Presidenziali in Perù: nomi più o meno nuovi per conflitti datati

Nei giorni scorsi, durante lo scrutinio delle schede per le elezioni presidenziali, in Perù è andata in scena una piece de teatre che per la regione sudamericana costituisce, ormai, un copione classico che, salvo rare eccezioni, tra cui ricordiamo quella argentina dello scorso 2019, torna ciclicamente a essere rappresentata in corrispondenza del rinnovo della carica presidenziale in quasi tutti gli ordinamenti.
Vale la pena prima di tutto richiamare qualche dato.
Dopo le elezioni dell’11 aprile, lo scorso 6 giugno si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali peruviane che ha visto misurarsi Pedro Castillo, alla guida di Perù Libre, contro Keiko Fujimori, leader di Forza Popolare.
Si è trattato di un duello praticamente alla pari in cui pochi voti vedono il prevalere di Castillo che quando mancavano ancora una manciata di seggi da scrutinare, con una percentuale di preferenze attorno al 50,12%, ha rivendicato la propria vittoria mentre la sua concorrente annunciava che sarebbe ricorsa alla magistratura competente per denunciare brogli e chiedere l’annullamento di circa 200.000…quanto bastava per ribaltare il risultato elettorale.
Ci si potrebbe soffermare sulle difficoltà di un paese devastato dalla pandemia che le autorità non sono riuscite a gestire, condannando la popolazione a uno dei tassi di mortalità da Covid-19 tra i più alti del mondo (nel continente inferiore solo al Brasile); potremmo analizzare il travaglio di un sistema che negli ultimi anni ha visto lo scontro aperto tra poteri dello Stato, sino a cadere nella profonda crisi costituzionale del novembre 2020 quando nel giro di poco più di una settimana si sono succeduti tre uomini alla Presidenza: Martín Vizcarra, destituito con impeachment, Manuel Merino costretto alle dimissioni, essendo travolto da scandali di corruzione che avevano colpito anche il Legislativo, e infine Francisco Sagasti; potremmo infine soffermarci sulle fragilità di un trend di sviluppo economico positivo che ha  condotto alcuni analisti a considerare il Perù degli ultimi anni uno dei paesi più performarti dell’America Latina, senza considerare l’enorme disuguaglianza intrecciata nel tessuto sociale del Paese e le criticità di un sistema dei servizi sociali incapace di sostenere le necessità delle fasce più deboli della popolazione: ossia senza considerare l’effetto moltiplicatore che questo preteso rilancio economico del Perù avrebbe comportato rispetto alle fratture sociali già esistenti.
Interessa piuttosto provare a svolgere alcune considerazioni di contesto che mostrano come gli scontri che hanno animato le piazze nelle ore successive alla proclamazione di Castillo vincitore, in attesa della decisone delle autorità competenti a pronunciarsi sul ricorso elettorale presentato dalla concorrente, costituiscono la plastica rappresentazione di un’onda lunga che attraversa l’America Latina da qualche decennio, in particolare per quel che concerne la regione andina, e il risultato di un insoddisfacente processo di transizione alla democrazia avviato in Perù, ma mai completamente assorbito, in particolare per quel che concerne l’elaborazione di una narrazione collettiva della violenza che ha connotato lo spazio pubblico negli ultimi decenni, sino ai primi anni di questo secolo.
Maestro di 51 anni, proveniente da Cajamarca, una città dell’altopiano settentrionale del Perù, Pedro Castillo si è presentato alle elezioni del 2021, che prevedevano anche l’elezione dei 130 deputati del Parlamento, con l’intenzione di dare voce alle zone rurali, alle fasce più deboli, agli emarginati, alle popolazioni indigene. Con il suo slogan “No más pobres en un país rico. Palabra de maestro” ha impostato la sua campagna elettorale come un’occasione di lotta di classe, di battaglia alle disuguaglianze e alle élite ben rappresentate dall’avversaria Keiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori che ancora sconta in carcere una pena di 25 anni per corruzione, nonché per essersi reso colpevole, durante la sua presidenza, di abominevoli violazioni dei diritti umani tra il 1990 e il 2000.
Nel programma di Perù Libre (https://declara.jne.gob.pe/ASSETS/PLANGOBIERNO/FILEPLANGOBIERNO/16542.pdf) non si fa mistero delle matrici ideologiche del movimento che si definisce una «organización de izquierda socialista que reafirma su corriente ideológica, política y programática»  e che considera che per «ser de izquierda se necesita abrazar la teoría marxista», sottolineando che si tratta di «un partido forjado al interior del Perú Profundo, en los Andes del Perú, que no solo cuestiona el centralismo forjado por los partidos de derecha, sino también la indiferencia de algunos partidos de izquierda capitalina que, con su neutralidad “democrática”, permitieron la consolidación del neoliberalismo en nuestra patria. Nuestros cuestionamientos los realizamos con un espíritu constructivo, con argumentos objetivos y utilizando la herramienta de la crítica como medio y no como fin. PERÚ LIBRE es expresión contestataria de los pueblos marginados; palabra descentralista del poder político y económico; expresión de las luchas antineoliberales contra dictadura del capital o del mercado; expresión de nuestros derechos laborales; expresión del rescate de nuestras empresas privatizadas y de nuestros recursos naturales; expresión del anhelo popular de un nuevo modelo de producción; expresión de la restitución de los derechos fundamentales; expresión de los derechos comunales andinos y amazónicos; expresión de un proyecto de país y no de un proyecto de grupo empresarial; y finalmente expresión del internacionalismo latinoamericano».
