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La Rivolta araba arriva in Asia: il peso costituzionale della Turchia

By on 21 Aprile, 2011

Apriamo come di consueto la nostra Rubrica aggiornando il bollettino dei regime changes di quella che appare ogni giorno di più come la quarta ondata di democratizzazione di huntingtoniana memoria. A leggere il Foglio del 20 aprile l’updating è da bollino rosso dal momento che, dopo esser partita dalla sponda sud del Mediterraneo, aver contagiato l’Africa subsahariana (si veda l’articolo precedente della nostra rubrica), il Medio Oriente e la penisola arabica, la Rivolta sconfina e contagia l’Azerbaigian. Il che sembrerebbe inverare quelle previsioni che indicano l’Asia come il prossimo continente dello “scompiglio epocale”.

Settanta persone sono state arrestate a Baku, la capitale dell’Azerbaigian, dopo una settimana di proteste contro il presidente della Repubblica, Ilham Aliyev.

Già nel 2004, alcuni gruppi di opposizione provarono a inserirsi nel quadro delle Rivoluzioni colorate che interessarono diversi paesi dell’Europa post-sovietica, ma il governo reagì chiudendo gli spazi di trasformazione democratica. Stavolta, l’ispirazione arriva dall’Egitto e dalla Tunisia che sono riusciti a rovesciare regimi ben più solidi di quello azero. Finora, in un Azerbaigian che soffre degli stessi mali endemici dei paesi toccati dalla primavera araba (povertà, disoccuppazione e soprattutto tanta corruzione), Aliyev è rimasto politicamente in vita grazie al ruolo strategico che il Paese riveste nei circuiti geopolitici del nostro continente. L’oleodotto che collega Baku alla città turca di Ceyahn, passando attraverso Tblisi, ha infatti una portata strategica vitale per un’Europa in costante ricerca di percorsi di alleggerimento della dipendenza energetica dalla Russia. Di recente poi, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, è volato a Baku e ha firmato un accordo definito “storico” sulla fornitura di gas. E tuttavia, chiude il quotidiano di Giuliano Ferrara, la storia recente dimostra che non basta quello per salvare un regime.

Passando al tema del giorno, potremmo dire che, in questa Rubrica, la Turchia è stata il convitato di pietra di tutti i nostri interventi. Una disamina che si vuole esaustiva sui temi che stiamo trattando non può non tenere in conto il ruolo di Ankara nei circuiti costituzionali e geopolitici della (grande) regione mediorientale.

A seguito della riforma in senso presidenziale della forma di governo dell’agosto 2007 voluta dal partito islamico moderato dell’Akp (Adalet vel Kalkinma Partisi) guidato dal premier Recep Tayyp Erdogan, avvenuta in concomitanza con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica Abdullah Gul, figura che, anche simbolicamente (è sempre accompagnato da una moglie velata), ingenera nel paese il sospetto di una silente volontà di islamizzazione della politica, in Turchia si aprì l’ultimo (ma per tanti aspetti più rovente) capitolo dello storico scontro fra i vertici interorganici di un’organizzazione costituzionale costruita su di una malferma separazione fra potere civile e potere militare. Scontro che culminò nei concitati giorni di fine luglio 2008 quando un solerte procuratore della Repubblica intentò la procedura di scioglimento dello stesso AkP, accusato di attività anti-laiche. Fortunatamente, alle procure non riuscì di bissare il colpo del Refah partisi del ’97 quando, con un golpe bianco travestito da logiche legalitarie (fatto poi salvo, in mezzo a mille polemiche, dalla Corte di Strasburgo in uno storico pronunciamento) si arrivò alla dissoluzione del partito di maggioranza relativa, esprimente, oltre che il Presidente del Consiglio, anche una serie di importanti Ministri. Stavolta, rigettando il ricorso (ma comminando comunque all’Akp il dimezzamento dei suoi finanziamenti pubblici per l’anno successivo) è stata la stessa Corte costituzionale a raffreddare i cortocircuiti giuristocratico-militari che tante volte si sono accesi nella storia di Ankara (e che rappresentano i due pilastri del disegno giuridico che volle Kemal Atatürk). L’esercito, è cosa nota, ha infatti giocato un ruolo centrale nella storia moderna della Turchia, assurgendo a custode ultimo dei principi di laicità e occidentalità, pervenendo, ciclicamente, ad interrompere la dinamica parlamentare con una serie di tre colpi di stato (1960, 1971, 1980). Altrettanto noto è che lo scontro costituzionale riflette la divisione manichea della società turca in due blocchi l’un contro l’altro armato.

