Michele Carducci
Covid-19 e uscita "energetica" dall'emergenza
La pandemia del Covid-19 ha messo in ginocchio l'economia globale. Con essa, ha condizionato il presente e futuro della convivenza sociale e politica delle comunità statali. Nel contempo, essa ha inaugurato anche quello che il Sistema Nazionale per la Protezione dell'Ambiente (SNPA) inquadra come "inedito ed eccezionale laboratorio", che «permetterà di studiare meglio, sotto molti aspetti, la portata dell’impatto antropico sull'ambiente e sui cambiamenti climatici» (SNPA, Guardiamo al futuro, tra crisi e opportunità, 11 maggio 2020). La pandemia ha distrutto per offrire.
Questa singolare contraddizione è alla base di un ricco dibattito mondiale di ecologia, da un lato, e politica economica e diritto dell'economia, dall'altro.
Dal punto di vista ecologico, la contraddizione deriva dalla circostanza che la zoonosi, a base della pandemia, appare strettamente connessa alla perdita di biodiversità, alimentata dai cambiamenti climatici. La distruzione degli ecosistemi, insieme all'estinzione di determinate specie predatrici, sta facendo crollare le cosiddette "barriere naturali" di trasmissione interspecie dei virus (Vidal J. Destroyed Habitat Creates the Perfect Conditions for Coronavirus to Emerge, in Scientific American, march 18, 2020). Il dato comporta la presa d'atto che la lotta la virus non è più un problema esclusivamente epidemiologico e di copertura con un vaccino: rappresenta un tassello della lotta al cambiamento climatico e ai sui c.d. "Feedback Loop", che coinvolgono la biodiversità e quindi anche le barriere di contenimento di nuovi virus. Se non si affronta risolutivamente la questione dei cambiamenti climatici, le zoonosi si moltiplicheranno, come del resto già proiettato da una serie di ricerche dell'OMS (Climate Change and Infectious Diseases, 2017).
Dal punto di vista di governo dell'economia, sembra utile partire da uno studio dell'Università di Oxford, che ha coinvolto 231 esperti di banche centrali, ministeri delle finanze, ricercatori e think tank di tutto il mondo, coordinati, tra gli altri, del premio Nobel Joseph Stiglitz (Hepburn C. et al. Will COVID-19 fiscal recovery packages accelerate or retard progress on climate change?, Smith School Working Paper 2, 2020). Esso ha provato a tradurre la contraddizione in proposta di ripresa economica. Ne è emerso uno scenario strutturato su quattro dimensioni: un ruolo rafforzato dello Stato nella regolazione degli investimenti per la ripresa; una funzionalizzazione di questi investimenti alle politiche di compatibilità ambientale e di lotta al cambiamento climatico; una riformulazione delle relazioni industriali nel quadro di infrastrutture energetiche connesse a fonti rinnovabili come eolico e solare, in quanto più "resistenti" agli effetti perversi della globalizzazione, come le delocalizzazioni, e del tutto coerenti con il "phase out" dell'energia fossile; una coniugazione della ripresa con azioni di resilienza verso le trasformazioni indotte dai cambiamenti climatici senza condizionamenti geopolitici sull'uso delle risorse. Ecco allora che lo studio osserva, attraverso il riscontro di pratiche esistenti e di studi e verifiche già condotte, che, già nel breve termine, la costruzione di infrastrutture per l'energia pulita attiverebbe impiego di nuova manodopera, creando almeno il doppio dei posti di lavoro per dollaro rispetto agli investimenti nei combustibili fossili (dato che ogni milione di dollari di spesa genera 7,49 posti di lavoro a tempo pieno nelle infrastrutture per le energie rinnovabili, 7,72 nell'efficienza energetica, ma solo 2,65 nei combustibili fossili). Inoltre, le nuove infrastrutture solleciterebbero politiche attive anche in ricerca e sviluppo a sostegno delle nuove energie rinnovabili per l'adeguamento degli ecosistemi urbani e dei complessi industriali. Infine, non entrerebbero in conflitto con gli indirizzi ambientali di rigenerazione degli ecosistemi.
