diritto Metodo e storia

L’Europa al bivio. Un rompicapo per il costituzionalismo democratico e sociale.*

By on 7 Gennaio, 2013

* Una versione più breve di questo
intervento è apparso su il quotidiano il manifesto, del 27 dicembre
2012, p. 10, con il titolo Le teste d’uovo dell’austerità.

Per una nuova prospettiva
costituzionale in Europa
:
così si conclude e avrebbe potuto titolarsi il recente, prezioso libro di Claudio
De Fiores
, L’Europa al
bivio. Diritti e questione democratica nell’Unione al tempo della crisi
(Ediesse, pp. 250, 14 euro). È
un’esortazione della volontà e della ragione che parla alla condizione precaria
di questo Continente e delle sue genti impoverite, impaurite e depresse, dentro
una trasformazione capitalistica spietata. Soprattutto è un sguardo desolato e
non riconciliato sul tempo perso nell’ultimo ventennio del processo di
integrazione europea: sul fallimento e la connessa scomparsa dei partiti a
sinistra del socialismo europeo e sulle incapacità di un possibile
costituzionalismo democratico-sociale sovrastatale.


Contro gli europeisti del
mercato.

Per riannodare i fili
interrotti di questo lungo ventennio dello scontento europeista Claudio De
Fiores, Professore di Diritto Costituzionale alla Seconda Università di Napoli
e da anni attento e sensibile studioso delle trasformazioni istituzionali
continentali, prende giustamente le mosse dal Trattato di Maastricht e da quel
modello di integrazione che lo stesso Jürgen Habermas definirà degli
“europeisti del mercato”, in quegli anni Novanta del Novecento in cui la
tradizionale impostazione di Jean Monnet e degli “europeisti delle origini”,
l’integrazione economica come motore anticipatore di una necessaria
unificazione politica, sembra avvitarsi su se stessa. Così l’aspirazione alla
diffusione continentale di un benessere sociale promotore dell’integrazione
politica sovranazionale – dopo un secolo di guerra civile europea – ripiega
nella consacrazione di una visione assolutista della sfera
economico-finanziaria. È l’ortodossia monetarista e, immaginando un gioco di
parole con lex mercatoria, De Fiores parla di un effetto nefasto della lex
monetae
continentale, con una “Banca centrale «fuori controllo», una moneta
instabile che produce intollerabili costi sociali, l’euro sempre più
annichilito dai rapaci impulsi della finanza”.
Si assiste, inerti e impotenti,
al definitivo tramonto del modello sociale europeo e all’impossibile
affermazione di istituzioni democratiche aldilà dello Stato-nazione: due secoli
di lotte e conflitti condotti all’interno di quello che Étienne Balibar
definisce “Stato costituzionale nazional-sociale” non trovano uno sbocco progressivo
a livello europeo. Eppure il dominio del funzionalismo
tecnocratico-finanziario, nel lungo trentennio del neo-liberismo globale, non
ha incontrato avversari politico-culturali all’altezza del conflitto richiesto,
soprattutto nel vecchio Continente.

Dentro la “grande
trasformazione” iniziata negli anni Settanta del Novecento le forze politiche e
sindacali alla sinistra delle socialdemocrazie europee hanno preferito suonare
il disco incantato della difesa nazionale di un patto sociale tra capitale e lavoro
che andava inesorabilmente sgretolandosi. In un gioco di specchi riflessi la
più nobile tradizione del costituzionalismo democratico e sociale tentava una
impossibile resistenza dietro la supremazia delle Costituzioni statuali, con il
loro sacrosanto portato di “teorie dei controlimiti”, violazioni della
sovranità nazionale, istituzionalizzazione di un deficit democratico.
Ipotesi che non ammettevano un terreno di conflitto continentale, non sfidavano
il terreno delle trasformazioni capitalistiche ed istituzionali, meno che mai
interloquivano con una concreta prospettiva europea proposta da Altiero
Spinelli, eretico tra i comunisti, e dalla tradizione socialista, radicale ed
europeista: piuttosto preferivano attestarsi sul ritorno all’ordine di uno Stato
garante di una pace sociale a costo di corruzione, inefficienza, burocrazia,
corporativismo e paternalismo. E questo “peccato originale”, di una malinconica
conservazione dell’ordine infranto statualista, è stato troppo a lungo il
motore immobile di una sinistra autenticamente europeista e di un
costituzionalismo democratico-sociale
continentale.

Per un costituzionalismo
europeo.

