione giurisprudenziale degli
ultimi trent’anni, infatti, resta comunque legato al rilancio dei valori
europei da parte delle istituzioni politiche. Integrazione e cooperazione
giurisprudenziali, ad avviso di chi scrive, restano comunque subordinate a
dinamiche progressive istituzionali: le une non si danno se le altre non si
innescano. Cooperazione giurisprudenziale e integrazione istituzionale,
insomma, stanno insieme, vanno di pari passo, simul stabunt, simul cadent. Ma al di là dei percorsi (più o meno
accidentati) che istituzioni e Corti europee imboccheranno nel prossimo futuro,
non si può negare che la strada che le ha condotte sino ad oggi, sia stata
segnata da quelle virtù cooperative che l’autore ricostruisce egregiamente in
questo suo importante lavoro.

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