diritto

Libertà e sicurezza: Maryland v. King ovvero il IV Emendamento nell’era del DNA

By on 27 Giugno, 2013

Con la sentenza
Maryland v. King, la Corte Suprema torna a pronunciarsi sui presupposti di
legittimità delle misure restrittive della libertà personale, oggetto della
garanzia di cui al IV Emendamento, e sulle istanze di tutela della riservatezza
che esse chiamano in causa.

Nel 2009, Alonzo King
viene arrestato per aggressione e sottoposto a prelievo di un campione
salivare, sulla base del Maryland DNA Collection Act, che dispone siffatta
operazione a carico di tutti i soggetti arrestati (pur non ancora condannati)
per una serie di crimini violenti; analoga previsione si riscontra, peraltro,
nella legislazione di altri 28 stati e in quella federale.

Il campione di DNA così
raccolto viene processato e collegato ad una traccia biologica raccolta sulla
vittima di uno stupro risalente al 2003, il cui autore era rimasto ignoto;
sulla base di tale riscontro, King viene accusato e rinviato a giudizio.

L’imputato eccepisce
dunque l’incostituzionalità della legge del Maryland, la quale , prevedendo una
limitazione della libertà personale irragionevole e non giustificata da uno
specifico e circostanziato sospetto, violerebbe il IV Emendamento; la
questione, valutata in modo divergente dal giudice di prime cure e in grado
d’appello, giunge infine di fronte alla Corte Suprema tramite il writ of certiorari.


Il nodo ermeneutico
fondamentale attiene l’individuazione del parametro, sulla cui base valutare la
legittimità della misura indubbiata d’incostituzionalità, e più a monte la
stessa interpretazione del IV Emendamento.

La maggioranza guidata
dal giudice Kennedy (formata da Roberts, Thomas, Breyer e Alito), aderendo alle
prospettazioni del Maryland, ritiene che «the
touchstone of the Fourth Amendament is reasonableness, not individualized
suspicion
»; quest’ultimo requisito, nel caso in esame, sarebbe del resto
ridondante: la circostanza che il soggetto si trovi già validamente
assoggettato ad un regime di custodia, presuppone la sussistenza della probable cause richiesta per l’arresto,
la quale assorbe la necessità di ulteriori motivi di sospetto.

Giusta la premessa, alla
Corte spetta ponderare e bilanciare i contrapposti interessi, onde
successivamente apprezzare la ragionevolezza dell’opzione legislativa.

Nel mappare la
“topografia del conflitto”, si evidenziano nel dettaglio la pluralità di
interessi pubblici meritevoli di tutela che fronteggiano la libertà personale e
il diritto alla riservatezza del soggetto sottoposto al prelievo del DNA:
quello all’identificazione dell’arrestato, alla garanzia della sicurezza del
personale carcerario e dei detenuti, all’effettivo svolgimento del processo, al
giudizio sulla pericolosità sociale, all’eventuale proscioglimento di individui
erroneamente accusati.

Tali interessi trovano,
nella composizione operata dal legislatore, un assetto non censurabile sotto il
profilo della ragionevolezza, atteso il carattere minimale dell’intrusione
prodotta dal tampone salivare, equiparabile alla più tradizionale raccolta
delle impronte digitali o ai rilievi antropometrici, nei confronti peraltro di
un soggetto in vincoli, che per definizione può vantare minori aspettative in
termini di privacy.  Senza contare che la misura, allo stato
attuale delle conoscenze scientifiche, è oggettivamente inidonea a disvelare
informazioni sensibili: l’analisi del DNA effettuata ai sensi della normativa
censurata riguarda esclusivamente materiale genetico “non-protein coding”, traducendosi in una stringa numerica utilizzabile
a soli fini identificativi.

