diritto

Proprietà e diritti umani: matrimonio (im)possibile o prospettiva reale? In risposta a Vincenzo Sciarabba.

By on 24 Maggio, 2013

Ho accettato con sentimenti di
autentica gratitudine l’invito di Vincenzo Sciarabba e Oreste Pollicino a scrivere
due parole- due- sulla recensione del primo, ospitata nel blog del secondo, al
mio libercolo sulla proprietà.

Già scrivendo il termine proprietà ho avuto ed ho la netta
sensazione di quanto piccolo possa essere, in realtà, il contributo di un giovane (continuo a considerarmi tale
anche se, voltandomi indietro, mi accorgo di esserlo un po’ meno di qualche
anno fa, incalzato da chi ha, ormai, pieno titolo per potersi definire tale) su
una “vicenda” che ha visto, a vario titolo ed in contesti temporali diversi,
coinvolti i più autorevoli studiosi del diritto.


A mente fredda, del resto, la
stessa scelta di pubblicare uno scritto sulla proprietà può apparire (e forse
lo è davvero) azzardata per chi non ha titolo-legittimazione alcuna per
inserirsi in scuole, di pensiero e non, o aggregazioni
ideologico-politico-culturali.

Eppure, la legittimazione a
mettere nero su bianco un compendio di prospettive (carico di incertezze che,
tuttavia, non vorrebbero fare smarrire l’ipotetico lettore, ma semmai
incoraggiarlo ad un nuovo modo di essere operatore del diritto) tutte
proiettate  a dimostrare la necessità di
riannodare in modo diverso le teorie e le riflessioni sulla proprietà rispetto
a qualche decennio fa, allacciandole più concretamente ai casi della vita ed ai
fatti che continuamente prendono corpo in una realtà “liquida” e sempre più in
movimento, ho ritenuto di cercarla (e di trovarla) nel modo, credo  assolutamente personale,  di intendere la funzione del giurista.

In fondo, le personali
riflessioni sulla proprietà altro non sono che la negazione del canone della
“certezza” che spesso alberga ed impera nel panorama di chi “scrive di diritto”.

E’ per questo che il libro non si
rivolge – recte, non mira a
rivolgersi- a chi queste certezze ha già maturato, sicuro che la forza
(modesta) ed il rigore metodologico (minimo) delle argomentazioni esposte non
riuscirebbero nemmeno marginalmente ad incrinare o anche solo a scalfire le
granitiche certezze di chi, invece, “sa”.

Si rivolge, molto più
modestamente, a chi ha ancora il desiderio, la voglia o la necessità di “farsi
un’idea aperta”, magari non completamente strampalata, su un tema che continua
ad avere un certo fascino, soprattutto se lo si rapporta alla persona, all’uomo.

Questo fascino, del resto,
cominciai a sperimentarlo quando, a metà del 2006, provai a cimentarmi (ed a
sistematizzare pregresse riflessioni) in modo forse un po’ più tecnico sullo
stesso tema,  incentrando l’attenzione su
un fenomeno, quello dell’occupazione illegittima, che già a quell’epoca, ben
prima delle famose “sentenze gemelle” della Corte costituzionale, mi portò ad
accostare una “coppia” di concetti  che
ai più sarebbe apparsa, già all’epoca, quanto meno  azzardata, se non tecnicamente scorretta e
giuridicamente errata.

Dare, così, alle stampe, in quel
periodo, un testo dal titolo “Occupazione
acquisitiva. Tutela della proprietà e dei
diritti umani
” significava, in definitiva, dimostrare non certo che gli
studi, gli orientamenti giurisprudenziali, le teorie fino a quel momento
espresse avessero mal compreso i nessi ed i rapporti fra dominio e Uomo, ma
soltanto che la mortificazione del diritto dominicale sistematicamente
realizzata, soprattutto a livello nazionale, sulla (apparente) base di nobili
(ed ancora oggi assolutamente insopprimibili) istanze solidaristiche, aveva
prodotto una reazione talmente vigorosa delle istanze sovranazionali da rendere
doverosa una rinnovata indagine su quei temi.

I successivi accadimenti, a
partire dal 2007 e fino ai nostri giorni,  hanno dimostrato, ai miei occhi, che quelle datate
riflessioni andavano fatte, anche solo a  futura memoria.

Oggi, quelle più recenti, sul
nuovo statuto della proprietà, credo ancora di più non possano scindersi dal
tema -più generale- dei diritti fondamentali, soprattutto quando ci si accorge
di quanto ancora flessibile sia la portata del termine e, in definitiva, del
“patrimonio” che la persona ha diritto ad avere tutelato.

Anche i recenti svolgimenti delle
Corti, nazionali (Corte cost.n.264/2012) e sovranazionali (Corte dir.uomo Di Maggio c.Italia) dimostrano come il
concetto di “bene” << non si limita solamente alla proprietà dei beni
materiali e che è indipendente dalle classificazioni formali del diritto
interno: altri diritti ed interessi che costituiscono un attivo, possono
altresì essere considerati “diritti patrimoniali” e pertanto “beni”>>(Corte
dir. uomo, 7 febbraio 2013,  Fabris c. Francia, p.49).

In conclusione, l’idea “aperta”
di proprietà, alla quale ricondurre un interesse sostanziale della persona che,
come tale, viene protetto attraverso il riconoscimento  di un diritto fondamentale ha propiziato un
libro che, ancora una volta, come credo a ragione ha scritto Vincenzo
Sciarabba, guarda al particolare con un occhio proiettato ai diritti dell’Uomo
nella loro dimensione più generale.

Ecco che accostarsi alla
giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani sul tema specifico e
riflettere sul suo andamento ( non credo affatto né a rime obbligate, né a
senso unico a favore del proprietario) in tema di proprietà  consente, a me pare, di cogliere i tratti
sistematici  di un nuovo, assai
impegnativo – ma non meno straordinariamente appagante- modo di essere giurista
al passo con i tempi, partecipe in prima linea del processo di edificazione dei
diritti.

Non è né può essere un libercolo
a condurre gli ipotetici interessati verso le prospettive appena espresse.

Lo sono, invece, in modo
efficace, le occasioni di scambio, di confronto, di dialogo tra Giudici, Avvocati
e Accademici – fra i quali ultimi Antonio Ruggeri si è ritagliato un posto
davvero speciale quanto a disponibilità (infaticabile) ad offrire le intuizioni
feconde del suo pensiero ed a ricevere, in modo altrettanto aperto,  stimoli e prospettive- che, senza farsi scudo
del proprio profilo professionale e senza rimanere soffocati da talvolta stucchevoli
precondizioni ideologiche, trovano forme, luoghi e contesti per “parlarsi alla
pari”, per confrontarsi sui fatti e sulle ricadute di sistema che quei fatti
continuamente e progressivamente determinano così innestandoli, questa volta
sì, in una cornice di sistema composta da quei valori umani e culturali  da almeno un cinquantennio incarnati nelle
moderne Carte dei diritti -nazionali e sovranzionali- e nelle giurisprudenze
che quotidianamente le vivificano.

La speranza è, dunque, che questa
goccia non evapori, ma riesca a trovare con l’ausilio di Altri meglio
attrezzati di chi scrive- fra i quali si inscrive pleno jure Vincenzo Sciarabba-, una sorgente nella quale, poi,
serenamente disperdersi.

Tanto altro mi verrebbe da
scrivere, ma mi accorgo di avere tradito la promessa iniziale  e rubato tempo prezioso a chi legge.

 

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