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Il multiculturalismo canadese e la “prova del velo”: prime riflessioni sulla pronuncia della Corte suprema canadese nel caso sul niqab

By on 28 Gennaio, 2013

Il 20 dicembre 2012 la Corte Suprema canadese si è
pronunciata sul ricorso di una cittadina di religione musulmana, N.S., relativo
al diritto ad indossare il niqab (velo che lascia scoperti solo gli
occhi) durante la testimonianza (R. v. N.S. 2012 SCC 72).
Il caso, che pone il
Canada dinanzi al complesso confronto con uno dei principali elementi
identitari dell’Islam, origina nel 2008 dalla vicenda che ha visto il giudice
per le indagini preliminari dell’Ontario decidere fra la pretesa di N.S. di
indossare il velo durante la deposizione e quella della sua controparte per cui
tale abbigliamento avrebbe attentato al diritto alla difesa. Nello specifico,
N.S. aveva denunciato uno zio ed un cugino per stupro e si apprestava a deporre
contro di loro in sede di cross-examination dinanzi al giudice per le
indagini preliminari quando, il 10 settembre 2008, gli accusati hanno presentato
una richiesta affinché il giudice ingiungesse alla donna di non indossare il niqab durante la deposizione per evitare che esso ne celasse le espressioni
facciali, inficiando così il diritto al full answer and defense, come
definitosi in via giurisprudenziale (R.
v. Stinchcombe
, [1991] 3 S.C.R.
326). Per formulare la propria decisione, il giudice delle indagini preliminari
ha deciso di procedere ad un colloquio informale con N.S., per capire il
significato attribuito al velo, al termine del quale ha stabilito che la deposizione
dovesse avvenire senza il niqab. Il giudice ha infatti ritenuto che la
dichiarazione della donna di «sentirsi più a proprio agio» testimoniando con il
velo, oltre al fatto che ella avesse già accettato di esporre il proprio volto senza
niqab nella fotografia della patente di guida, indicassero che l’interpretazione
di N.S. del precetto religioso che impone alle donne musulmane di coprirsi
dinanzi agli uomini “potenziali mariti” non fosse particolarmente forte e ammettesse
alcune eccezioni; per queste ragioni ha preferito non limitare il diritto alla
difesa degli accusati e ha ingiunto alla donna di deporre senza velo.


N.S. ha fatto
ricorso alla Superior Court of
Justice
, il 14 novembre 2008, sia
con una richiesta di certiorari sia con un originating application for a Charter remedy, affinché l’ordine del giudice per le indagini preliminari fosse
annullato e la Corte
dichiarasse il suo diritto a deporre e a prendere parte all’eventuale processo
indossando il niqab. La Superior
Court
ha annullato l’ingiunzione del giudice per le
indagini preliminari pur rimettendogli la decisione finale con l’indicazione di
approfondire in maniera puntuale (e non informalmente, come aveva fatto in
precedenza) le convinzioni religiose della donna. In conseguenza, N.S. ha fatto
ricorso alla Court of Appeal for
Ontario
il 29 maggio 2009 facendo
esplicita richiesta di un order che le consentisse di rendere le proprie
dichiarazioni indossando il velo. Pochi mesi dopo, il 12 agosto 2009, la stessa
Corte è stata adita dalla controparte, che richiedeva il ripristino della
decisione del giudice per le indagini preliminari. Il 17 marzo 2011, la Corte d’Appello dell’Ontario
si è pronunciata all’unanimità rinviando nuovamente la decisione al giudice
delle indagini preliminari (R. v.
N.S.
, 2010 ONCA 670). All’origine
della decisione della Corte d’Appello di non pronunciarsi nel merito si pone la
convinzione che la possibilità di indossare o meno il niqab durante un processo o in fase di inchiesta preliminare non possa
essere definita in termini generali ma debba essere valutata attraverso un
analisi casistica, che, nel caso in questione, il giudice delle indagini
preliminari è competente a svolgere e nella cui assenza anche la Corte d’Appello non ha
sufficienti elementi per pervenire ad una decisione. Nell’opinione della
Corte d’Appello dell’Ontario, quindi, il giudice per le indagini preliminari
dapprima avrebbe dovuto considerare se la donna ritiene la prassi di indossare il
velo come un obbligo del proprio culto, quindi avrebbe dovuto valutare se, nel
caso in discussione, il niqab sia in
grado di inficiare la testimonianza; di seguito, qualora emerga che sia la libertà
di religione sia il diritto alla difesa sono chiamati in causa, il giudice avrebbe
dovuto tentare formule di compromesso per salvaguardare entrambi i diritti e,
solo nell’impossibilità di un tale bilanciamento, avrebbe dovuto far prevalere il
diritto alla difesa chiedendo alla donna di non indossare il velo.
