diritto

Messico: uno Stato fallito?

By on 26 Marzo, 2015

Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, a Iguala, nello Stato messicano di Guerrero, a poche centinaia di chilometri dalla paradisiaca Acapulco, spariscono 43 studenti della scuola normale rurale “Raul Isidro Burgos” con sede a Ayotzinapa.

La notizia, nel giro di poco tempo, fa il giro del mondo, suscitando diverse emozioni: sdegno, tristezza, rassegnazione e paura. Molta paura. Pare assurdo ed inaccettabile che 43 giovani possano sparire nel nulla anche in uno Stato come il Messico che, nonostante lavori intensamente per il consolidamento democratico delle proprie istituzioni, in realtà ha completamente perso il controllo e non riesce a mantenere l’ordine e la legalità. Uno Stato nel quale fatti come quelli che si vanno descrivendo rappresentano quasi l’ordinarietà, in particolare in alcuni contesti specifici quali il territorio di Guerrero. Nonostante le ricche risorse naturali (sfruttate prevalentemente nel settore turistico e minerario), la sua ferita è profonda: violenza, corruzione e povertà estrema nel tempo hanno generato nella maggioranza della popolazione dei modelli comportamentali di adattamento alla situazione o, in altre parole, di sopravvivenza nell’illegalità. Le scuole normali rurali sono dei centri di formazione per maestri che insegneranno nelle zone interne più decentrate: generalmente, sono frequentate da giovani provenienti da famiglie disagiate e all’interno del centro, oltre all’educazione e al materiale didattico, si offre anche vitto e alloggio. Spesso, come nel caso della normale di Ayotzinapa, gli stessi studenti si impegnano nella coltivazione dei prodotti alimentari e, in considerazione degli scarsi mezzi a loro disposizione, stabiliscono degli accordi tendenzialmente taciti, ad esempio con le compagnie di autobus, che gli permettono di appropriarsi dei propri mezzi a fini formativi, come per recarsi in altri centri dello Stato e vedere come si svolge l’insegnamento in altri contesti.

A seguito delle pressioni provenienti anche dalla comunità internazionale, la Procuraduría General de la República, organo del Governo centrale con il compito di investigare e fare luce sui reati di competenza federale, avvia le indagini per capire che cosa è successo in quella terribile notte e dove sono i giovani scomparsi. Dopo aver proceduto all’arresto di quasi cento persone, tra poliziotti e integranti della delinquenza organizzata – in alcuni casi attività coincidenti nella stessa persona – il 27 gennaio 2015 viene presentato un rapporto finale: la ricostruzione della Procuraduría è stata fortemente criticata, sia dall’Equipo Forense Argentino (organo indipendente, coinvolto nelle indagini in rappresentanza delle famiglie delle vittime), che da Amnesty International, i quali hanno evidenziato numerosi punti ancora oscuri, in particolare sull’attendibilità dei mezzi di ricerca delle prove utilizzati e sul fatto che la ricostruzione di quanto accaduto si è basata quasi esclusivamente sulle testimonianze degli autori materiali. Alla data attuale ancora non è stato avviato alcun procedimento penale nei confronti delle persone in stato di detenzione.

Ma ricostruiamo, seppur brevemente, i fatti. La sera del 26 settembre un gruppo di studenti (dal numero indefinito) della scuola normale di Ayotzinapa si dirige verso la città di Iguala a bordo di due autobus, dei quali si erano precedentemente appropriati. Obiettivo della “missione” era la raccolta di fondi da destinarsi allo svolgimento delle proprie attività di formazione congiuntamente alla presa in prestito di almeno altri 25 autobus.

Una volta giunti al casello autostradale di Iguala, il gruppo di studenti si divide: uno si impossessa di un altro mezzo e, nel rendersi conto della presenza di alcune persone a bordo, decide di condurre il bus fino all’autostazione della città, per far scendere i passeggeri e contemporaneamente impossessarsi di altri mezzi. Il secondo gruppo, invece, una volta terminata l’attività di raccolta fondi, si dirige verso Tixtla, ma durante il tragitto viene intercettato da una cellula del gruppo criminale “Guerreros Unidos” e scambiato per il gruppo avversario, “Los Rojos”. A partire da questo momento, sulla base di questa presunzione errata, cominciano a susseguirsi una serie di comunicazioni e di contatti telefonici tra le diverse cellule dei “Guerreros Unidos” e la polizia municipale di Iguala e di Cocula, evidentemente coinvolte con il gruppo criminale.

Nel frattempo, il gruppo di studenti che si era recato all’autostazione di Iguala, incontrando la resistenza di alcuni autisti che si oppongono al tentativo di sottrazione di ulteriori bus, si pone in contatto con il gruppo che si dirigeva verso Tixtla, chiedendogli di tornare verso Iguala per aiutarli. Una volta giunti all’autostazione, l’intero gruppo di studenti riesce a guadagnare altri due mezzi, ma nell’uscire dalla terminale la polizia municipale di Iguala, allertata forse dal gruppo dei “Guerreros Unidos”, cerca di bloccarli; operazione che si svolge senza successo vista la loro inferiorità numerica. Poco dopo aver superato il primo blocco, gli studenti vengono nuovamente intercettati e bloccati per ordine diretto del Presidente municipale di Iguala (poi identificato come capo del gruppo criminale “Guerreros Unidos”) e, a seguito di un vano tentativo di dialogo, gli studenti – secondo la versione ufficiale della Procuradoria – passano allo scontro fisico lanciando delle pietre. A tale aggressione la polizia risponde sparando: molti scappano e si nascondono, mentre la sparatoria continua, coinvolgendo un altro autobus a bordo del quale vi era una squadra di football locale, gli Avispones di Chilpancingo, e un taxi che sfortunatamente si trova nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Bilancio della sparatoria: cinque morti e vari feriti.