Questo significa, però, che tutta la ripresa economica post Covid-19 non dovrebbe passare attraverso il semplice sostegno all'esistente o, peggio, il salvataggio incondizionato di qualsiasi impresa (a partire da quella del trasporto aereo); e questo, non per discriminazione politica, ma piuttosto proprio per convenienza economica, giacché qualsiasi semplice, ma costoso, "salvataggio" o "sostegno" produrrebbe, in comparazione con la promozione delle nuove infrastrutture energetiche, risultati scarsi sia in termini di impatto economico, sia in termini lavorativi, ambientali e climatici. Replicherebbe, in definitiva, la contraddizione tra crisi e opportunità, fotografata dal SNPA.
Sembra, allora, che l'uscita dall'emergenza non possa che essere "energetica", per "utilità" tanto economica quanto climatica. In tal senso, si pone il manifesto italiano "Uscire dalla pandemia con un nuovo Green Deal per l'Italia", promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e sottoscritto da centodieci rappresentanti del mondo dell'impresa. Anche l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) intravede come necessaria la stessa via, nel suo "Global Energy Outlook 2020".
Tuttavia, se l'ipotesi richiamata risolve una contraddizione, essa stessa ne alimenta un'altra. L'emergenza Covid-19, infatti, ha condizionato le premesse di questa prospettiva, imponendo ampi interventi di politica economica, progettati sotto la pressione del tempo e non lasciando margini di valutazione del loro impatto sul clima e sull'ambiente. L'urgenza lavorativa, tra l'altro, sta giocando paradossalmente a favore delle industrie gravemente colpite dalla crisi, non necessariamente propense al cambiamento.
è dunque divenuta concreta quella "tragedia dell'orizzonte", paventata appena cinque anni addietro per descrivere l'effettivo contenuto del dilemma energetico: il tempo asimmetrico tra urgenze economiche e urgenze climatiche (Carney M. Breaking the Tragedy of the Horizon. Climate Change and Financial Stability, Speech at Lloyd's of London, 2015). Con il Covid-19, le urgenze climatiche non sono venute meno, anche se è emersa drammaticamente prorompente e inaspettata l'urgenza economica della crisi.
Ecco allora che la vera partita della politica "post emergenziale" del governo dell'economia si gioca sull'orizzonte temporale; e dalla scelta dell'orizzonte temporale deriverà l'attenzione o meno alla persistente e preesistente urgenza climatica. Per lo Stato, gli scenari di uscita "energetica" sono solo tre: l'orizzonte a breve termine, fermo sull'immediata risposta alla crisi per l'emergenza sanitaria pubblica e l'incombente recessione economica (senza alcuna discontinuità energetica rispetto all'urgenza climatica); l'orizzonte di medio termine (proiettato su pochi anni), volto alla stimolazione della ripresa economica nel contenimento dell'impatto sulla salute pubblica, lasciando però che l'impatto economico continui a modellare le scelte energetiche rispetto all'urgenza climatica; l'orizzonte a lungo termine (proiettato sui decenni), incentrato sulla trasformazione energetica per rispondere all'urgenza climatica e promuovere economie resilienti al cambiamento climatico e agli shock eco-sanitari da esso prodotti, ridimensionando possibili repliche di zoonosi (Steffen B. et al. Navigating the Clean Energy Transition in the COVID-19 Crisis, in 4 Joule, 2020, 1-5).
28 Maggio 2020
La democrazia “Apartheid”
Alcuni commenti sul recente accordo parigino in tema di “controllo” dei flussi migratori dall’Africa e sul “Codice di condotta” italiano per le ONG che operano nel Mediterraneo hanno evocato categorie e ricostruzioni di Carl Schmitt nel “Nomos della terra” (cfr., tra gli altri, A. Rauti, Il Codice di condotta per le ONG tra “terra e mare”, in www.lacostituzione.info, 16/8/2017; F. Tedesco, I migranti, l’Europa e le nuove linee di amicizia, in www.ilfattoquotidiano.it, 4/9/2017). Si tratta di letture in qualche modo prevedibili ancorché importanti, che tuttavia scontano alcune insufficienze analitiche, rispetto al quadro europeo e mondiale contemporaneo. Queste insufficienze possono essere riassunte nelle esternazioni del Ministro Marco Minniti alla Festa dell’Unità di Pesaro, il 28 agosto 2017, e nelle comunicazioni parlamentari del Ministro Angelino Alfano, del 4 settembre.
