diritto

Il “Political speech” nella Convenzione europea sui diritti dell’uomo: il caso Eon c. France

By on 4 Aprile, 2013

Con l’affaire
Eon c. France
(ric. n. 26118/2010) la V sez. della Corte Edu ha accertato
la violazione dell’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il
caso risulta di particolare interesse non solo per il richiamo a tecniche di
giudizio e luoghi argomentativi tipici della giurisprudenza Edu sulla libertà
di manifestazione del pensiero, ma anche perché suscettibile di essere ascritto
al genere dei “grandi classici” in tema di libertà di espressione: in questo
caso, infatti, la ponderazione giudiziale coinvolge interessi naturalmente
conflittuali, come il prestigio delle istituzioni (che conferisce un’aura di
sacralità alla pubblica autorità), da un lato, e il diritto di critica del quisque de populo nei confronti del
potere costituito, dall’altro.


La decisione prende le mosse dalla condanna, emessa
dalle autorità giurisdizionali francesi, di un attivista politico socialista,
colpevole di aver accolto l’allora Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy con
un piccolo cartello che riportava le parole usate qualche tempo prima dallo
stesso Presidente nei confronti di un contestatore: “Casse toi, pauvre con!”.
Nel difendere la condanna emessa ai sensi dell’art. 26 della legge sulla stampa
(loi 29 juillet 1889), che punisce l’offesa al Presidente della Repubblica, il
Governo francese sottolinea la ratio della
disposizione, che mirerebbe a tutelare non solo l’onore e la dignità della
persona che riveste il munus, ma
anche il corretto esercizio della funzione pubblica. In particolare, la
condanna si giustificherebbe per la protezione accordata all’“ordine” e ai
“rappresentanti delle istituzioni”. D’altro canto, a parere del Governo, lo
Stato godrebbe di un ampio margine di apprezzamento qualora il discorso
pubblico, come nel caso di specie, non verta su un tema di interesse pubblico o
non abbia, comunque, un rilievo politico. In questo senso, le autorità francesi
propongono una nozione restrittiva di “discorso pubblico” fondata sulla
qualifica soggettiva del dichiarante, piuttosto che sulle oggettive circostanze
del caso, o comunque, sulla pubblica funzione rivestita dall’offeso. Il
ragionamento è chiaro, e pone, di fatto, una irragionevole differenziazione sociale
a base di un diverso trattamento giuridico: poiché l’espressione è frutto di
un’attività giornalistica, né il dichiarante è un “eletto” che ricopre un
particolare ruolo pubblico, le sue opinioni possono collocarsi nell’ambio di
uno “spazio convenzionalmente indifferente”, perché non contribuiscono in alcun
modo al dibattito su questioni di rilievo pubblico.

Nel decidere la controversia, la Corte si serve dello schema triadico con
cui, generalmente, risolve i casi che coinvolgono l’art. 10 della Convenzione:
in base a questa tecnica di scrutinio, affinché le limitazioni statali superino
il “vaglio di legittimità convenzionale” è necessario che 1) siano
previste dalla legge; 2) perseguano un fine legittimo; 3) si pongano in un
rapporto di necessaria strumentalità rispetto all’esistenza di una società
democratica. Ed è proprio su quest’ultimo profilo che i giudici si concentrano,
una volta riscontrata la sussistenza dei primi due requisiti. Come già rilevato
in un dictum del leading case sull’art. 10 Cedu (Handyside
v. United Kingdom,
ricorso n. 549372/72, 1976) la Corte di Strasburgo riafferma la
necessità di  verificare la
proporzionalità dell’intervento alla luce di una valutazione complessiva delle
circostanze concrete. Il carattere offensivo delle espressioni deve essere raffrontato,
in particolare, con le qualifiche soggettive del destinatario della critica e
del dichiarante in relazione al particolare contesto spazio-temporale del fatto.
In questo senso, l’insulto indirizzato al Capo dello Stato ha una valenza
chiaramente politica: in effetti, i limiti della critica devono essere valutati
con minor rigore quando questa riguardi un uomo politico che, “(…) sottoposto
ad un attento controllo dei suoi fatti e dei suoi gesti (…) dalla massa dei
cittadini”, deve mostrare una tolleranza più ampia rispetto al comune
cittadino. Inoltre, il tono
chiaramente satirico delle espressioni utilizzate, che riprendevano, in un
paradossale gioco delle parti, un insulto precedentemente riferito ad un
contestatore dallo stesso Capo dello Stato, rafforza la posizione privilegiata
della critica e, contestualmente, la necessità di assicurare il “libero
dibattito sulle questione di interesse generali senza la quale non può esistere
una società democratica”.

