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Jason Hickel, The Divide: guida per risolvere la diseguaglianza globale, trad.it a cura di Fabio Galimberti, Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 320

By on 16 Marzo, 2020

Perché i paesi poveri sono poveri? L’antropologo Jason Hickel affronta il tema in uno stile chiaro e appassionante, alla ricerca di spiegazioni e soluzioni alle profonde differenze materiali che dividono l’Occidente dal Sud del mondo, e ormai in maniera sempre più evidente, i ricchi dai poveri in qualsiasi parte del pianeta. Oggi, 4,3 miliardi di persone (su un totale di 7 miliardi) vivono con meno di 5 dollari al giorno, mentre 8 uomini posseggono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione.
La tesi di fondo è semplice e ben radicata nella tradizione di pensiero che va da Marx, a Frantz Fanon, a Aimé Césaire: povertà e sottosviluppo non sono condizioni naturali, ma conseguenze del modo in cui per secoli le potenze occidentali hanno organizzato il sistema economico mondiale.
Dal secondo dopoguerra, questa relazione iniqua prende il nome di “sviluppo” e vede operare, al fianco dei governi più potenti del pianeta, agenzie internazionali che, come la Banca Mondiale, hanno lo specifico mandato di combattere la povertà. Queste istituzioni ci raccontano che l’origine del problema è di natura tecnica, legata a difficoltà interne dei paesi poveri, e che tutto potrebbe essere risolto se, con l’aiuto dell’Occidente, questi adottassero politiche e piani di intervento adeguati.
L’analisi di Hickel contraddice puntualmente questa narrativa, affrontando innanzi tutto in chiave storica i fattori strutturali che determinano la povertà nel mondo. Nel 1500 non esistevano differenze significative tra l’Europa e il resto del mondo, nel reddito e nel tenore di vita. Anzi, in alcune regioni del Sud del mondo, la media della popolazione se la passava molto meglio rispetto all’Europa. Eppure le sorti di quelle popolazioni sono cambiate radicalmente nei secoli successivi, in seguito alla loro “scoperta” da parte dei paesi occidentali, che le hanno avvinte in un sistema economico internazionale fondato dapprima sul genocidio e la forza delle armi (a protezione dei flussi commerciali di schiavi e metalli preziosi), poi sul ricatto del debito.
Non sono i paesi ricchi a sviluppare quelli poveri. Ancora oggi, come ai tempi della più bruta dominazione coloniale, è piuttosto vero il contrario. Se si considerano tutte le risorse finanziarie trasferite ogni anno tra paesi ricchi e paesi poveri (inclusi gli interessi sul debito, le rimesse dei lavoratori migranti e le fughe di capitali) risulta che i paesi poveri ricevono meno della metà di quanto trasferiscono ai paesi ricchi (5000 contro 2000 miliardi di dollari, nel 2012). Inoltre, gli aiuti allo sviluppo rappresentano soltanto una piccolissima parte dei trasferimenti complessivi: in pratica, per ogni dollaro di aiuti che ricevono, i paesi in via di sviluppo ne perdono 24 in deflussi netti.
Più che una “guida per risolvere la diseguaglianza globale”, come recita il sottotitolo dell’edizione italiana, si tratta di un bellissimo saggio sulla diseguaglianza globale, che muove giustamente dalla disamina delle cause profonde per discutere, negli ultimi due capitoli, alcune soluzioni.
Il passo più importante consiste nella cancellazione del debito o comunque in un movimento organizzato di resistenza ai creditori. La gran parte del debito dei paesi in via di sviluppo è costituita da una montagna di interessi. Perciò si dovrebbe sostenere che i paesi poveri al di sotto di una certa soglia di sviluppo che hanno già pagato i loro debiti più l’equivalente di un modesto tasso di interesse (sufficiente a coprire le perdite dei creditori dovute all’inflazione) non debbano rimborsare il resto. Dovrebbero essere cancellati i cosiddetti “debiti del dittatore”, accumulati da capi di Stato privi di mandato democratico, che i cittadini non hanno mai approvato in partenza e da cui probabilmente non hanno tratto alcun beneficio. Congiuntamente o meno a queste misure, i paesi sovra-indebitati dovrebbero smettere di rimborsare i propri debiti, mettendo in discussione non solo il debito in sé, ma la stessa impalcatura morale che lo sostiene.
Il secondo passo verso la creazione di un’economia mondiale più equa è la democratizzazione delle istituzioni di governance globale: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. La rappresentanza in queste istituzioni dovrebbe essere regolata da un mandato democratico, per esempio dando la possibilità ai cittadini di votare i propri rappresentanti, considerata la rilevanza delle politiche di queste organizzazioni per i paesi sovra-indebitati in via di sviluppo. I voti dovrebbero essere assegnati a ciascun paese in base alla popolazione o secondo un criterio che tenga conto delle esigenze relative di sviluppo. Inoltre, queste istituzioni dovrebbero essere rese giuridicamente responsabili dei danni che le loro ricette possono causare, rimediando alla scandalosa immunità giurisdizionale di cui godono attualmente.
L’Organizzazione Mondiale del Commercio dovrebbe garantire la partecipazione effettiva alle negoziazioni di tutti i paesi membri, inclusi quelli che non si possono permettere di mantenere una delegazione permanente a Ginevra. Dovrebbe essere garantita la trasparenza degli arbitrati, che decidono il destino dei paesi accusati di infrangere regole commerciali che li danneggiano. Anche i negoziati dovrebbero essere pubblici e soggetti a un reale scrutinio democratico, e dovrebbero essere vietate le clausole che oggi consentono alle multinazionali di citare in giudizio Stati sovrani per normative che mettono a rischio i loro profitti.
Un’ulteriore proposta riguarda l’istituzione di un sistema globale di protezione dei diritti dei lavoratori, a fronte dell’attuale mercato globale in cui le aziende girano in lungo e in largo per il pianeta alla ricerca di lavoratori sempre meno costosi. Dovrebbero essere introdotti un salario minimo globale o un sistema di salari minimi gestiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’ONU.
Si dovrebbe fermare l’attuale saccheggio delle multinazionali, attraverso il recupero di risorse pubbliche e la protezione dei beni comuni, con particolare riguardo all’accaparramento di terre e ai cambiamenti climatici. I trasferimenti ad uso commerciale di terreni destinati alla piccola coltivazione locale dovrebbero essere condotti in maniera trasparente e con il pieno coinvolgimento delle comunità interessate. Dovrebbe essere impedito alle società finanziarie e agli investitori di speculare impunemente sul cibo. Dovrebbero essere abolite le sovvenzioni alle compagnie petrolifere e rese più competitive le fonti alternative rinnovabili.
Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che tutte queste misure potrebbero dimostrarsi impossibili da realizzare senza un radicale cambio di rotta e di prospettiva in nome dei beni comuni. Oggi è quanto mai necessario attribuire nuovi significati al progresso umano e sociale, superando le impostazioni che attualmente legano lo “sviluppo” alla crescita del PIL e dei consumi.
Sono tante le pratiche di decrescita e di resistenza diffusa: coltivare il cibo da soli, accudire i bambini o i parenti anziani, condividere competenze e saperi, considerare l’impatto delle nostre decisioni sulle generazioni future. Rigenerare il suolo, l’acqua, l’aria e gli altri elementi da cui dipende la nostra esistenza. Sotto questi aspetti abbiamo molto da imparare dalle popolazioni che vivono alla periferia del sistema mondiale, quelle che i nostri governi hanno per molto tempo definito “sottosviluppate”.

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