Partiamo dalle prime: il personale «timore per la tenuta democratica del Paese» avrebbe convinto un intero Governo (stando almeno al virgolettato non smentito dal Ministro Menniti, il quale ha fatto ricorso alla prima persona singolare per “confessare” il proprio “timore”, e alla prima plurale per definire l’azione conseguente) ad assumere quelle risolute decisioni nei confronti delle ONG e dell’Europa. Il sentimento emotivo soggettivo e solitario di un individuo (non di un individuo qualsiasi, ma di quel Ministro degli Interni istituzionalmente tenuto a doveri di correttezza costituzionale verso il Parlamento – quale organo di controllo politico informato – e il Presidente della Repubblica – quale garante dell’unità nazionale) assurge a dimensione fattuale, non documentata, di legittimazione dell’indirizzo politico. Assurge a “realtà”. Siamo ben al di là della “necessità” definita da Santi Romano. E siamo ben al di là anche dei “Laws of Fear”, descritti da Cass R. Sunstein (su cui, si v. l’ottimo scandaglio problematico di G. De Minico, Costituzione, emergenza e terrorismo, Napoli, Jovene, 2016). In questi casi, infatti, la “realtà” emerge tra eventi (accadimenti già occorsi e dunque conosciuti, da una parte, procedimenti di decisione, dall’altra). Nella “confessione” di Minniti, invece, la “realtà” risiede nelle sue “emozioni” di “timore”: un bel contributo alla dossologia della cosiddetta “post-verità” e delle “fake news”, di cui tutti lamentano insidie e strumentalizzazioni.
Dunque le “emozioni” sulla democrazia orientano la “realtà” delle politiche? Ma che cos’è la “tenuta democratica di un Paese” di fronte ai fenomeni migratori? Questo interrogativo sfugge alle categorie schmittiane e, per tale ragione, la loro evocazione appare oggi insufficiente. La sfida di oggi, infatti, non è più solo fra “terra e mare”, tra Europa e “the Rest”. La sfida di oggi è tutta dentro l’Europa e riguarda per l’appunto la “realtà” delle sue democrazie di fronte alla “realtà” dei fenomeni migratori: un inedito conflitto di “realtà” entrambe irreversibili – come lo stesso Presidente del Consiglio Gentiloni ha onestamente ammesso nella sua conferenza stampa di Parigi – ed entrambe “interne” all’Europa.
Le migrazioni non sono più una “emergenza”, un “flusso”. Esprimono la nuova “situazione costituzionale” (nel significato di contesto intersoggettivo di fatti e reazioni psico-sociali, spiegato da Elinor Ostrom) del mondo. Tutti i Rapporti dell’UNHCR, di altri organi dell’ONU e dell’OIM lo richiamano e lo documentano. Quei Rapporti, inoltre, ci dicono anche che le distinzioni tra migranti “economici” e “rifugiati” non sono più idonee a far conoscere e comprendere il nuovo contesto. In particolare, i cambiamenti climatici, stravolgendo la mobilità umana, minano le categorie moderne del diritto internazionale e costituzionale, costruite intorno alla semantica geopolitica della “stabilità” e storico-costituzionale della “titolarità identificabile” dei diritti. Lo scenario del Texas, afflitto dalla catastrofe naturale e ostacolato dal “muro antimigranti” di Trump, ne ha fotografato il triste paradosso; un paradosso che non si era mai affacciato, sino ad oggi, sulla scena del costituzionalismo democratico europeo.