Accertata la violazione dell’art. 10
Cedu, tale pronuncia si colloca lungo quell’orientamento giurisprudenziale
(inaugurato in Lingens vs
Austria,
ric. n. 9815/82, 1986, poi confermato più recentemente in Oberschlick vs. Austria, ric. n.
20834/92, 1997,) che riconosce una posizione privilegiata alla critica,
potenzialmente offensiva nei toni, rivolta nei confronti  dell’uomo politico (per una panoramica v. G.
E. Vigevani, Libertà di espressione e
discorso politico tra Corte europea dei diritti e Corte costituzionale,
in
N. Zanon (a cura di), Le corti
dell’integrazione europea e la Corte costituzionale italiana,
Napoli, 2006,
pp. 459 e ss.). Non sembra, tuttavia, che all’estensione del diritto di critica
corrisponda una diffusa protezione convenzionale del discorso pubblico, che, al
di là delle impegnative dichiarazioni di principio contenute in numerosi obiter dicta, trova nella giurisprudenza della Corte Edu numerosissime
eccezioni. Non solo, infatti, l’ambito di estensione del diritto di critica
viene riplasmato a seconda della qualifica rivestita del soggetto offeso (così,
ad esempio, non sono ammesse opinioni che mettono in dubbio  l’integrità di chi esercita la funzione
giurisdizionale, cfr. ad esempio Barfod.
vs Denmar,
ric. n. 11508/1985, 1989, Praeger
and Obeschlick vs Austria,
ric. n. 15974/90 1994, Schöpfer vs Switzerland, ric. no. 25405/94, 1998), ma si è consolidato, nella giurisprudenza convenzionale, un
pervasivo controllo sul contenuto delle espressioni (un controllo content based, per dirla secondo una
classica tecnica di giudizio della Corte Suprema USA).  Non solo, infatti, l’ hate speech negazionista o antisemita è escluso a priori dalla tutela convenzionale
grazie all’effetto “ghigliottina” derivante dall’applicazione della clausola di
abuso del diritto (art. 17 Cedu), perché contrario ai valori ispiratori della
Convenzione (su cui, se si vuole, C. Caruso,
Ai confini
dell’abuso del diritto: l’
hate speech nella
giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo,
in L. Mezzetti, A.
Morrone (a cura di), Lo strumento
costituzionale dell’ordine pubblico europeo,
 Torino 2011, pp. 329 e ss.); persino i vilipendi che non
coinvolgono valutazioni critiche sull‘operato dei governanti, ma che offendono la “reputazione” dello stato, non sono considerati
“convenzionalmente” protetti (v. ad esempio, recentemente, Rujak vs Croatia, ricorso 57942/10 (2012), su cui P. Tanzarella,  Il
limite logico alla manifestazione del pensiero secondo la Corte europea dei
diritti,
su www.forumcostituzionale.it).

Alla luce di tali considerazioni, non può non apprezzarsi il rifiuto,
espresso nella decisione in commento, di qualsiasi concezione “sacrale” della
pubblica autorità, capace di giustificare la repressione del pensiero del quisque de populo. Eppure, tale
pronuncia deve essere realisticamente valutata alla luce di “una giurisprudenza
amplissima e in taluni casi contraddittoria”, (G. E. Vigevani, Libertà di espressione e discorso politico
cit., p. 467) che rende difficile l’individuazione “in maniera chiara e
univoca”, di “(…) un dato che possa valere in (…) generale, indipendentemente
dal caso concreto” (è questa la conclusione cui giunge, pur nell’ambito  di una valutazione complessiva della
giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo, D. Tega nel suo recente
lavoro monografico I diritti in crisi, Milano,
2012, p. 145).

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