diritto

Il giudice antropologo, di Ilenia Ruggiu (FrancoAngeli, 2012)

By on 25 Aprile, 2013

Nonostante
gli studi sul multiculturalismo occupino l’attenzione della dottrina
costituzionalista ormai da tanti anni, l’applicazione degli schemi tipici del
costituzionalismo di matrice liberale ha messo in evidenza le lacune di un
sistema che in questa materia – tanto interessante quanto sfuggente – si è
rivelato essere per alcuni tratti obsoleto e per altri inadeguato. Difatti,
tutti gli strumenti classici elaborati dal costituzionalismo per la costruzione
di una dogmatica dell’uguaglianza devono ammettere la propria sconfitta nel
momento in cui non riescono a soddisfare la necessità di predisporre una
“dogmatica della differenza”. Le “scintille multiculturali” agitano ormai anche
le società che per tradizione sono culturalmente omogenee, dando vita a
conflitti per la cui soluzione sociologi, antropologi, giuristi etc. hanno
fatto scorrere fiumi di parole nel tentativo di trovare delle soluzioni
adeguate.


Ed
è in questo contesto che si inserisce l’opera di Ilenia Ruggiu, Il giudice antropologo, opera già
recensita su questo stesso blog da Pannia e Stradella. Brillante e vivace
giurista, la Ruggiu ha affrontato una questione tanto delicata come quella dei
conflitti culturali vestendo lei stessa per prima i panni dell’antropologo,
contemporaneamente interrogandosi su quale dovrebbe essere l’iter logico-argomentativo utilizzato dal
giudice chiamato a pronunciarsi su casi che coinvolgono l’argomento culturale. Con
un approccio provocatorio ed originale, l’Autrice affronta la tematica dei
conflitti culturali con una verve che
aggiunge linfa vitale tanto agli studi culturali quanto a quelli giuridici.
Originalità e provocazione che, partendo dalla scelta del titolo, si dipanano
per tutta l’articolazione dell’esposizione e nella metodologia utilizzata,
mantenendosi vive in tutta la loro intensità fino a raggiungere l’apice nella
proposta conclusiva.

Ma
procediamo con ordine.

Diversi
sono i meriti dell’opera: innanzitutto, l’Autrice è stata coraggiosa nell’optare
per degli stili alternativi rispetto a quelli tradizionalmente utilizzati dai
giuristi. Attraverso nuovi linguaggi, quali la narrativa, il cinema e la
fotografia e un approccio casistico l’Autrice si improvvisa cantastorie, trattando
fatti oggetto di vicende giuridiche in modo narrativo, veicolando così le
diverse idee di cultura che convivono nello stesso spazio e facendo intersecare
il piano sociale con quello giuridico. Il lettore non rimane spettatore passivo,
ma si trasforma in protagonista: viene preso per mano e condotto attraverso i
meandri di una tematica tanto complessa quanto affascinante, quale quella
dell’utilizzo dell’argomento culturale da parte dei giudici.

Il
punto di partenza del lavoro è costituito dalla presa d’atto della mancanza di
modelli di riconoscimento condivisi (che di fatto ha ostacolato una compiuta
teorizzazione del multiculturalismo dentro la teoria dei diritti fondamentali);
il punto di arrivo è invece rappresentato dall’elaborazione di una teoria
sistematica per la composizione dei conflitti culturali. Il trait d’union è rappresentato
dall’interpretazione giudiziale dell’argomento culturale, la cui analisi è
stata condotta mediante l’utilizzo del metodo comparato e di un approccio
interdisciplinare. Cosi, il viaggio in cui l’Autrice ci fa da brillante guida
turistica si compone di diverse tappe: da una prima tappa “descrittiva” si
approda ad un livello “prescrittivo”, lasciando la fase “de-costruttiva” come passaggio
intermedio. Il collegamento tra le tre diverse tappe avviene in modo fluido,
anche se non va esente da pericoli, di cui le stesse Pannia e Stradella ci
avvertono.

È
la stessa Autrice che sottolinea le istruzioni per l’uso: il lettore viene
quindi sollecitato a prestare attenzione, innanzitutto, per quanto riguarda i
confini dell’oggetto e l’aurea di novità che lo circonda (almeno agli occhi del
giurista). In secondo luogo, quello dei conflitti culturali costituisce un
terreno nel quale le più generali trasformazioni che inevitabilmente stanno
investendo il diritto costituzionale si manifestano con più vigore,
determinando l’inadattabilità degli strumenti tradizionali ai conflitti
culturali. Gli studi culturali in generale sfuggono al prisma degli schemi
costituzionalistici di tradizione classica. Nonostante una loro possibile
collocazione nella teoria dei diritti fondamentali, la lettura attraverso le
lenti del positivismo o comunque attraverso il classico bilanciamento tra
diritti incontra degli ostacoli: le dinamiche multiculturali sfuggono a questi
meccanismi, che spesso si macchiano di etnocentrismo e di imperialismo
occidentale.