Infatti, come ha ben sintetizzato Alain Badiou (Il secolo, 2005, trad. it. Milano, Feltrinelli, 2006, 14 ss.), il Novecento costituzionale europeo si è alimentato di una «procedura discorsiva di assoluzione», che ha permesso di identificare le democrazie attraverso l’accoppiamento «con ciò che, a cose fatte, esse definiscono come Altro da sé, la barbarie di cui sono innocenti». Tuttavia, questa “assoluzione” è stata possibile, fino a quando la “realtà” ha potuto essere effettivamente “sdoppiata” nello spazio tra Europa e Africa. Autori ormai “classici”, come Frantz Fanon (I dannati della terra, 1961, trad. it., Torino, Einaudi, 1962) e Aimé Césaire (Discorso sul colonialismo, Verona, Ombre corte, 2014), ne hanno consegnato alla storia il triste racconto (triste per l’Africa). Sulla “doppia realtà” sono state edificate le relazioni internazionali con l’Africa decolonizzata (A.A. Mazrui, Africa’s International Relations, London-Lusaka, Heinemann, 1977), la cooperazione allo sviluppo (M. Zupi, Disuguaglianze in via di sviluppo, Roma, Carocci, 2013), le conversioni monetarie con l’Europa (N. Agbohou, Le franc CFA et l'euro contre l'Afrique, Paris, ed. Solidarité mondiale,1999), gran parte delle discussioni scientifiche (I. van Sertima, Blacks in Science, J. of African Civilizations, 1984, 8 ss.), la comunicazione inter-personale e l’ufficialità del linguaggio (N. wa Thiong’o, Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana, Milano, Jaca Book, 2015). Anche l’ultimo Paese europeo non democratico e coloniale, il Portogallo, ha dovuto prendere atto della “utilità” della democrazia, come dispositivo abilitativo di discorsi appunto “assolutori” verso il colonialismo in Africa (si v. P. Villen Meirelles Alves, Tra armonia e contraddizione, Padova, il Poligrafo, 2010). La democrazia in Europa, dunque, con l’ “Altro da sé” in Africa.
Ma che fare della democrazia in Europa, una volta che questa separazione spaziale viene infranta dall’unità della “situazione costituzionale” irreversibile delle migrazioni proprio dall’Africa, ossia dall’ “Altro da sé”?
È evidente che il “timore per la democrazia” insorga, a questo punto non come “evento” (l’invasione degli africani, che non c’é), ma come difficoltà narrativa sulle ragioni della propria democrazia, di fronte a una “realtà” non più spazialmente separabile.
Si spiega così l’iniziativa italiana, entusiasticamente fatta propria dall’Europa, sia di stampo “schmittiano” sia, se così può dirsi, à la Badiou.
Al primo canone si ispirano i dispositivi del “Codice di condotta” delle ONG, i quali ricalcano perfettamente, come logica, i meccanismi della “Commissione mista lusitano-britannica” che si insediò a metà Ottocento a Boa Vista, nelle isole di Cabo Verde, con lo scopo di controllare la “tratta” atlantica degli schiavi (cfr. M. Turano, Il verde mare delle tenebre, Lecce, Argo, 2001): il controllo della “tratta” (oggi mediterranea) è sempre la priorità rispetto alla condizione degli esseri umani che la subiscono.
Sul fronte della democrazia, poi, la formula “aiutiamoli a casa loro” non registra un semplice slogan. Gli accordi di Parigi inaugurano una nuova rappresentazione di sé della democrazia in Europa.
La democrazia in Europa accetta l’Apartheid. È come se si stesse “africanizzando” nei suoi codici identificativi. Non si limita più a prendere atto, auto-assolvendosi, della esistenza di separazioni spaziali (la democrazia europea e l’ “Altro da sé”). Poiché qualsiasi separazione spaziale sarà sempre più vanificata dalla inedita “situazione costituzionale” dei migranti, l’Europa deve ineluttabilmente rimodularsi, definendo per se stessa, non più per l’ “Altro da sé”, le separazioni: prima di tutto narrative, emotive, discorsive, poi anche metodologiche, esattamente come uno Stato Apartheid dell’Africa.
Come funzioni effettivamente una democrazia Apartheid è stato lucidamente documentato da una recente ricerca, pubblicata proprio in Sudafrica (H. van Vuuren, Apartheid, Guns and Money, Cape Town, Jacana, 2017). Lo Stato Apartheid non è una specie di “doppio Stato”, nel significato reso celebre da Ernst Fraenkel e riferito alla dittatura (Il doppio Stato, 1974, trad. it., Torino, 1983). Quest’ultimo funziona come meccanismo di doppi poteri e meccanismi di decisione; al contrario, lo Stato Apartheid si mantiene in vita come “doppia realtà” dei soggetti, non dei poteri, ed è compatibile con le forme della democrazia. Esso, infatti, si fonda su quattro costrutti: 1) separando i soggetti, si separano i problemi; 2) separando i problemi, ogni soggetto può affrontare meglio i propri, magari con l’aiuto dell’altro; 3) l’esigenza di aiuto reciproco mantiene in piedi il dialogo e quindi la ricerca di cooperazione più o meno condivisa; 4) la ricerca di cooperazione salvaguardia le distinzioni e quindi le narrazioni sui diritti e la democrazia, di sé e degli “altri”, magari anche con le connesse “barbarie di cui si è innocenti”.
