diritto

…Nuove frontiere per la proprietà? (Recensione a Roberto Conti, Diritto di proprietà e CEDU. Itinerari giurisprudenziali europei. Viaggio fra Carte e Corti alla ricerca di un nuovo statuto proprietario, Aracne editrice, Roma, 2012).

By on 23 Maggio, 2013

Non
per generiche finalità informative, ma in ragione del fatto che ciò sembra realmente
utile per contestualizzare e comprendere meglio il volume qui presentato (la
sua impostazione sistematica, il suo approccio metodologico, la tensione ideale
che lo attraversa), vale la pena ricordare che il libro “Diritto
di proprietà e CEDU. Itinerari giurisprudenziali europei.  Viaggio fra Carte e Corti alla ricerca di un
nuovo statuto proprietario
” è opera di un magistrato – in servizio per circa vent’anni nel settore civile e
nel settore penale presso il Tribunale di Palermo, e dal marzo 2012 Consigliere
di Cassazione – che, con dedizione e passione davvero di prim’ordine, ha
affiancato o intrecciato alla sua attività istituzionale una non meno
impegnativa e proficua attività di studio, di approfondimento, di divulgazione,
di assiduo impulso intellettuale e organizzativo (anche nel suo ruolo di
componente del Comitato Scientifico del CSM) in vista della più diffusa conoscenza
e riflessione critica sulle tematiche, sulle problematiche e sulle
innumerevoli, concrete questioni (anzitutto) giuridiche connesse
all’integrazione europea, sul duplice fronte dell’Unione e della CEDU.


Il
tutto in strettissimo e assiduo – più che quotidiano! (grazie agli strumenti
informatici, quali le mailing list) – e molto collaborativo rapporto con gli
ambienti, sia giudiziari sia accademici, maggiormente sensibili e aperti, o
comunque attenti, agli impetuosi sviluppi che, soprattutto a partire dalla fine
degli anni novanta, hanno segnato ed “ingigantito”, in sede teorica come in
sede pratica, le accennate tematiche, problematiche e questioni.

Già
questi pochi elementi sull’Autore, insieme ovviamente ai contenuti e al taglio
del libro, sembrano corroborare la decisione di pubblicare l’opera nell’ambito,
e anzi quale volume inaugurale, di una nuova collana intitolata “Studi di
diritto europeo”.

Nella
relativa presentazione, a firma del Direttore della collana Mario Serio, si
legge che l’espressione “diritto europeo”, «più che frutto di una scelta
culturale, appare il prodotto di una necessità scientifica, quella di designare
studi e scritti che aspirano a descrivere,
interpretare, modellare le sempre più vaste aree di pensiero giuridico che si vanno
assestando attorno all’Europa
[…] prendendo atto della necessità di
raccogliere riflessioni e saggi di impianto monografico che si concentrino non
soltanto su temi riconducibili al perimetro del diritto europeo, ma [spazino] in tutti i possibili luoghi di esplicazione
del diritto europeo, comunitario e non
», e che siano «rivolti all’inveramento dell’istanza europeistica nei
diritti nazionali e al coordinamento del livello sovrastatuale con quello
statuale
».

Parole e prospettive, scientifiche ed ideali, che sembrano
in effetti trovare nel Lavoro (tutto; non solo quest’ultimo “frutto”) di
Roberto Conti una coerente ed energica concretizzazione.

A
tal proposito (ma anche, propriamente, per riavvicinarci all’opera qui presentata),
è anzi da dire che la sua precedente, ampia monografia “La
Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il ruolo del giudice
”, edita nel
2011, per un verso testimonia, in generale (e insieme a molti altri contributi,
interventi e attività che sarebbe impossibile ricordare con completezza in
questa sede), l’appassionato e produttivo impegno cui si è fatto riferimento; per
l’altro, e iniziando a entrare nel merito, rappresenta – proprio nel senso
etimologico – lo sfondo, o meglio il quadro generale, entro cui possono utilmente
collocarsi gli “itinerari” giurisprudenziali ricostruiti e analizzati nel volume
attuale: tutto incentrato (non tanto forse, almeno in prima battuta, su quello
che nel sottotitolo viene definito, con taglio apparentemente teorico, un possibile “nuovo statuto proprietario”
di matrice europea; quanto, più analiticamente e pragmaticamente) su una serie
di vicende e questioni, affrontate a livello europeo e a livello nazionale, che
concretamente (ma non certo senza importanti
ricadute di principio: ed è in questa chiave che sembra allora
doversi leggersi, probabilmente, anche la citata espressione del sottotitolo) hanno
inciso e incidono – per via normativa o, più spesso, per via giurisprudenziale
– sull’effettiva “dimensione” del diritto di proprietà, dei suoi limiti, delle
sue forme di tutela.

