diritto

Il caso Evenwel v. Abbott ed il principio “one person, one vote”

By on 27 Luglio, 2015

Vivo interesse sta suscitando negli Stati Uniti la decisione della Corte Suprema di volersi pronunciare nel 2016 sul caso Evenwel v. Abbott, ossia sulla legittimità di come il Texas individua i distretti per l’elezione al Senato. In questo Stato, infatti, in ognuno dei 31 districts ci sono 811.000 persone, ma mentre nel distretto rurale della ricorrente vi sono 584.000 individui che hanno il diritto di voto, in uno urbano vicino, invece, solo 372.000. Ciò comporta, ovviamente, che il peso dei voti di quest’ultimo sia maggiore del primo.

Risulterebbe violato il principio costituzionale “one person, one vote”, che la Corte Suprema ha elaborato sin dagli anni ’60 (Reynolds vs. Sims), allorquando venne colpita la disciplina adottata in Alabama, in cui si permetteva ad ogni contea di avere un senatore; le contee rurali, in questo caso, avevano una rappresentazione maggiore di quelle cittadine maggiormente popolate.
La disparità dipende dalla circostanza che in Texas (ma anche in altre parti degli Stati Uniti) vivono un numero sempre crescente di non-cittadini, i quali però vengono computati ai fini dell’individuazione della popolazione del distretto. Il problema sta dunque nella determinazione dei voting districts, che vengono tratteggiati anche tenendo in considerazione chi non ha il diritto di voto, come immigrati, minori o criminali.
Il profilo di maggior interesse è comunque dato dal fatto che la Corte Suprema abbia deciso di occuparsi di questo caso, portato alla sua attenzione per altre tre volte negli ultimi 25 anni, ma mai ritenuto importante, anche perché il principio “one person, one vote” era stato interpretato proprio basandosi sul censimento dell’intera popolazione e, tale scelta, non era mai stata messa in discussione.
L’accoglimento potrebbe avere conseguenze di rilievo, potendo estendere i suoi effetti al di là del Texas ed andare ad interessare grandi città, come New York, che hanno un alto numero di immigrati. O ancora, è stato segnalato, potrebbero essere messi in discussione quei distretti che eleggono candidati latino-americani (dal momento che dovrebbero aggregarsi con altri distretti) oppure potrebbe far accrescere l’importanza delle città rurali a scapito di quelle urbane.
La Corte potrebbe, inoltre, rimettere alla scelta dello Stato l’individuazione della nozione di popolazione utile ai fini dell’applicazione del XIV Emendamento (Equal Protection Clause), secondo il quale “i rappresentanti saranno distribuiti tra i vari Stati secondo la rispettiva popolazione, contando il totale delle persone in ciascuno Stato”. Ma anche sul punto potrebbero sorgere seri problemi: il calcolo della popolazione adulta è effettuata su semplici stime campionarie, mentre solo il censimento che viene effettuato ogni dieci anni conteggia tutti gli abitanti. Il problema di fondo sta tutto lì: la Corte non ha mai definito cosa intende per “popolazione” rilevante ai fini del calcolo. In sostanza, nel principio “one person, one vote” non è stato mai specificato cosa si intendesse per one person. Hanno provato le Corti inferiori a chiarirlo; la Corte di Appello del V Circuito ha ritenuto che l’individuazione sia una scelta rimessa al processo politico. Quella del IX Circuito, invece, ha rilevato come il concetto debba riferirsi a tutta la popolazione in età di voto (non solo ai cittadini); diversamente, verrebbe violata la Costituzione perché si andrebbe a diminuire l’uguaglianza rappresentativa dei non cittadini.
Una matassa quindi veramente complessa, su cui la Corte ha da troppo tempo glissato ma sulla quale, a questo punto, risulta sicuramente inevitabile fissare un punto fermo, riempiendo di contenuti il principio “one person, one vote”.

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