L’informativa parlamentare del Ministro Alfano del 4 settembre ha scandito, forse inconsapevolmente, quei quattro costrutti, riferendosi appunto all’Africa e specificamente all’Egitto (con la “barbarie” del “caso Regeni”).
Certo, l’analisi andrebbe approfondita e non è questa l’occasione per farlo. In ogni caso, essa contribuisce a far intravedere un ulteriore fronte di declinazione (e di declino?) della democrazia nel futuro dell’Europa e del mondo, su cui è bene non rinunciare a discutere.
11 Settembre 2017
Una Corte internazionale per l'epoca dei mutamenti costituzionali incostituzionali?
Il 28 gennaio 2013, la ventesima Conferenza dei Capi di Stato e di governo dell'Unione africana, su impulso della Tunisia, ha formalizzato la richiesta di istituzione di una Corte Costituzionale internazionale sotto l'egida dell'ONU (Doc. Assembly/AU/12 (XX) Add.1). Più precisamente, la Conferenza ha incaricato la Commissione sul diritto internazionale della stessa Unione (la AUCIL) a impostare i contenuti di una Risoluzione da far votare nella successiva Conferenza, per poi trasmetterla al Segretario generale dell'ONU e permetterne l'inserimento all'ordine del giorno della sessantanovesima Sessione dell'Assemblea Generale, programmata per settembre 2014, con la qualificazione della Corte costituzionale come "nuovo organo dell'ONU ai sensi dell'art. 22 dello Statuto". Già nel corso della Sessione ONU di settembre 2012, il Presidente della Repubblica di Tunisia, Mohamed Moncef Marzouki a publié dans le journal français « Libération » unMoncef Marzouki, ne aveva preannunciato, con un suo intervento all'Assemblea Generale, l'avvio, cui egli stesso ha fatto seguire, nel maggio 2013, un congresso internazionale di diritto costituzionale tenutosi sempre in Tunisia, a Cartagine, per verificare limiti e potenzialità di questo strumento di giustizia costituzionale universale, nel quadro più ampio, tra l'altro, degli obiettivi dell'Agenda post 2015 dell'ONU, mirati anche a elaborare inediti percorsi di "rafforzamento globale dello Stato di diritto".
5 Giugno 2014
Costituzionalismo e sopravvivenza umana*
*Intervento al Seminario pedagogico su "I diritti della terra", marzo 2014, presso l'Universidade Eduardo Mondlane di Maputo – Mozambico
Devi rispettare la terra, perché non ti è stata donata dai tuoi padri, ma ti è stata prestata dei tuoi figli - Proverbio Masai
Esiste un profilo del tema della legalità in generale (e costituzionale in particolare) ancora poco presente all'attenzione dell'opinione pubblica, come anche nei dibattiti giuridici e nella formazione delle giovani generazioni: è il tema del rapporto tra regole costituzionali e sopravvivenza umana.
La Costituzioni non parlano di sopravvivenza umana: possono parlare di diritti intergenerazionali, sviluppo, giustizia distributiva nel tempo e nello spazio. Se hanno richiamato la sopravvivenza, lo hanno fatto immaginando la guerra come unico strumento di distruzione dell'umanità e la pace come unica "garanzia" di sopravvivenza (si pensi, del resto, all'art. 11 della Costituzione italiana): una prospettiva, come acutamente colto da Carl Shmitt nel suo sempre attuale Nomos della terra, che spesso occulta il nesso storico tra guerra e accumulazione di risorse naturali, pace e scambio di risorse naturali (W. Bello, Le guerre del cibo, trad. it., Modena, Nuovi Mondi, 2009), regole costituzionali e proprietà delle risorse naturali (D. Schneiderman, Constitutionalizing Economic Globalization: Investments Rules and Democracy's Promise, Cambridge, Cambridge Univ. Press, 2008).
9 Maggio 2014