Negli ultimi anni, l’Anatolia (centrale ed orientale), la Turchia profonda (asiatica e islamica) è stata protagonista di una rivoluzione sociale che ha portato ad una sorprendete crescita economica della regione. I contadini anatolici che abbandonano le campagne ed alimentano massicci fenomeni di urbanizzazione (anche nei c.d. gecekondu, letteralmente le case che sorgono in una notte e che rappresentano degli agglomerati urbani più simili alle favelas sudamericane che alle banlieues europee) ingrossano non solo le fila del moderno proletariato urbano ma compongono anche gli intrecci di un fitto tessuto di piccole e medie imprese altamente internazionalizzate. Questo policromatico ed impetuoso corpo sociale è stato definito dallo storico Hamit Bozarslan della Scuola di alti studi politici di Parigi con il concetto di “Turchia nera”, realtà emergente che è stata da sempre tenuta in altezzoso spregio da parte della “Turchia bianca”, che invece è quella laica, cosmopolita ed occidentalizzante di tradizione kemalista. Ebbene, l’Akp ha saputo intercettare i bisogni sociali erompenti dai mutamenti di classe che la globalizzazione ha imposto al ventre profondo della società turca, rendendo dignità all’enorme periferia della nazione ed oggi, specie dopo la storica vittoria al referendum approvativo della riforma costituzionale del 12 settembre 2010 che ha pesantemente ridimensionato gli sconfinati poteri di cui godevano giudici e militari, si apre, a buon diritto, l’era del sultano Erdogan poiché è dai tempi del padre della patria Atatürk che un politico non ha tanto potere in Turchia. Prova ne sia, assieme ai risultati economici (il Paese cresce al ritmo del 10% ogni anno ed oggi rappresenta una delle piazze d’affari migliori al mondo per capacità di attrazione degli investimenti) e a quelli politici (che oggi premiano il partito di Erdogan ad ogni tornata elettorale contro gli esponenti del CHP, Cumhuriyet Halk Partisi, l’interprete più fedele del kemalismo originario), l’avallo occidentale al senso (soprattutto culturale) di questa svolta.

Uno dei fattori principali a limitare oggi la libertà d’azione politica delle forze armate è, infatti, la relazione della Turchia con le istituzioni europee e soprattutto con l’UE, la quale ha duramente stigmatizzato l’operato delle forze armate nelle crisi politiche che si sono riaperte tra le due anime della Turchia a partire dalla primavera-estate del 2007. Una diffusa chiave interpretativa vorrebbe che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, in un contesto particolare come quello turco (cerniera strategica di tre continenti e di due religioni di respiro mondiale), le grandi democrazie occidentali abbiano considerato giudici e militari di Ankara (appunto i tradizionali custodi dei principi di laicità ed occidentalità) come degli scomodi ma necessari interlocutori al fine di mantenere il Paese agganciato al Washington consensus post-bellico. I frequenti ricorsi ai colpi di Stato sono stati paradossalmente considerati funzionali alla sopravvivenza del progetto democratico turco, dapprima nel condizionamento della guerra fredda e, dopo il crollo dei regimi comunisti, per il contenimento della minaccia terroristica islamica. Tuttavia, con l’avanzamento dell’integrazione comunitaria, l’Unione europea ha progressivamente imposto il peso del suo ruolo continentale, accelerando i ritmi della democratizzazione di Ankara e mal tollerando sempre più visibilmente la spada di Damocle perennemente posta sulle istituzioni del Paese. La laicissima Europa non legge più con sorpresa il paradosso di un kemalismo reazionario e di un islamismo progressista che, tramite l’AKP, starebbe accelerando i passi per l’avvicinamento di Ankara ai livelli delle istituzioni continentali, quasi come se il partito di Recep Tayyp Erdogan fosse maggiormente attrezzato della vecchia burocrazia giuristocratico-militare a rappresentare al meglio il nesso di Ankara con Bruxelles e Strasburgo – sul piano politologico, non casualmente, la speranza degli addetti ai lavori è quella che, in ultima analisi, il partito di Erdogan assuma il ruolo storico della Democrazia cristiana che in Italia seppe saldare le istanze economico-sociali delle masse popolari (generate dal risorgimento e sopravvissute al fascismo) alle istituzioni repubblicane. Eccolo dunque il paradosso politico e culturale segnalato da Bernard Lewis (che abbiamo costantemente ricordato nella nostra Rubrica proprio con uno sguardo comparativo sul più ampio Medio Oriente): più la Turchia si democratizza, più si islamizza.

