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Nuove radici per la tradizione costituzionale statunitense: “La frontiera americana” di Andrea Buratti

By on 22 Settembre, 2016

Nel volume “La frontiera americana” Andrea Buratti raccoglie l’eredità di alcuni studi storici statunitensi, in primo luogo quelli di Frederick Jackson Turner, che hanno sottolineato come l’organizzazione politica e giuridica dell’espansione verso ovest, avviata pochi anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza e conclusasi nel 1868, abbia contribuito profondamente alla costruzione della tradizione costituzionale americana. Il “viaggio nel west”, nel quale l’Autore ci conduce, coniugando sensibilità da giurista e da storico, ha il merito di offrire una lettura più articolata del costituzionalismo d’oltreoceano, considerato, nella stessa letteratura giuridica statunitense, tradizionalmente debitore della sola esperienza costituente di Filadelfia e delle sue radici filosofiche.

Le ordinanze con le quali fin dal 1780 (v. A. Buratti, La frontiera americana. Una interpretazione costituzionale, ombre corte, 2016, pp. 24 ss.) il Congresso confederale ha disciplinato l’organizzazione giuridica dei territori dell’ovest richiamano invece valori costituzionali divenuti poi fondamentali, ma non scontati negli anni in cui venivano proposti: gli ideali di autogoverno delle popolazioni che si stabilivano ad occidente, destinate all’acquisizione della statualità e all’adozione di una propria costituzione; il riconoscimento dei diritti, incluso il divieto di schiavitù; e poi il contrattualismo, applicato al rapporto tra stati originari e nuovi territori, collegati in un Compact che poneva i nuovi stati, come specifica l’ordinanza del Nord-Ovest del 1787, “on an equal footing with the original states” (ivi, p. 31).

E’ proprio l’Ordinanza del 1787 (che disciplina l’organizzazione istituzionale dei territori a nord-ovest del fiume Ohio) ad essere profondamente valorizzata nel volume ed indicata “tra i documenti fondativi del decennio costituente” (ivi, p. 33). Cartina al tornasole del valore dell’ordinanza è in effetti la lunga querelle sull’efficacia giuridica del documento, recepito dal Congresso federale nel 1789 con una legge ordinaria, ma, ciò nonostante, considerato un documento “sostanzialmente costituzionale” (ivi, p. 37) sia dal Congresso stesso, che in più occasioni ne impose il rispetto agli stati nella fase di formazione della loro costituzione, sia nelle corti territoriali e federali. La stessa Corte suprema guidata da Marshall suggellerà l’efficacia rinforzata dell’Ordinanza nel caso Bank of Hamilton del 1829, indicandola quale parametro del controllo di costituzionalità (ivi, p. 39).

L’Ordinanza del Nord-Ovest tuttavia, come si diceva, è al centro del dibattito politico e della stessa lotta per la definizione dell’ordine costituzionale, al punto che, a metà del XIX secolo, sarà nuovamente oggetto di attenzione della Corte suprema che, guidata stavolta dal democratico Taney favorevole all’autodeterminazione degli stati anche sul tema della schiavitù, muterà orientamento, circoscrivendo fortemente l’efficacia giuridica del provvedimento (ivi, pp. 136 ss.). L’ordinanza avrà però in seguito nuova vita, divenendo parte essenziale della piattaforma programmatica degli abolizionisti e di Abramo Lincoln, che, valorizzando l’egualitarismo e l’antischiavismo del pensiero jeffersoniano, indicherà l’Ordinanza del Nord-Ovest e la Dichiarazione d’Indipedenza come “i due grandi atti fondativi del costituzionalismo americano” (ivi, p. 141).

La frontiera, tuttavia, non è solo oggetto di riflessioni costituzionali per i giuristi e le istituzioni di Washington; l’espansione verso ovest, come ci spiega l’Autore, crea infatti tensioni costituzionali all’interno delle stesse istituzioni federali, sollevando temi (poi divenuti) ricorrenti nel costituzionalismo americano: la dialettica tra autonomia statale ed espansione delle competenze federali, che emerge nella definizione dell’autonomia politica degli stati costituendi rispetto al Congresso; il tema dell’interpretazione testualista e originalista della Costituzione (ivi, p. 45), sollevato quando il  Presidente Jefferson acquistò la Louisiana da Napoleone in assenza di norme costituzionali che prevedessero la possibilità di estendere i territori dell’Unione mediante acquisto. E ancora, il modello dello stato di eccezione e dell’accentramento di poteri in mano al Presidente, con cui venne governato nei primi mesi il territorio della stessa Louisiana (ivi, pp. 46 ss.) in una fase in cui la forma di governo federale era, come noto, di tipo congressuale. Nella cultura giuridica della frontiera, con i suoi valori democratici e il radicale egualitarismo, emerge anche con chiarezza, ci ricorda l’Autore, un tema attualissimo del dibattito costituzionale statunitense: la lotta all’ “aristocrazia giudiziaria”  (ivi, pp. 108 ss.) limitativa della sovranità popolare.

Ma la frontiera è anche, essa stessa, laboratorio costituzionale: in molti casi infatti le popolazioni non attendono l’annessione all’Unione e, contravvenendo alla procedura prevista nell’Ordinanza del Nord-Ovest, danno vita al fenomeno che l’Autore definisce Constitutional Rush, “corsa alla costituzione”, in quanto avviano autonomi processi costituenti volti sì a sollecitare l’annessione, ma nati anche per rispondere alla forte richiesta di self-government delle popolazioni locali. I valori radicalmente democratici che ispirano la tradizione costituzionale dell’ovest emergono non solo nella rapidità con cui le costituzioni vengono adottate, ma anche nei loro stessi contenuti, contraddistinti da una rapida affermazione del suffragio universale maschile e da elezioni popolari di amministratori e giudici (ivi, pp. 92 ss.).

La frontiera è, infine, la cassa di risonanza delle grandi questioni politiche della neonata federazione: lo scontro tra un’economia agricola e uno sviluppo basato sul capitale finanziario, la costruzione delle grandi infrastrutture e, soprattutto, la schiavitù. Il west è il teatro dove prendono corpo le motivazioni ideali e gli interessi economici ad essa legati. L’intreccio tra schiavitù ed espansione verso ovest rappresenta anzi un fil rouge del volume: la celebre decisione sul Dred Scott case del 1857, tradizionalmente considerata “simbolo della protezione istituzionale della schiavitù” (ivi, p. 138) è anche, come ricorda l’Autore, una sentenza sulla disciplina giuridica dei territori di frontiera e sull’incostituzionalità del compromesso del Missouri che vietava tale istituto oltre il confine settentrionale e occidentale di questo stato. Sarà la guerra civile, come noto, a risolvere definitivamente il conflitto sulla schiavitù e l’approvazione del XIV emendamento, il più importante dei civil war amendments, restituirà di fatto efficacia vincolante all’ordinanza del Nord-Ovest e al catalogo di diritti di cui essa già chiedeva il rispetto (ivi, pp. 144).

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