diritto Metodo e storia

La Costituzione negata dalle élite (da Il Manifesto, 16.9.2010)

By on 22 Settembre, 2010

Un sentiero di lettura sulla stagione che portò alla Costituente

di Giuseppe Allegri

È da accogliere con estremo interesse la pubblicazione di Costituenti ombra. Altri luoghi e altre figure della cultura politica italiana (1943-48), curato da Andrea Buratti e Marco Fioravanti, per Carocci (pp. 505, euro 45), sotto la spinta di una ricerca promossa dalla Fondazione Adriano Olivetti (www.fondazioneadrianolivetti.it), nel cinquantenario della prematura scomparsa di quel grande intellettuale, imprenditore e operatore sociale che aveva scelto Ivrea come territorio di sperimentazione della sua scommessa imprenditoriale ed esistenziale, mentre la ricostruzione italica prendeva altre vie.
Lo studio ha coinvolto una pluralistica comunità (per utilizzare termini cari allo stesso Olivetti) di giovani ricercatori, solo in minoranza incardinati nell’Accademia e per lo più contrattisti, precari e flessibili, negli atenei del nostro strano Paese, che proprio questa generazione di lavoratori della conoscenza ha condannato a una oscura e illimitata insicurezza scientifica ed esistenziale. La maggior parte degli studiosi provengono dal diritto pubblico e costituzionale, ma in tutti gli interventi è presente una particolare predisposizione per la dimensione storico-sociale, che restituisce una sensibilità culturale per nulla scontata negli studi più tradizionali di quei settori scientifico-disciplinari.

Gli esclusi, i dimenticati, i rifiutati

C’è da dire che nel suo complesso il lavoro è immane: quasi quaranta saggi che scandagliano la storia intellettuale minoritaria della nostra «fase transitoria», tra il 1943 e l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. Perciò Costituenti ombra è a volte da intendersi come personalità che sono state oscurate dalle maggioranze costituenti (la prima parte dello studio; e allora quasi verrebbe da chiamarli i Costituenti rifiutati ed uno su tutti, probabilmente: Silvio Trentin, lo stesso Adriano Olivetti, escluso dai lavori della Costituente, quindi Riccardo Bauer e Ursula Hirschmann, tra gli altri), altre volte come i poteri che si muovevano nell’oscurità dei meccanismi di governo transitori (quarta parte del lavoro: gli Alleati, i diversi «liberismi» all’opera, le magistrature,), altre ancora come intellettuali e operatori antagonisti alla Costituzione repubblicana (quinta parte: Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando, ma anche e soprattutto L’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini e i monarchici, come Roberto Lucifero). Quindi la seconda e la terza parte della ricerca sono dedicate a «città, editori, riviste, università», come la Normale di Pisa, la Torino dell’Einaudi e la Bari di Laterza; e allo «sguardo dei giuristi»: da Arturo Carlo Jemolo a Salvatore Satta, passando per Vezio Crisafulli e Massimo Severo Giannini.
Come ha osservato Marco Filoni nella sua recensione su La Repubblica (6 agosto) questo lavoro testimonia della ricca produzione sociale intorno agli anni costituenti repubblicani: «di una società civile che partecipava alla vita del paese e al suo futuro». Perciò è una ricerca doppiamente importante: da una parte come scandaglio tra le pieghe intellettuali e sociali di un Paese in transizione e occasione per rilanciare, ripensare e aggiornare una nuova cultura costituzionale, dinanzi a un «patto costituente» in crisi da oltre un trentennio, tanto quanto la società si è affrancata dai valori, princìpi e ideali della Costituzione repubblicana. Dall’altra perché lascia sperare che ci sia una generazione di mezzo disposta a solcare in modo inedito i sentieri della ricerca e a mettere all’ordine del giorno la possibilità di coniugare lavoro culturale con nuovo impegno intellettuale, anche contro i paradigmi scientifici imposti dalla tradizione accademica; soprattutto nel delicato rapporto tra discipline giuspubblicistiche, trasformazioni sociali e cristallizzazione dei blocchi di potere, accademici e istituzionali.
Proprio in questo senso torna utile un’altra, lodevole, recente pubblicazione: Massimo Severo Giannini (Laterza, pp. 248, euro 24), in cui Sabino Cassese – attuale giudice costituzionale, allievo e poi successore del Maestro Giannini – ha curato la raccolta di scritti che vanno dagli anni ’30 agli anni ’90 di «uno dei maggiori giuristi del XX secolo». Infatti tra le pagine di molti dei saggi compresi in Costituenti ombra si intravede la consapevolezza di superare la critica che Massimo Severo Giannini muoveva alla dottrina giuspubblicista tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, esplicitata nell’ultimo saggio contenuto nel volume Laterza (con il provocatorio titolo scelto dal curatore: Il torpore della scienza giuridica negli anni Settanta): «senza voler offendere alcuno, occorre dire apertamente che una buona parte della letteratura nuova che sta venendo fuori è una letteratura di “raccontini”, di gente che racconta cioè come è fatta una legge, che cosa c’è dentro una legge» (e verrebbe da aggiungere che nei decenni successivi questi «raccontini» si sono estesi alla giurisprudenza di ogni ordine e grado: da quella costituzionale a quella comunitaria). Era il monito di un Maestro del Novecento giuridico che esortava i «giuspubblicisti smarriti», dinanzi ai radicali sommovimenti sociali e alle parziali riforme istituzionali degli anni Sessanta e Settanta, a «interpretare il mondo reale»: quel mondo reale che Giannini già vedeva radicalmente trasformato dall’innovazione tecnologica e dalla globalizzazione. E possiamo dire che l’intera esperienza giuridica ed esistenziale di Massimo Severo Giannini sia stata dedicata alla ricerca di un legame virtuoso tra società e istituzioni, in cui la dimensione dello studioso incrociava quella dell’impegno civico, auspicando un protagonismo riformatore che uscì sempre sconfitto dal conservatorismo delle classi dirigenti. Fu così che dopo essere stato capo di gabinetto di Pietro Nenni al Ministero per la Costituente non venne candidato alle elezioni costituenti del 2 giugno 1946 (come racconta Marco Pastorelli nel saggio dedicato a Giannini in Costituenti ombra). Quindi nella breve e ostacolata esperienza ministeriale di fine anni Settanta fu tra i primi a prendere sul serio gli effetti dell’informatica giuridica nell’azione amministrativa, dinanzi all’indifferenza respingente della classe politica; e tutto questo mentre in Francia veniva redatto il celebre rapporto Minc-Nora, da cui partirà Lyotard per la sua analisi del postmoderno e Mitterand per la sua opera di innovazione nella società francese.