La recente “svolta” turca di cui sopra è pertanto incoraggiante da diversi punti di vista, ma certo è innegabile che un potere giudiziario incontrollato e (ancor più paradossalmente) la spregiudicata intromissione militare nelle logiche di indirizzo politico abbiano entrambi giocato un ruolo fondamentale nel percorso democratico del Paese proprio per aver costretto, sotto l’attenta supervisione europea, i partiti religiosi a settarsi sugli standards dello Stato costituzionale del vecchio continente. Senza considerare poi il piano religioso su cui, pur preferendo non entrare, è impossibile non ricordare le parole con cui (per una volta coraggiosamente) l’Europa ha fissato la linea al di qua della quale verranno bloccate le derive non in linea con gli standrad costituzionali del nostro Continente; nella famosa sentenza sul Refah partisi (pronunciamento che, sul piano dell’ordine costituzionale continuo, personalmente, a considerare sconsiderato), la Corte di Strasburgo scolpì (finalmente) a lettere infuocate che: “il est difficile à la fois de se déclarer respectueux de la démocratie et des droits de l’homme et de soutenir un régime fondé sur la charia, qui se démarque nettement des valeurs de la Convention, notamment eu égard à ses règles de droit pénal et de procédure pénale, à la place qu’il réserve aux femmes dans l’ordre juridique et à son intervention dans tous les domaines de la vie privée et publique conformément aux normes religieuses”. Il discorso è quantomeno problematico (e comunque diverso da paese a paese) se esteso all’intero Medio Oriente – una delegazione della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa (guidata dal Presidente Buquicchio) è appena rientrata da Tunisi proprio per discutere con le autorità statali sortite dalla transizione l’insieme delle venture riforme costituzionali che, certamente, nei capitoli relativi al ruolo della giustizia, del potere militare e dei partiti politici incontreranno le maggiori asperità; insomma, un percorso accidentato anche per un paese che, come la Tunisia, ha sempre mantenuto un solito aggancio europeo, riflessosi anche nelle mentalità laiche e nei costumi sobri delle sue classi dirigenti più internazionalizzate.

Tenendo a mente la comparazione col più ampio contesto mediorientale ed ispirandoci alle pagine di una recente e suggestiva biografia di Fabio Grassi su Kemal Atatürk, potremmo concludere che l’ambiguità su cui galleggia la Turchia contemporanea (per cui diventa sempre più difficile comprendere in quale dei due blocchi della società che abbiamo descritto vi sia più libertà, più occidentalismo, in definitiva più Europa) viene fatto risalire dall’Autore allo stesso Padre della Patria, quel lea¬der che non volle più essere l’ottomano Mustafà Kemal pascià e che strappò con le maniere forti la Turchia all’Asia. Fabio Grassi è riuscito nella difficile im¬presa di sgrossare quella propaganda ke¬malista che rendeva intangibile la figura di Atatürk: « l’occidenta¬lizzazione veniva perseguita con i metodi del “dispotismo asiatico” e in distonia con i pochi borghesi tur¬chi di vero sentire occidentale, deside¬rosi di maggiore libertà politica. Una con¬traddizione che angustiava lo stesso Atatürk, che nel 1930 confidava: “Tutta la mia giovinezza è passata nell’azione di ri¬bellione contro l’oppressione hamidiana. Oggi siamo arrivati al punto che se chiu¬do gli occhi vedo che quella che lascerò dietro di me sarà l’immagine di un dittatore” ». A distanza di quasi un secolo, le intime riflessioni di Atatürk appaiono come una sorta di previsione scientifica, nonché il cruccio di una personalità fortissi¬ma e complessa, che riuscì in tutto tranne che nell’insegnare al suo paese a emanci¬parsi dalla sua tutela.

In tanta complessità, ci sia concessa un’ultimissima battuta; si accennava prima alle rivoluzioni colorate (ciascuna simbolicamente rappresentata da un fiore oltre che da un colore, i due vocaboli in russo si traducono entrambi con il termine “цвет”), appellativo con cui i media internazionali ed i soggetti coinvolti attribuirono ad una serie di movimenti di rivolta (molto simili e correlati tra di loro) che si svilupparono principalmente in alcuni stati post-sovietici a partire dall’inizio degli anni 2000. Quelle rivoluzioni colorate furono tutte caratterizate da una contestazione contro i governi in carica ritenuti filo-russi e da un sostegno alle candidature di politici filo-occidentali come Viktor Juščenko, Mikheil Saakašvili e Kurmanbek Bakiyev. Tra le rivoluzioni colorate coronate da successo si potrebbero ricordare gli esempi della Georgia (Rivoluzione delle Rose, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, dicembre 2004 e gennaio 2005) e (benché con derive violente) Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005). In tutte quelle occasioni, manifestazioni di massa durate diversi giorni seguite a contestate elezioni, vinte dai presidenti in carica accusati di brogli elettorali, portarono alle dimissioni o alla sconfitta del vecchio leader in elezioni immediatamente successive. Vittorie (a volte) parziali anche importanti ma che, ad ogni modo, non suscitarono il clamore (né espressero la violenza) della Rivolta araba dei nostri giorni. Chissà se questa ondata porterà a risultati complessivi più eclatanti ed estesi, è presto per fare un bilancio. Di certo la Turchia è sempre lì, cerniera geopoltica e costituzionale del mondo che cambia e l’Europa ha ancora una strategia ambivalente nei riguardi di Ankara.

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