Ultima tappa di
questa vicenda giudiziaria è stato l’appello di N.S. alla Corte Suprema,
estremo tentativo di ottenere il riconoscimento del diritto ad indossare il niqab durante le testimonianze. Come detto, la Corte si è pronunciata il 20
dicembre 2012 (R. v. N.S. 2012 SCC 72).
In primo luogo la Corte, riprendendo una consolidata
giurisprudenza (Syndicat Northcrest v.
Anselem
[2004] 2 S.C.R. 551), ha chiarito che il punto da stabilire risiede
nella sincera convinzione di N.S. che indossare il niqab costituisca un
ineludibile precetto religioso. Per la Corte Suprema, infatti, solo partendo da
tale chiarimento, sulla scia di quanto già affermato in sede di appello, si
potrà decidere di imporre l’assenza del velo qualora, mancando alternative
perseguibili, ciò sia necessario per evitare di violare il diritto alla difesa
della controparte e gli effetti positivi di tale imposizione non esuberino
rispetto a quelli deleteri (par. 3). Pur non prendendo una decisione circa il
diritto di N.S. di indossare il velo durante la deposizione e le testimonianze in
sede di processo e rinviando tale scelta al giudice per le indagini
preliminari, la Corte
aggiunge alle considerazioni già svolte dalla Corte d’Appello rispetto alle
lacune nell’analisi condotta da tale giudice un ulteriore elemento che merita
di essere considerato. Se la
Corte dell’Ontario aveva chiarito i termini del test che
il giudice avrebbe dovuto effettuare, i giudici supremi hanno sottolineato che
l’elemento determinante non risiede nella forza della convinzione religiosa
della donna ma nella sincerità della stessa, che non parrebbe venire meno
neppure in caso di precedenti rimozioni del velo (come invece si era
precedentemente ritenuto con riferimento alla fotografia per la patente di
guida). La Corte
ha quindi invitato il giudice per le indagini preliminari a valutare se nel
momento in cui la questione si pone, e non in passato, l’opinione della donna
circa il carattere vincolante del niqab sia una sincera manifestazione
di adesione ad un principio religioso. In questo caso, infatti, verrebbe in
rilievo la libertà religiosa di N.S. e la necessità di operare un accorto
bilanciamento con il diritto alla difesa degli accusati. Sul punto, peraltro, la Corte ha invitato il giudice
per le indagini preliminari a chiedere alle stesse parti in causa di proporre soluzioni
per una possibile accommodation affinché si possa perseguire la strada
che già in molte occasioni ha consentito al Canada di superare i conflitti tra
i vincoli derivanti da precetti religiosi e la tutela dei diritti delle altre
parti coinvolte. Si è chiesto al giudice, pertanto, di favorire l’applicazione
del c.d. approccio Dagenais/Mentuck finalizzato a rinvenire «reasonably
available alternative measures
» prima di prendere una decisione che avrebbe
dovuto comunque considerare la proporzionalità fra gli effetti negativi e
quelli positivi derivanti da una limitazione di uno dei diritti in causa (Dagenais
v. Canadian Broadcasting Corp.
[1994] 3 SCR 835; R. v. Mentuck, 2001
SCC 76).
Come già affermato nelle precedenti decisioni sul caso,
infine, la Corte
ha mostrato la propria consapevolezza rispetto alle conseguenze che la
decisione del giudice per le indagini preliminari potrebbe comportare. Da un
lato, infatti, si è sottolineato che una ingiunzione di non indossare il velo
potrebbe scoraggiare la denuncia di reati da parte delle donne di religione
musulmana, che vedrebbero nella necessità di non indossare il velo un serio
limite alla possibilità di portare avanti le proprie denunce. Dall’altro, si è
evidenziato come consentire la testimonianza con il velo ammettendo una
violazione del diritto alla difesa potrebbe seriamente attentare alla
credibilità del sistema giudiziario canadese, in quanto tale diritto
rappresenta «a fundamental pillar without which the edifice of the rule of
law would crumble
» (par. 38). Per queste ragioni la Corte ha invitato il giudice
per le indagini preliminari a motivare con attenzione la propria scelta,
chiarendo che una decisione sul punto deve essere presa considerando gli
elementi specifici di ogni caso, ad esempio la rilevanza che la testimonianza
assume nello stesso e la posizione degli accusati al momento della
testimonianza medesima.