A parere di chi scrive le note
che leggete il culmine di questa sorta di sindrome del torcicollo della
sinistra e del costituzionalismo si è manifestato plasticamente con la grande
campagna sovranista e nazionalista che ha portato al No referendario
francese ed olandese al Trattato-Costituzione nella primavera del 2005.
In quell’occasione la già agonizzante sinistra europea, incapace di pensarsi
dopo il 1989, è definitivamente morta. Claudio De Fiores non concorda con
questa lettura osservando, giustamente, che quel pronunciamento negativo “non
era che l’espressione sintomatica più evidente della già matura crisi di
legittimità del sistema” continentale e del suo strutturale deficit di
democrazia. Eppure converrà che da quei fallimenti degli anni Zero l’Europa, la
sinistra e il costituzionalismo democratico-sociale non sembrano riprendersi.
Così ora costituzionalizzazioni del pareggio di bilancio e rigorose politiche
di austerity impongono l’obbedienza di cittadinanze costrette nella
paura del default e della miseria, che sperano nella salvezza della
panacea tecnocratica, o nella falsa palingenesi di intollerabili populismi. È
il fallimento, anche antropologico, di un processo di civilizzazione giuridica
e sociale di un Continente e delle sue cittadinanze, in cui le esperienze
costituenti e progressive della metà del secolo scorso non sembrano lasciare
eredità nelle innovazioni istituzionali e nei rapporti economici del
cinquantennio che è seguito: il funzionalismo ha stravinto sul
costituzionalismo!

In questo quadro il volume di
Claudio De Fiores è anche un ottimo strumento di storia istituzionale critica
del processo di integrazione comunitaria, ad uso e consumo di europeisti
sensibili alla tradizione del costituzionalismo democratico-sociale e fa
definitivamente piazza pulita di qualsiasi sinistro rimpianto sovranista,
dichiarandosi senza tentennamenti retrospettivi per l’Europa, “nella sua
sperimentata attitudine a regolare le dinamiche del mercato, vincolandole
concretamente al perseguimento di politiche redistributive e al «riconoscimento
istituzionale dei diritti sociali come diritti fondamentali senza eguali nel
mondo»”, per dirla anche con le parole di Étienne Balibar.  Claudio De Fiores evoca l’apertura di
movimenti e processi costituenti europei e
nella stessa struttura del libro si percepisce una continua evoluzione
progressiva, laddove si passa da una iniziale esaltazione del legame
“popolo-sovranità-Stato-nazione”, alla più concreta necessità di non “diffidare
più della democrazia, della sovranità e del costituzionalismo” nel ripensamento
radicale di un Continente. È il lascito del migliore costituzionalismo: quello della
lotta per il diritto e per i diritti, dell’immaginare nuove pratiche
democratiche, della creazione istituzionale dal basso, per la trasformazione
dei rapporti di forza esistenti, per l’autodeterminazione individuale e
collettiva dei soggetti che scelgono di vivere in questo Continente.

Quale Europa a venire?

Evidentemente
non è una questione di parole o teorie, seppure si vorrebbe farla finita con il
giudizio della sovranità (per parafrasare Antonin Artaud, fustigatore di altri,
ben più insondabili, giudizi), piuttosto di affermazione di pratiche
costituenti e nuovo Welfare per un modello sociale di un’Europa politica
capace di misurarsi con le trasformazioni capitalistiche in atto. Ne siamo
convinti, seppure il timore è di trovarci tutti in ritardo di almeno vent’anni,
a cominciare dalle forze culturali della sinistra sindacale e politica
continentale, con l’Europa al bivio pericolosamente sospesa su un
precipizio; ma come dice l’Hölderlin tanto caro a Karl Marx e forse non a caso
anche a Martin Heidegger: “laddove massimo è il pericolo, lì c’è la salvezza”.
Vale purtroppo la pena di aggiungere un punto interrogativo finale, soprattutto
perché ancora non si percepisce quale sia il grado massimo del pericolo che
stiamo vivendo e, al contempo, l’àncora di salvezza del costituzionalismo
sembra tuttora inabissata nei torbidi marosi continentali.
Spetta alle
cittadinanze attive di questo Continente e alle forze sociali, culturali ed
economiche più sensibili porsi all’altezza dei tempi; e il libro di Claudio De
Fiores è un’ulteriore invocazione perché “l’Europa possa ancora avere un
avvenire” nella sua aspirazione a un modello sociale garantista e inclusivo,
soprattutto in un Paese come il nostro, dove l’Europa sembra possa avere solo
le insopportabili sembianze speculari delle tecnocrazie e delle piccole
patrie.

LEAVE A COMMENT