diritto

La Corte Suprema americana, il Defense of Marriage Act e le ricette dell’uguaglianza

By on 15 Luglio, 2013

Quando un giudice deve pronunciarsi su
temi considerati delicati o comunque definiti «sensibili» non è sufficiente
accumulare argomentazioni a favore della soluzione prescelta: occorre che esse
siano anche buone. E la loro bontà si
misura in base alla credibilità che
tale soluzione determina in capo al giudice che l’ha determinata. Nel caso del
matrimonio tra persone dello stesso sesso (same-sex
marriage
), buone argomentazioni e credibilità sono gli ingredienti
fondamentali di una ricetta che deve essere «digerita» dalla società civile
senza generare eccessive contrapposizioni o conflitti. È il caso della sentenza
del 26 giugno 2013 della Corte Suprema americana nel caso United States v. Windsor (2013 U.S. LEXIS 4921).


Oggetto del contendere è una legge, il Defense of Marriage Act del 1996 (DOMA, Pub.
L. No. 104-199, 1 USC § 7), voluta dal Congresso federale per impedire il
riconoscimento del matrimonio tra
persone dello stesso sesso. Essa trae origine da una vicenda giudiziaria
portata dinanzi alla Corte Suprema delle Hawaii nel 1993, nella quale era stato
messo in dubbio che l’esclusione delle coppie gay e lesbiche dal matrimonio
potesse considerarsi compatibile con il principio di uguaglianza sancito dalla
Costituzione dello Stato (Baehr v. Lewin,
74 Haw. 530). Nelle more del giudizio — che poi si tradusse in una pronuncia di
rigetto, essendo il legislatore hawaiiano nel frattempo intervenuto con una
legge costituzionale (Baehr v. Miike,
92 Haw. 634) — il deputato Robert Barr propone alla Camera dei Rappresentanti
un progetto di legge federale «a difesa del matrimonio». Dichiaratamente volto
semplicemente a confermare una definizione secolare, dai lavori preparatori del
DOMA traspare l’intenzione di impedire che, «in a more pragmatic sense, homosexual
couples would presumably become eligible to receive a range of government
marital benefits» (H.R. 104-664, 1-18,
2 (1996)). L’iter legislativo, che si
svolge in tempi record, partorisce una Section
3
la quale prevede che per il diritto federale i termini «spouse» e
«marriage» possano riferirsi solo all’unione tra uomo e donna.

Il 1996, però, è anche l’anno di Romer v. Evans [517 U.S. 620 (1996)]. In Romer
la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale l’Amendment 2 della Costituzione del Colorado, che vietava qualsiasi
disposizione statale di contrasto alla discriminazione per orientamento
sessuale. Secondo la Corte l’Amendment 2
è dettato unicamente dall’ostilità nei confronti delle persone omosessuali e
dalla volontà di renderle «unequal to everyone else». Il messaggio è
chiaro: «for the first time in history, the US Supreme Court had acknowledged
the prejudice behind an antigay law and had rejected it [and] recognized that
gay people are more than sex acts and telegraphed the message that
“homosexuals” are people and that they are entitled to full constitutional
rights» (Keen, Goldberg, Strangers to the Law. Gay
People on Trial
,
2000, 235).

Sin dalle sue origini il DOMA si pone dunque
in contrasto con questo principio, ma i dubbi di incostituzionalità rimangono
molteplici. In DOMA vuole anzitutto impedire a gay e lesbiche di sposarsi a
ogni livello, non permettendo che un’unione affettiva solida, duratura e
caratterizzata da una comunione materiale e spirituale sia in ogni caso
definibile come «matrimonio» secondo il diritto federale. Vi è dunque una
violazione frontale dell’Equal Protection
Clause
, contenuta nel XIV Emendamento della Costituzione federale. Nello
specifico, il DOMA prende di mira una classe di cittadini, distinti per il loro
orientamento sessuale, e li rende «unequal to everyone else». Come ha
prospettato l’Attorney General nel 2011 nel suggerire proprio
l’incostituzionalità del DOMA, quest’ultimo tratta in modo meno favorevole le
coppie gay e lesbiche sposate in rapporto a quelle di sesso opposto, anch’esse
sposate nello stesso Stato, con conseguente violazione del principio di
uguaglianza.