Tra autonomia e autogoverno

A dispetto di queste «sconfitte politiche» (cui si aggiunge la candidatura antipartitocratica di inizi anni ’90) l’insegnamento di Giannini dispiega ancora effetti che possono essere rintracciati, forse in parte anche inavvertitamente, nel volume sui Costituenti ombra, soprattutto riguardo all’utilizzo di un metodo antiformalistico e ad una particolare attenzione per la storia, elementi che hanno sempre contraddistinto il rigore scientifico e la passione sociale del grande amministrativista. Quella attenzione al reale, che lo fece incontrare con lo stesso Adriano Olivetti nei mesi precedenti l’Assemblea costituente (ne scrive Buratti nel suo saggio in Costituenti ombra), ragionando sugli spazi dell’autonomia, tra comunità e autogoverno, nella necessaria riforma delle strutture amministrative, che tanto i costituenti, quanto i partiti politici nei decenni successivi si guardarono bene dal realizzare.
Il fortunato incrocio di queste due pubblicazioni nel mercato editoriale potrebbe allora essere un piccolo kairos in grado di auspicare un sommovimento. Da una parte, infatti, verrebbe da consigliare alla Fondazione Olivetti di proseguire questo cammino di ricerca indagando le lotte per i diritti, i fallimenti istituzionali e la risposta della riflessione giuspubblicista in quegli anni Settanta del Novecento in cui maturano i germi della lunga e infinita transizione italiana ad una «nuova» Repubblica. Dall’altra viene da esortare questi (giovani) ricercatori ad andare fino in fondo nel loro investimento in favore di quelli che, con Thomas Bernhard, potremmo chiamare gli Antichi maestri. Giannini e Olivetti sarebbero orgogliosi di vederli uscire dalle torri d’avorio accademiche per incontrare i soggetti reali e le forme delle trasformazioni sociali, giuridiche, culturali avvenute. E forse al di là e sicuramente contro le inutili riforme sull’università sarà possibile non rimanere omologhi e autoreferenziali a quelle istituzioni, ma piuttosto disponibili a praticare «altre» forme e dimensioni di elaborazione e condivisione della conoscenza.

da www.ilmanifesto.it

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