Corti e diritti diritto

La questione di legittimità costituzionale della legge elettorale

By on Giugno 13, 2013

Con l’ordinanza n. 12060 del 17 maggio 2013, la prima sezione civile
della Corte di Cassazione ha sollevato una questione di legittimità
costituzionale della vigente legge elettorale per la Camera dei deputati e il
Senato della Repubblica, ritenendo che alcune disposizioni introdotte nel 2005
dalla legge Calderoli si pongano in contrasto con il dettato costituzionale. Le
disposizioni impugnate attengono alla disciplina del premio di maggioranza, lesiva
del principio dell’eguaglianza del voto, ed alle modalità di espressione del
medesimo, che non consentono all’elettore di esercitare la c.d. preferenza,
violando così il principio del voto personale e diretto.

Si apre così un varco in quella che è stata costantemente definita una «zona
franca» del controllo di costituzionalità delle leggi, dato che la
sottoposizione della legge elettorale politica al sindacato della Corte
costituzionale è altamente problematica se non addirittura impraticabile o,
quanto meno, lo è stata sino a questo momento. Nel giudizio che ha originato
l’ordinanza di rimessione degli atti alla Corte, un elettore aveva convenuto la
Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’Interno, sulla base
del fatto che l’entrata in vigore della riforma elettorale del 2005 aveva
impedito l’esercizio del voto secondo i principi costituzionali e,
segnatamente, in conformità al disposto di cui all’art. 48 – il voto
«personale» ed «eguale», «libero» e «segreto» – ed al disposto di cui agli
artt. 56 e 58, che prevedono il suffragio universale e diretto. L’attore
chiedeva pertanto che venissero ripristinate le modalità di esercizio del
diritto di voto tali da essere conformi al quadro costituzionale. In primo grado,
così come in appello, il ricorso veniva però dichiarato manifestamente
infondato per quanto ammissibile, mentre la Suprema Corte si è espressa in modo
difforme ed ha ritenuto che vi fossero gli estremi per sollevare una questione
di legittimità costituzionale.

La Corte di Cassazione ha quindi considerato rilevanti e non
manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale inerenti
alla disciplina del premio di maggioranza e all’assenza del voto di preferenza,
mentre ha bocciato la terza questione, che verteva sulla designazione del leader della forza politica e sulla sua
indicazione all’interno del contrassegno elettorale. Il premio di maggioranza,
secondo i giudici di Piazza Cavour, è irragionevole e lede il principio
dell’eguaglianza del voto, poiché consente anche a minoranze esigue di
conseguire un’ampia maggioranza parlamentare: ciò in virtù dell’assenza di una
soglia minima cui subordinare l’assegnazione del premio, soglia che era invece
presente sia nella legge Scelba del 1953 – meglio nota come «legge truffa» –
sia nella più risalente legge Acerbo del 1923, che condizionava l’attribuzione
della quota aggiuntiva di seggi al conseguimento del 25 per cento dei voti
validamente espressi. In aggiunta, pur essendo un congegno funzionalizzato a
permettere il raggiungimento di una maggioranza, l’istituto del premio non
prevede alcunché per i casi in cui la coalizione che ne benefici si scinda o in
cui i partiti che ne fanno parte decidano di uscirne, potendo in tali
circostante addirittura costituire un impedimento alla formazione di
maggioranze alternative; infine, il premio conferisce ai soggetti politici cui
viene accordato il potere di eleggere gli organi di garanzia. L’analogo
istituto previsto per il Senato della Repubblica, il quale trova applicazione
non già a livello nazionale ma circoscrizionale, presenta i medesimi
inconvenienti descritti, con l’ulteriore aggravante di manifestare una palese
irrazionalità nella misura in cui l’intreccio dei premi regionali opera in
senso contrario rispetto all’esigenza di assicurare una maggioranza
nell’assemblea complessivamente intesa. Il premio circoscrizionale, pertanto,
rischia non soltanto di vanificare l’effetto tipico dell’istituto, ma altresì
di rovesciare i rapporti di forza derivanti dal voto popolare e di impedire la
realizzazione di maggioranze convergenti tra i due rami del Parlamento,
ponendosi in contrasto con il bicameralismo paritario disegnato dalla nostra
Costituzione.