L’orientamento della
maggioranza è avversato, con toni invero aspri e col suffragio di ampi
riferimenti storici, dalla dissenting
opinion
del giudice Scalia (cui aderiscono Ginsburg, Sotomayor e Kagan):
l’esclusione in radice di qualunque restrizione della libertà personale che non
sia suffragata da un sospetto specifico e circostanziato, è il cuore stesso
della garanzia apprestata dai Framers
e inequivocamente codificata nel IV Emendamento, concepito come reazione, non
priva di precedenti nelle prime costituzioni degli stati membri, ai general warrants imperanti sotto la
dominazione britannica.

Nell’argomentare della
minoranza, ai fini della legittimità della misura l’individualized suspicion rileva come elemento autonomo e distinto
rispetto alla reasonableness: e a ben
vedere questo rispetto a quello, pur partecipando del medesimo valore potrebbe
dirsi “costitutivo”, rappresenta un posterius,
che il giudice è chiamato ad apprezzare solo una volta ravvisata l’integrazione
del fumus commissi delicti.

Né la conclusione pare
doversi temperare in forza dei precedenti giurisprudenziali invocati dalla
maggioranza. E’ ben vero che in certe fattispecie la Corte ha avallato misure
restrittive della libertà personale sganciate dal presupposto dello specifico
sospetto, ma in ognuno dei casi richiamati tale esito è stato giustificato
sulla base di motivi affatto estranei alle esigenze investigative e
all’attività di accertamento dei reati (ad esempio, i test tossicologici
disposti a carico dei macchinisti, a tutela della sicurezza ferroviaria): «solving unsolved crime is a noble objective,
but it occupies a lower place in the American pantheon of noble objectives than
the protection of our people from suspicionless law-enforcement searches
».

I suindicati motivi
difettano nel caso in esame, giacché il prelievo del materiale genetico
disposto ai sensi del Maryland DNA Collection Act è qualificato expressis verbis dalla legge stessa come
strumento funzionale alle indagini.

Del tutto ingenua, al
più concedere, è la tesi abbracciata dalla majority
opinion,
nella cui ricostruzione il tampone salivare assolverebbe ad
esigenze identificative dell’arrestato: ciò non è realistico per le tempistiche
dilatate e, soprattutto, per la circostanza che i campioni prelevati vengono
processati all’interno del database
contenente le tracce genetiche raccolte sulla scena di crimini irrisolti, che ab intrinseco non sono riconducibili a
persone previamente identificate.

Nel complesso, la
pronuncia in commento esibisce diversi profili di interesse, prontamente posti
in luce tanto dalla dottrina quanto dagli ambienti giornalistici. Le nuove
tecnologie investigative hanno imposto al supremo giudice statunitense una actio finium regundorum, volta a
ridefinire un equilibrio fra i due poli della sicurezza e della libertà: da un
canto, esse rappresentano uno strumento di impareggiata efficacia attraverso
cui lo stato assolve i compiti di difesa sociale;  dall’altro, non può ignorarsi la loro
potenziale lesività al cospetto della pretesa dell’individuo a disporre di una
sfera intima inattingibile per l’autorità. Sullo sfondo si scorge l’agitarsi
inestricabile di ottimismo ed inquietudine che sempre accompagna il
progresso.

Non sorprende quindi
che la sentenza, salutata dal giudice Alito come «perhaps the most important criminal procedure case that this Court has
heard in decades
», abbia prodotto una netta spaccatura in seno al collegio
(5-4), spingendo gli old nine a
collocarsi su posizioni difficilmente esauribili in termini di cleavages politico-accademici.

Meritano inoltre una
menzione i moduli argomentativi impiegati dalla Corte, la quale non esita nel
cimentarsi in uno sforzo didascalico costellato di riferimenti e nozioni
scientifiche: come dimostra la sentenza (cronologicamente “gemella”) Association for Molecular Pathology v.
Myriad Genetics
, là dove, come sempre più spesso accade, il discorso
giuridico interseca ambiti “tecnici” ma tutt’affatto estranei all’interesse
dell’opinione pubblica, la Corte non può esimersi dall’onere, più penetrante
rispetto a quello che su essa incombe nella generalità dei casi, di rendere
intellegibile, e dunque potenzialmente condivisibile, il proprio processo
decisionale ai vari livelli della sua constituency.

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