Se la decisione della Corte Suprema non aggiunge molto a
quanto già rinvenibile nelle pronunce precedenti sul caso, è interessante notare
come il giudice Le Bel, nella propria opinione concorrente,  ponga apertamente una domanda sempre più ricorrente
con riferimento ai simboli identitari dell’Islam: «Is the wearing of the
niqab compatible […] with the constitutional values of openness and religious
neutralità in contemporary, but diverse, Canada?
» (par. 60).
Ancora una volta, dunque, il simbolo più rappresentativo
dell’identità islamica è all’origine di chiare difficoltà di integrazione anche
nel contesto multiculturale canadese, e non solo in quei contesti improntati all’assimilazionismo,
com’è quello francese, dove la c.d. “questione del velo” è stata risolta con
l’introduzione di un discutibile divieto. A dimostrazione di ciò si pone anche,
fuori dalle aule di tribunale, il dibattito che ha interessato la Provincia del Québec. Nel
marzo 2010, infatti, dopo l’allontanamento dalla classe di una studentessa che
indossava il niqab, il Primo Ministro
quebecois Charest ha proposto il Bill 94, in cui si faceva divieto di indossare quel
tipo di velo in nome del principio di uguaglianza di genere. Il progetto di
legge ha sollevato un intenso dibattito che ha coinvolto così fortemente la
società civile al punto che, probabilmente nel desiderio di non creare fratture
sociali in un periodo reso complicato anche dalla crescente crisi economica, il
20 maggio 2010 i lavori di discussione in Commissione sono stati sospesi a
tempo indefinito ed il Primo Ministro ha dichiarato che in quella fase politica
vi erano istanze più stringenti da discutere in via prioritaria.
Conferma le difficoltà di integrazione della minoranza
musulmana in Canada anche il dibattito sull’applicazione del diritto
sharaitico. Esemplificativa è stata la scelta della Provincia dell’Ontario di
abrogare, mediante il Family Statute Law Amendment Act del 2006, le
disposizioni che consentivano l’istituzione di Corti arbitrali religiose (ai
sensi del Provincial Arbitration Act
del 1991) a seguito dell’istituzione di una Corte arbitrale sharaitica da parte
dell’Islamic Institute of Civil Justice
nel 2003. Tale istituzione, infatti, aveva suscitato l’indignazione di numerosi
gruppi, femministi in primis, secondo
i quali l’applicazione del diritto musulmano avrebbe dato luogo ad una costante
violazione dei diritti delle donne e, soprattutto, del principio di
uguaglianza.
Gli esempi sinteticamente proposti mostrano come il modello
del multiculturalismo canadese sia messo in crisi dalla difficoltà di integrare
la comunità musulmana, i cui precetti fondamentali non paiono compatibili con
il contesto giuridico e sociale canadese. Considerando, infine, l’assenza di
una giurisprudenza pertinente e di un numero congruo di ricorsi da parte dei
musulmani su questioni inerenti l’integrazione, si ritiene opportuno avanzare
due ipotesi rispetto al ruolo che l’ordinamento canadese lascia all’autonomia
privata. Se, infatti, pare difficile sostenere che il limitato numero di
ricorsi debba farsi risalire ad un buon livello di integrazione della
popolazione musulmana nel contesto canadese, più probabile potrebbe essere che
la comunità islamica abbia scelto di sfruttare ampiamente i margini di
autonomia privata ad essa riservata, di fatto applicando nella sfera privata
quegli stessi principi che avevano tanto indignato la comunità dell’Ontario al
momento dell’istituzione della Corte sharaitica. Ancora una volta, dunque, il
multiculturalismo canadese apre il fianco ad una dura critica, ed i rapporti
con la minoranza musulmana, a prescindere da quale sarà la decisione del
giudice per le indagini preliminari nel caso sul niqab, mostrano quanto il ruolo del “ghetto” possa prevalere sulle
reali chance di integrazione.

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