Corti e diritti diritto

Va bene in territorio “straniero”…ma non troppo! Un “flash” sul “non-voto” per le elezioni politiche di un cittadino britannico residente all’estero per più di quindici anni

3 Giugno, 2013

Il filone giurisprudenziale
sul “voto estero” della Corte EDU si arricchisce di un nuovo tassello: così,
dopo la decisione resa, il 15 marzo 2012, con riguardo al “voto estero
greco” (v. il caso
Sitaropoulos e Giakoumopoulos
), lo scorso 7 maggio la Corte ha portato la
propria attenzione sul “voto estero britannico” (v. il caso
Shindler
)[1].

All’origine di questa
seconda pronuncia vi è stato il ricorso contro il Regno Unito di Gran Bretagna
e Irlanda del Nord da parte di un cittadino britannico residente all’estero – si
noti: in Italia (!) –, che si è visto impossibilitato a votare in occasione delle
elezioni politiche (del 5 maggio 2010) in quanto la normativa inglese consente
di votare solo ai cittadini che non risultino “residenti all’estero” per più di
quindici anni (v., in partic. la sez. 1 del “Representation of the People Act 1985”, come succ. modif.).

La Corte, dopo aver
richiamato la propria giurisprudenza sull’art. 3 del Prot. 1 (v.la in M.
Cartabia, Dieci casi sui diritti in
Europa,
p. 239 e ss.), tiene a rilevare come sarebbe stato comunque
possibile per il ricorrente “conservare” il suffragio se nel lasso di tempo
previsto – considerato dalla stessa non «disproportionate» (§ 116) – egli fosse tornato in patria ed avesse
esercitato un tale diritto. Inoltre, rileva l’equilibrio tra i diversi  contrapposti interessi in gioco
perseguito dalla normativa, ovverosia, tra «the
genuine interest of the applicant, as a British citizen, to participate in
parliamentary elections in his country of origin and the chosen legislative
policy of respondent State to confine the parliamentary franchise to those
citizens with a close connection with the United Kingdom and who would
therefore be most directly affected by its laws
» (§ 118). Ancora, la Corte sottolinea che «there is no common approach as to the extent of States’
obligations to enable non-residents to exercise the right to vote […] It
therefore cannot be said that the laws and practices of member States have
reached the stage where a common approach or consensus in favour of recognising
an unlimited right to vote for non-residents can be identified
» e, pertanto «Although
the matter may need to be kept under review in so far as attitudes in European
democratic society evolve, the margin of appreciation enjoyed by the State in
this area still remains a wide one
» (§115).

E’ stato,
quindi, proprio tenendo conto del margine di apprezzamento a disposizione del
legislatore nazionale (v. il §118) e della legittimità dello scopo perseguito
dal legislatore che la Corte EDU ha reputato che, nel caso di specie, non vi fosse
stata alcuna violazione dell’art. 3 del Protocollo 1 alla
Convenzione.

Certo, fa riflettere che, ancora, la residenza in uno
Stato dell’UE venga considerata “in territorio estero”, rendendo tangibile, ci
pare, la lunghezza della strada che ancora c’è da percorrere sul delicato terreno
dei diritti politici nel Consiglio d’Europa. Per diverso profilo, ci si domanda
se, in questo caso, non si sarebbero potute avere maggiori chances di successo davanti ai giudici di
Lussemburgo, invece che a Strasburgo, considerato, se non altro, che, una
previsione di siffatto genere può essere reputata di “ostacolo” alla libera
circolazione dei cittadini europei (e, ancora più ampiamente, alla
realizzazione – dell’erigendo? – spazio politico eurounitario).

 


[1]V. Corte europea dei diritti dell’uomo, Quarta Sezione, 7 maggio 2013, ric.
n. 19840/09, Case of Shindler v. the United Kingdom
– non violazione dell’art. 3 del Protocollo 1 della
Cedu (diritto a libere elezioni).

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