Nel caso Windsor la Corte Suprema non fa proprie queste argomentazioni
legate al principio di uguaglianza, ma analizza il DOMA da un’angolatura
diversa, tutta incentrata sull’equilibrio tra potere statale e potere federale.
Esso viene esaminato sotto due aspetti: una per così dire «verticale»,
riguardante la sovranità dei singoli Stati oggetto di precise scelte politiche,
e una «orizzontale», inerente alla dignità delle coppie same-sex, meritevole di attenzione da parte della Corte.

La Corte rileva anzitutto, in un
contesto nel quale 11 sister states
riconoscono espressamente il same-sex
marriage
, una frattura rispetto alla tradizionale divisione di competenze
che caratterizza la struttura federale dell’ordinamento statunitense. Sotto questo
aspetto, «the State’s decision to give [gays and lesbians] the right to marry
conferred upon them a dignity and status of immense import[, whereas DOMA]
departs from this history and tradition of reliance on state law to define
marriage».

In secondo
luogo, il DOMA crea «two contradictory regimes within the same state, [forcing]
same-sex couples to live as married for the purpose of state law but unmarried
for the purpose of federal law, thus diminishing the stability and
predictability of basic personal relations the State has found it proper to
acknowledge and protect». Non solo. Esso «demeans the couple, whose moral and
sexual choices the Constitution protects and whose relationship the State has
sought to dignify», e «humiliates tens of thousands of children now being
raised by same-sex couples». In
breve, il DOMA «impose[s] inequality», impattando concretamente la vita di
milioni di coppie.

L’Equal
Protection Clause
resta in qualche modo sullo sfondo, ma non viene in alcun
modo menzionata dalla Corte a sostegno del risultato. Non che una simile base
teorica non fosse disponibile, come abbiamo visto. Il punto è che, usando l’Equal Protection Clause contro il DOMA,
la Corte avrebbe messo a disposizione del contenzioso esistente e di quello
futuro una formula utilizzabile contro i mini-DOMA
— le disposizioni statali che, ancora oggi in vigore nella stragrande
maggioranza degli Stati, vietano il matrimonio tra persone dello stesso sesso —
e generato in tal modo un corto circuito giudiziario tra competenze statali e
potere federale. Piuttosto, evitando di addentrarsi nelle pieghe spigolose
delle formule di «suspect class» o di «suspect classification» che
costituiscono l’autentica ragione di divisione tra i giudici e tra le parti, ci
pare che la Corte conservi intatta la propria credibilità quale «giudice dei
diritti» e difensore della dignità violata delle persone e delle coppie
omosessuali già riconosciuta in buona parte a livello statale.

Quanto infine all’accusa, rivolta alla
Corte soprattutto nel dissent di Justice Scalia, di «invasione di campo»
rispetto al Congresso, essa non sembra in alcun modo fondata. Infatti, la
discussione continuerà a svolgersi nei diversi Stati, che pure negli ultimi
anni hanno dato prova di un fervente dibattito sul piano democratico, fatto di prassi
amministrative, iniziative giudiziarie e referendum popolari. Scalia scrive,
criticando l’opinion della
maggioranza, che «the most expert care in preparation cannot redeem a bad
receipt». Forse ha ragione. Ma è altresì vero, e il caso Windsor lo dimostra, che è possibile individuare gli ingredienti
cattivi della ricetta, ottenendo così che essa avveleni i
commensali, escludendo taluni di loro da quello che appare come una continua,
florida ed interessante discussione su diritti fondamentali, uguaglianza e
dignità della persona.

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