Date
le carenze dei metodi tradizionali, uno dei punti di forza del presente lavoro
è l’abilità con la quale l’Autrice mostra di destreggiarsi tra differenti
metodi combinandoli saggiamente tra di loro. Si tratta del metodo casistico, di
quello comparato e, infine, di quello interdisciplinare: i passaggi dall’uno
all’altro sono dinamici, bypassando soluzioni troppo
statiche. Se da un lato, l’approccio casistico consente di ricondurre a sistema
una teoria in via induttiva, che abbia come punto di partenza i principi
elaborati dalla giurisprudenza, dall’altro è proprio in tematiche come quelle
multiculturali che il metodo comparato riesce ad esprimere tutte le sue
virtualità. L’analisi di soluzioni giudiziali adottate in ordinamenti “altri”
consente anche al giurista di casa nostra di poter usufruire di un paniere di
soluzioni e di argomenti e tecniche sviluppate altrove, consentendogli di
riflettere, con un orizzonte interpretativo ampliato dalle esperienze altrui,
su quali possano essere gli elementi da utilizzare e quali invece eliminare
perché legati ad un contesto storico specifico o perché non sufficientemente
persuasivi.

Ma
ciò non basta. È necessario avvalersi di un metodo ulteriore che funzioni come
raccordo e sia in grado di mettere in comunicazione le idee di cultura che
circolano nell’antropologia e nell’argomentazione giuridica. In primo luogo
perché affrontare il tema della cultura senza l’apporto dell’antropologia viene
definito dall’Autrice stessa come un suicidio scientifico. Il giurista che si
approccia agli studi sul multiculturalismo è tenuto a possedere la massima
conoscenza del concetto cardine: la cultura. Egli deve però avere uno sguardo
aperto trattandosi di una materia agitata da una complessa rete di problematiche
e da un articolato sovrapporsi di soluzioni, ripensamenti, correzioni ed
evoluzioni che consentono allo studioso che si occupa di questa materia di
avere una quantità rilevante di materiale sul quale lavorare. In secondo luogo,
quando il discorso culturale si sviluppa nella società e viene concettualizzato
dagli studi antropologici, la sua commistione con il diritto diventa
inevitabile richiedendo allo stesso tempo che quest’ultimo sia un protagonista
attivo di questo processo di commistione.

E
il diritto interpreta questo ruolo di protagonista attivo proprio nelle aule
giudiziarie e nell’iter argomentativo
che li viene prodotto. Così, frugando nel marasma di decisioni nelle quali in
un modo o nell’altro la cultura viene in rilievo (secondo le delimitazioni del
concetto individuate dall’Autrice) quando i giudici sono chiamati ad occuparsi
di “cultura” è possibile rinvenire dei loci
o dei topoi che fungono da punti
fermi nella risoluzione dei conflitti sui quali è possibile fare affidamento?

Uno
dei momenti più delicati del lavoro della Ruggiu, che poi rappresenta anche uno
dei punti più facilmente contestabili e problematici dell’attività svolta dagli
stessi giudici, è rappresentato dalla necessità di fornire una definizione
preliminare del campo di indagine. Come si individua l’argomento culturale
giuridicamente rilevante? Nonostante le difficoltà e forse anche l’inutilità di
ingabbiare un concetto tanto cangiante e dalle mille sfaccettature quale quello
di cultura in una definizione che lo priverebbe di tutte le sue virtualità
espressive, l’Autrice circoscrive l’argomento della sua trattazione individuandolo
sia in senso soggettivo, che in senso oggettivo. In primo luogo, occorre
sgombrare il campo da un pregiudizio che può portare confusione. Non sono
culturali tutti quei casi individuati per il solo fatto di coinvolgere
stranieri. Sarebbero culturali, invece, quei conflitti che intercorrono tra la
maggioranza della società ed immigrati e minoranze nazionali, con esclusione
sia delle minoranze regionali, che di tutti quei gruppi che potrebbero essere
considerati culturali in seguito alla dilatazione del concetto stesso di
cultura, ma che in realtà altro non sono che gruppi sociali. La ratio della distinzione risiede in un
contrasto normativo, tra due ordini giuridici diversi: uno è quello dello
Stato, l’altro sarebbe l’ordinamento culturale di appartenenza dell’individuo. Il
“sistema cultura” sarebbe allo stesso tempo rete di significati e rete di
regole e darebbe vita ad una sorta di ordinamento giuridico parallelo, che ha
propri criteri di riconoscimento.

Dal
punto di vista oggettivo, la delimitazione del campo d’indagine è forse più
complicata in quanto deriva dalla combinazione di due definizioni: la prima è
quella fornita dall’antropologia interpretativa (alla quale l’Autrice fa ampio
riferimento nel cap. 3, par. 7), l’altra invece è quella più comunemente indicata
nei manuali di antropologia. Dalla combinazione di queste due definizioni,
l’Autrice delimita il campo d’indagine individuandolo nelle «operazioni
argomentative del giudice che opera come interprete di modelli di pensiero e
azione, di sistemi semiotici, diversi da quelli cui lui appartiene e in cui i
membri della maggioranza comunicano (…)» (Il
giudice antropologo
, pag. 55).