In
questo senso, il volume attuale sembra in effetti porsi su una linea di
continuità e di coerente sviluppo rispetto all’opera del 2011, con riguardo alla
quale l’Autore stesso aveva affermato (in una sua “autorecensione”)
che «[l]a prospettiva seguita muove dalla convinzione che il modo migliore per
conoscere la CEDU è quello di accostarsi alle sentenze nazionali che con essa
si sono fin qui misurate per trarne talune linee guida», e che «[c]apire e
conoscere la CEDU significa comprendere la portata e le tecniche che ne
consentono concretamente l’applicazione ed attuazione nelle singole vicende
processuali».

Affermazioni,
ci sembra, che possono riferirsi con la medesima pertinenza anche all’opera qui
presentata, mostrando  un primo elemento
che – soprattutto alla luce del tempo e delle vicende intercorse – tende a
distinguere, o comunque a caratterizzare in modo più accentuato, il volume di
Roberto Conti rispetto a precedenti scritti (alcuni dei quali, in ogni caso,
tuttora imprescindibili) che trattavano, almeno in parte, le medesime tematiche
(quali ad esempio diversi lavori, anche monografici, di Maria Luisa Padelletti,
Nicola Colacino, Marco Comporti, Luigi Condorelli, Luigi Daniele, Antonio
Gambaro, Andrea Guazzarotti, Massimo Luciani, Salvatore Salvago, Cesare Salvi).

La
stretta “aderenza” della trattazione – anzitutto a livello di impostazione
sistematica (non sempre, ovviamente, nei giudizi e nelle prese di posizione
dell’A.) – a concrete vicende normative e giurisdizionali vale infatti a
conferire al volume anzitutto (ma
ovviamente non soltanto) una spiccata
e preziosa funzione “informativa” (o forse meglio, e a scanso di equivoci, di
alta divulgazione), giacché esso raccoglie ed illustra – per un verso,  in modo ordinato e organico (e sostanzialmente
completo, quantomeno nel quadro dell’approccio metodologico di cui sopra); e,
per altro verso, con costante tendenza all’approfondimento critico e/o
propositivo (…ecco perché “non soltanto”) – tutti gli elementi normativi e
giurisprudenziali di maggior rilievo con riguardo al tema di fondo.

Tema
che – tentando di formularne una sorta di definizione appena un po’ più precisa
(per quanto sgraziata; ma non si tratta qui, fortunatamente, di scrivere un
titolo) – potrebbe forse indicarsi come quello dello sfaccettato, effettivo regime della proprietà (per inciso:
scontando la pluralità di nozioni cui
tale termine rimanda, ed i connessi problemi) quale ricostruibile rivolgendo l’attenzione alle diverse “sedi” (appunto
normative e giurisdizionali) del complesso, ma al contempo sempre più
integrato, circuito giuridico “multilivello”
(e sia consentito, per mera
comodità e senza alcuna implicazione, il ricorso all’amato/odiato aggettivo non
accompagnato dal consueto corredo di riferimenti e precisazioni).

A
quest’ultimo proposito, va precisato che, sebbene il titolo faccia riferimento
al solo “fronte” della CEDU, non mancano affatto allargamenti di indagine, e istruttivi
momenti di confronto, rivolti all’altro fronte – quello “eurounitario” (…se
ancora occorrono le virgolette) – dell’integrazione europea.

Si
veda anzitutto, in questa seconda (ma ovviamente collegata) prospettiva, il Capitolo
IX, nel quale si rende conto, tra l’altro, del ruolo dell’art. 17 della Carta… di Nizza[1],
in particolare con riguardo a diverse questioni relative alla “giusta
indennità”: approfondimento assai istruttivo, laddove ad esempio mostra il
rilievo che possono in concreto assumere aspetti apparentemente marginali e
talora trascurati, come quelli relativi ai
tempi
del pagamento dell’indennizzo e alle ricadute, in termini di maggior
danno, di eventuali ritardi.