Quanto al profilo dell’assenza di voto di preferenza, la Corte di
Cassazione evidenzia che la disciplina vigente consente all’elettore di
esprimere solamente un’indicazione per una delle liste in competizione, mentre
impedisce di esercitare una preferenza nei confronti dei candidati presenti
all’interno delle liste, il cui ordine risulta essere pertanto decisivo ai fini
dell’attribuzione dei seggi. In tal modo, però la normativa è lesiva del
principio del voto «diretto», di cui agli artt. 56, primo comma, e 58, primo
comma, della Costituzione, poiché la scelta dei parlamentari ricade di fatto
sui partiti, realizzando una sorta di voto sostanzialmente «indiretto» e
facendo altresì dubitare della rispondenza ai principi del voto «libero» e
«personale».

La Cassazione esclude invece che possa ritenersi in contrasto con il
dettato costituzionale l’indicazione del leader
della forza politica all’interno dei contrassegni elettorali, la quale
priverebbe il Capo dello Stato del potere di nomina del Presidente del
Consiglio, di cui all’art. 92, comma secondo, Cost. L’infondatezza
dell’assunto, infatti, è palese se solo si pone mente al fatto che la legge
elettorale, oltre a prevedere espressamente che i soggetti politici debbano
indicare il «capo» della forza politica o della coalizione, puntualizza che
restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica ai sensi
dell’art. 92, comma secondo, della Costituzione.

Prima ancora di entrare nel merito delle questioni sollevate dal giudice a quo, è il caso di esprimere alcune
considerazioni critiche sull’opportunità di affidare alla Corte costituzionale la
soluzione di una questione che appare per alcuni versi squisitamente politica;
al giudice delle leggi, infatti, si chiede di supplire per l’ennesima volta all’immobilismo
del legislatore, il quale non ha ritenuto opportuno modificare la legge
elettorale benché detta riforma fosse in cima alla lista delle priorità di fine
legislatura. Sotto il profilo, meramente processuale, della possibilità di attivare
un giudizio presso la Corte, si possono poi addurre forti perplessità sulla
rilevanza della questione sollevata dalla Cassazione, essendovi una coincidenza
pressoché totale tra i due giudizi: nel giudizio a quo, si chiede in sostanza di annullare le norme elettorali
contrarie a Costituzione, ma così facendo il procedimento presso la Corte
costituzionale non può che sovrapporsi al primo. Qualora la Corte dichiarasse
infondate le censure di incostituzionalità, difficilmente il giudizio a quo potrebbe mantenere un autonomo
svolgimento, mentre nell’ipotesi opposta l’accoglimento in toto della questione sollevata esaurirebbe la pretesa della
parte ricorrente: venendo colpite le norme tacciate di incostituzionalità, le
modalità di esercizio del voto rientrerebbero ipso facto nel solco delineato dalla Costituzione. In definitiva, il
giudizio a quo sembra rasentare gli
estremi di una fictio litis
impiantata unicamente per aggirare le strette maglie del giudizio in via
incidentale e giungere in via diretta alla Corte costituzionale, sul modello
della Verfassungsbeschwerde tedesca e
dell’amparo spagnolo.

Nel merito, invece, occorre evidenziare che seri dubbi sulla conformità a
Costituzione di diverse disposizioni della legge Calderoli sono stati espressi
in sede dottrinale già da tempo; la stessa Corte costituzionale, poi, aveva
lanciato un chiaro monito invitando il legislatore a «considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione
che non subordina l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di
una soglia minima di voti e/o di seggi
» (sentenze 15-16/2008; 13/2012),
mentre da ultimo si è spinta addirittura oltre, sino al punto di raccomandare al
Parlamento – per bocca del suo Presidente – di modificare la legge elettorale
in quanto viziata da incostituzionalità. Più complessa, invece, la questione
che investe l’assenza del voto di preferenza, la quale mette in discussione un
metodo elettorale del tutto consolidato nel panorama costituzionalistico e che
è stato introdotto in Italia dopo che il referendum
del 1991 aveva sostanzialmente delegittimato l’istituto delle preferenze,
ritenute fonte di corruzione ed aggravio delle spese elettorali. Tuttavia, non
va certo sottaciuta la problematicità insita nella legge Calderoli, la cui
gravità non risiede però nell’assenza in sé del voto di preferenza, quanto piuttosto
nell’abbinamento tra lista bloccata e circoscrizioni di notevole ampiezza. Tale
combinazione di fattori accentra di fatto nelle mani di coloro che compilano le
liste il potere di predeterminare la stragrande maggioranza dei componenti
dell’intero Parlamento, circoscrivendo conseguentemente – ed eccessivamente – il
principio della libertà del voto.

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