Difficile non riconoscere nelle parole del programma l’eco di matrici di una estrema sinistra che per lunghi anni nelle attività di stampo terroristico di Sendero Luminoso ha mietuto vittime, senza risparmiare neppure i popoli indigeni, a onor del vero.
Come d’altra parte è evidente, direi ontologicamente evidente, il legame politico, ma non solo, di Keiko Fujimori con il progetto autoritario del padre (che lei ha dichiarato voler liberare nel caso fosse stata eletta) sfociato in gravissimi episodi diffusi di violazione dei diritti umani.
Certo cambiano i tempi e cambiano i toni e i modi. Gli uni non parlano nei programmi di lotta armata e gli altri si dichiarano pronti a giurare fedeltà ai principi democratici della Costituzione peruviana…non di meno non può non allarmare questa continuità che trascorsi circa due decenni ripropone una dicotomia che si rispecchia in una frattura che è politica, sociale e geografica perché marca un diverso modo di voler intendere lo Stato e le sue politiche in particolare per quel che concerne il piano economico e dei servizi, evidenzia una frattura profonda tra le classi sociali e segna la distanza tra le aree urbane e quelle rurali o più sperdute nella regione amazzonica.
A poco pare essere valso il lavoro della Commissione di verità e riconciliazione che operò tra il 2001 e il 2003 mettendo a disposizione delle autorità e della popolazione un esteso rapporto volto a ricostruire gli eventi che avevano travagliato il Paese dagli anni Ottanta sino al 2000. I tentativi di costruzione di una narrazione collettiva e di pacificazione sociale attraverso una spesso improvvisata attività memoriale istituzionale non hanno saputo imporre un genuino percorso di riconciliazione e quelle fratture hanno continuato a rappresentare l’orizzonte di senso delle diverse comunità e classi che abitano il Perù e ne animano la politica. L’attività della Corte Interamericana, d’altra parte, ha contribuito a elevare il livello del conflitto piuttosto che ad appianarlo come ben dimostrano le vicende che hanno interessato il monumento El Ojo que llora, nello spazio Alamedea de la memoria in Lima, dopo la sentenza Penal Miguel Castro Castro contra Perù (serie C n. 160 e n. 181) che, mostrando assai scarsa sensibilità per i percorsi memoriali che spontaneamente si stavano sviluppando nel Paese, ha alimentato il riaccendersi di scontri e di un dibattito che in fondo mostra ancora la sua vitalità nel testa a testa presidenziale.
D’altra parte, le vicende peruviane si inseriscono perfettamente in un solco già segnato: un copione classico, si diceva, che non manca dei più tradizionali elementi strutturali, quali la contrapposizione tra due modelli sociali che vedono da una parte la rivendicazione di ideali di matrice comunista di stampo latinoamericano, dall’altra l’affermarsi di politiche neoliberali, conservatrici e sostenitrici di un modello neocoloniale appoggiato dalle élite del Paese; lo scontro culturale tra tradizione indigena e modello occidentale; la trasformazione del concorrente politico in avversario giudiziario e successivamente in nemico del paese; il trascinamento della contesa elettorale nelle piazze; e infine l’irrompere del potere giudiziario che, come in altre occasioni, anche nelle presidenziali peruviane non ha frenato il proprio protagonismo, intervenendo nella scena politica e richiedendo, quando ancora i risultati non erano stati confermati, la carcerazione preventiva per Keiko Fujimori, accusata di ricettazione e altri delitti quali quello di corruzione, commessi in corrispondenza delle precedenti campagne elettorali presidenziali in connessione con il caso Odebrecht di rilievo internazionale…non si dimentichi che questa è la terza volta che la Fujimori tenta la scalata alla presidenza senza successo.
Non è difficile intravedere nel percorso di Castillo i tratti di altri leader prima di lui: Evo Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Chavez in Venezuela, persino Obrador in Messico. Il linguaggio popolare, la retorica della ruralità autoctona che si contrappone allo stile urbano di stampo occidentale, la propaganda antimperialista, il recupero del crittotipo indigeno per rigenerare l’apparato costituzionale.
Non è un caso che il programma del neo eletto presidente dica espressamente che è necessario «promover y lograr un cambio constitucional que incorpore un enfoque diametralmente opuesto, es decir, la brega por una Constitución solidaria, humanista, rescatista y nacionalizadora. La nueva CPP debe redactarse mediante una Asamblea Constituyente, la misma que debe concluir en el desmontaje del neoliberalismo y plasmar el nuevo régimen económico del Estado», con ciò ponendosi nel solco della dottrina del nuevo constitucionalismo latinoamericano e pertanto rischiando di cadere nelle medesime contraddizione, senza assumere gli anticorpi necessari a difendersi dal virus populista, dirompente in contesti che non lasciano spazio a soluzioni di sintesi e non tentano la gestione del conflitto limitandosi a farlo emergere. Non è problema da poco per un processo costituzionale che esaltando il momento costituente e la sua supremazia sul potere costituito ha la pretesa di incidere sulla realtà politico-sociale de Paese, radicandosi su premesse di interculturalismo sociale e ideologico che non ha la forza di radicare oltre l’enunciazione.
Non vogliamo con ciò sostenere che ci troviamo di fronte a un altro caso di “eutanasia costituzionale” annunciata. Solo mettere in evidenza alcuni elementi che, già registrati altrove, rischiano, se assunti in combinato disposto, di peggiorare le condizioni di instabilità politica del Perù, nonché inasprire le fratture sociali che affondano le radici in un passato che, come dimostrano i numeri e i percorsi elettorali dei candidati alle presidenziali, proprio passato forse non è.