Ma
si veda anche, in alcune sue parti significative, il Capitolo X, non a caso
intitolato “Conclusioni in progress” e proiettato – almeno con brevi cenni
mirati – anche verso questioni più generali relative ad alcuni recenti, o
imminenti, sviluppi nei rapporti tra diversi ordinamenti e sistemi, tra cui la
controversa questione della “comunitarizzazione della CEDU per effetto
dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona” (senza che la formula, pur
utilizzata dall’Autore, implichi l’adesione ad alcune affrettate ricostruzioni
affacciatesi nella giurisprudenza soprattutto amministrativa ma poi fermamente
e puntualmente “smontate”, con stringenti argomenti, dalla Corte
costituzionale, oltre che dalla dottrina).

Quanto
ai restanti capitoli, nell’impossibilità di rendere conto – anche solo
attraverso una sorta di (comunque poco utile) elencazione – di tutte le
specifiche vicende e questioni toccate (la cui ampiezza e ricchezza
rappresenta, come si diceva, un aspetto caratterizzante, e per molti versi il
punto di forza, della trattazione), si vuol quantomeno richiamare l’attenzione
– sorvolando sulle decine e decine di pagine dedicate, con dovizia di
riferimenti e riflessioni, all’occupazione acquisitiva, all’art. 43 t.u.
espropriazione e alle connesse, evoluzioni (e involuzioni) normative e
giurisprudenziali – su due capitoli forse di ancor più ampio respiro (e
comunque di notevole interesse): il Capitolo III, nel quale – muovendosi
chiaramente su un “campo minato”, ma con strumenti e approcci per più profili
innovativi, collegati alla particolare prospettiva entro cui la riflessione si
colloca –  si torna “coraggiosamente” ad
affrontare la “vecchia” (ma tutt’altro che superata) questione della “funzione sociale”
della proprietà; e il Capitolo VIII, nel quale – sempre prendendo le mosse da (e…
andando poi a ricollegarsi a) concrete vicende giurisprudenziali (quali in
particolare, per un verso, le sentenze della Corte di cassazione dell’11
novembre 2008, nn.
26972-75; e, per l’altro, la sentenza del
Consiglio di Stato del 2 novembre 2011, n. 5844) e da puntuali
previsioni normative (quali soprattutto quelle di cui all’art. 42-bis t.u. espropriazione), ma toccando
anche delicate questioni teoriche di fondo riconducibili alla ricostruzione del
diritto di proprietà come “diritto umano” – si sviluppa una riflessione sulla
riconoscibilità di un danno non patrimoniale da perdita (o lesione) della
proprietà.

Si
tratta, come può intuirsi, di temi e problemi molto complessi, delicati e densi
di ricadute più generali, di notevole interesse e rilievo anche e anzitutto
sotto il profilo costituzionale.

Ciò
che in proposito – ma anche a mo’ di conclusione di queste modeste osservazioni
– sembra potersi ribadire, senza addentrarsi (almeno in questa sede) in
puntuali questioni di merito, è che la trattazione, anche in tali “passaggi”
più impegnativi, non smette di trarre al contempo sostegno e stimolo da vicende
concrete, spesso di grande attualità, rappresentando già per questo (nei suoi
passaggi ricostruttivi così come nelle riflessioni che a tali passaggi spesso
si intrecciano, o che ad essi, in diversi punti, si affiancano con maggior
agio) un prezioso strumento di conoscenza e approfondimento critico tanto del
tema specifico (o dei temi specifici) oggetto di esame quanto dei più generali
“sviluppi ordinamentali” in atto in questi anni (e che costituiscono, come si
accennava, non soltanto lo “sfondo” del volume, ma, in qualche modo e misura,
un suo “oggetto implicito”).

E
ciò per le molte e importanti “domande” che la trattazione pone, o induce a
porsi, non meno che per le “risposte” (magari “in progress”) che essa offre al
lettore; oltre che, naturalmente, e prima ancora, per il ricco quadro
giurisprudenziale ricostruito dall’Autore con l’attenzione, l’impegno e la
passione che – come si è ricordato in apertura (e come, libro alla mano, si
torna con piacere a constatare in chiusura) – gli sono proprie.

 


[1]
Per ragioni ideali,
storiche e giuridiche illustrate altrove (e troppo lunghe da riportare), chi
scrive ritiene tutto sommato più corretto e opportuno continuare a chiamare, in
breve, così la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, anziché, come nel
libro preferisce fare l’Autore, “Carta di Nizza-Strasburgo”. Si tratta,
ovviamente, di opzioni e preferenze del tutto personali.

LEAVE A COMMENT