L’assenza
di un approccio teorico sistematizzato e completo, pertanto, è stata supplita
(forse forzatamente) dal basso. Sono i giudici – e non i legislatori – che,
protagonisti di queste dinamiche (essendo chiamati di volta in volta a comporre
i conflitti culturali), sono arrivati, forse anche involontariamente e
inconsapevolmente, a cercare delle soluzioni che piano piano stanno assumendo
la dignità e la sistematicità di teoria. Accusati spesso di attivismo
giudiziario, i giudici si rendono protagonisti di una dinamica di formazione
giurisprudenziale del diritto che, nonostante le resistenze dei
giuspositivisti, non rappresenta una novità e trova il suo momento emblematico
proprio nel multiculturalismo. Il diritto diventa cosi arte di risolvere casi
concreti attraverso un ragionare per problemi piuttosto che per sistemi
astrattamente dedotti da una norma: la composizione dei conflitti culturali ha
determinato il risveglio della tradizione topica. Ed è proprio  questo il secondo punto del lavoro della
Ruggiu che potrebbe prestarsi a critiche.

In
realtà, la ricostruzione della giurisprudenza che, sia a livello nazionale che
comparato, si è occupata dei conflitti culturali, viene condotta dall’Autrice
con passione e profondità, ponendo l’accento sugli elementi che i giudici
considerano maggiormente rilevanti nel dare riconoscimento alla cultura e su quali
siano le tecniche argomentative da questi privilegiate.

L’approccio
casistico sviluppato dai giudici non rinuncia comunque ad una sistematizzazione
teorica dei risultati, fondamentale nel momento in cui si cerca di dare una
qualche formalità giuridica ad un iter
logico-argomentativo elaborato sul campo. Ma anche nel momento in cui si
dovesse arrivare ad una dogmatica ben precisa e sistematizzata, si andrebbe
comunque incontro a dei rischi che secondo l’Autrice potrebbero essere evitati
mediante una via d’uscita che rappresenta il fulcro della ricerca. Si tratta
del test culturale, cartina al tornasole per “misurare” i conflitti
multiculturali, il cui fine ultimo sarebbe quello di procedimentalizzare l’iter argomentativo condotto dal giudice.
Il test culturale proposto dall’Autrice svolgerebbe la funzione di guidare il
giudice, che nella sua motivazione può usufruire di guide sicure per affrontare
le questioni culturali. Ed è proprio questo il punto di grande originalità del
lavoro della Ruggiu: il tentare di trovare una soluzione, presa in prestito
dall’esperienza comparata (in particolare, dalla giurisprudenza nordamericana) per
portare a soluzione i conflitti culturali. Premessa irrinunciabile ad un
corretto utilizzo di qualunque test (ma anche condizione di pre-comprensione
dello stesso argomento culturale) è rappresentato dalla lettura del fatto
oggetto della controversia attraverso la prospettiva della parte che è
portatrice di un’altra visione del mondo (pag. 289).

Grandi
le potenzialità del test culturale, ma numerosi anche i rischi. Da un lato, il
test potrebbe essere usato anche a livello normativo dai legislatori che si
adoperano per fornire delle risposte a tali conflitti. Allo stesso tempo
potrebbe funzionare come criterio di ragionevolezza nell’iter logico argomentativo condotto dalla stessa Corte
costituzionale. Dall’altro, è la stessa tradizione giuridica italiana che nel fare
resistenza ad accogliere il test, strumento nato e cresciuto nel campo delle
discipline scientifiche, evidenzia come si tratti di uno strumento
potenzialmente pericoloso. La sua introduzione nell’argomentazione giuridica sarebbe
quindi stridente specialmente laddove fosse visto come una “ricetta
preconfezionata”, come una griglia con domande alle quali il giudice è chiamato
a rispondere o si o no.

Ma,
come sottolinea l’Autrice, il test non vuole introdurre delle gerarchie di
valori: il suo potenziale risiede nel rappresentare uno strumento antropologico
di base da fornire ai giudici laddove siano chiamati ad occuparsi di tematiche
che coinvolgono elementi “altri” o “extra-sistema” o comunque materie sulle
quali persiste ancora un poco di confusione dovuta al fatto che mancano gli adeguati
strumenti conoscitivi. Questa carenza può comportare il rischio, come avverte
l’Autrice, a sentenze troppo distanti tra di loro e alla perpetuazione di
stereotipi e pregiudizi.

Per
quanto opinabile possa essere la bontà dell’utilizzo di un test culturale
nell’argomentazione giudiziale (sulla cui bontà, peraltro, concordo
pienamente), il merito del lavoro svolto dall’Autrice è quello di rilevare come
ci troviamo di fronte ad una tradizione giuridica comune, seppur in divenire.
Tradizione che nascerebbe come risultato di un dialogo tra giurisprudenze e che,
oltre a sfociare nella circolazione di modelli, si auspica confluisca anche in
una consapevolezza giuridica che consenta al diritto costituzionale
contemporaneo di dotarsi di un bagaglio categoriale e argomentativo che doti il
giudice antropologo di una bussola per districarsi tra le intricate rotte del
multiculturalismo (pag. 349).

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