I giovani che non riescono a scappare o a nascondersi vengono arrestati: solo una ventina vengono portati nella sede della polizia di Iguala per poi essere consegnati poco dopo al comandante municipale di Cocula; saranno poi caricati su mezzi della polizia e trasferiti in una località vicina conosciuta come Loma del Coyote, dove incontreranno altri studenti arrestati, ma mai portati e/o identificati in caserma. Sul luogo sono presenti altri elementi della polizia municipale di Cocula e alcuni integranti il gruppo criminale “Guerreros Unidos”. Ma Loma del Coyote non rappresenta la destinazione finale: gli studenti verranno poi trasferiti in un luogo vicino, la discarica di Cocula, dove quelli ancora in vita saranno uccisi (alcuni di loro arriveranno alla discarica già morti, probabilmente per asfissia, visto che sono stati trasportati ammassati). I corpi dei 43 studenti verranno inceneriti in un incendio durato tutta la notte, le loro ceneri raccolte in buste di plastica e gettate nel vicino Rio San Juan.

La situazione è probabilmente ancora più complessa rispetto a quello che potrebbe sembrare, in considerazione del contesto storico, politico e sociale nel quale i fatti si sono svolti. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso (periodo identificato con il nome di guerra sucia), il governo priista, al potere da oltre quarant’anni, aveva generato uno stato generalizzato di illegalità, corruzione e condizioni socioeconomiche profondamente distanti dagli standard dello Stato di diritto e dagli ideali rivoluzionari che avevano dato vita alla Repubblica messicana. Di fronte ad un’atmosfera di impotenza, comincia a diffondersi il desiderio di un senso di giustizia che si è tradotto, in particolare nel caso delle popolazioni rurali, nella ricerca di condizioni di vita umane, desiderio presto represso dal Governo con la violenza per quasi 20 anni. Quella del Governo era una politica del terrore e di repressione sistematica della dissidenza e dei movimenti popolari; con l’aiuto di forze militari e di polizia, vi sono state numerose esecuzioni illegali ed arbitrarie, atti di tortura e sparizioni forzate. Già in questo momento lo Stato messicano mostrava tutta la sua debolezza espressa in continui scontri violenti tra governanti e governati che hanno lasciato sul campo di battaglia numerose vittime. Tra gli eventi più tragici: la strage degli studenti di Tlatelolco del 1968, il movimento ferrocarrilero del 1958 guidato da Demetrio Vallejo, la lotta contro lo sfruttamento dei campesinos guidata da Lucio Cabañas attraverso il Partido de los Pobres, lo scioglimento della Liga Comunista del 23 settembre, l’Halconazo del 1971, ma l’elenco potrebbe continuare (si veda anche il caso di Rosendo Radilla Pacheco, sul quale a distanza di oltre trant’anni si è pronunciata anche la Corte interamericana dei diritti dell’uomo).

Dopo un breve periodo di tregua, queste pratiche tornarono in auge nell’ambito di movimenti legati all’esercito zapatista di liberazione nazionale (1994) e del Ejercito Popular Revolucionario (1996) e di nuovo a partire del 2006, grazie alla politica di stato del presidente Felipe Calderón, che aveva dichiarato guerra alla delinquenza organizzata ed in particolare al narcotraffico. Tale strategia in realtà non risolse il problema della delinquenza organizzata, ma portò piuttosto ad una guerra interna: numerose e massive furono le violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito e delle forze di polizia giustificate in nome della sicurezza ed accompagnate dalla pressoché totale impunità dovuta prevalentemente ad indagini carenti.

Al momento, secondo i dati contenuti nel Registro Nacional de Datos de Personas Extraviadas o Desaparecidas, istituito nell’ambito del Sistema Nacional de Seguridad publica, le persone desaparecidas sono oltre ventimila.

La despararición dei 43 studenti ha finalmente scosso le coscienze sopite da tanti anni di violenza radicata: studenti, politici, società civile e anche il mondo dello spettacolo hanno condannato unanimemente i fatti attivandosi, in alcuni casi per la prima volta, con manifestazioni pacifiche, progetti di ricerca e iniziative di diversa natura, consapevoli che il proprio Stato, costruito su dei forti ideali rivoluzionari, in realtà ha fallito la sua missione. E a proposito di fallimento, rimane a questo punto da chiederci: ha fallito uno Stato nel quale gli studenti sono costretti a rubare e a commettere azioni illegali per potersi garantire un’educazione è? Inoltre, ha fallito uno Stato nel quale il mantenimento dell’ordine dipende dalla collaborazione tra le autorità, le forze di polizie e la criminalità organizzata? Ha fallito uno Stato nel quale 43 giovani studenti vengono uccisi in modo crudele e i loro corpi eliminati come se si trattasse di spazzatura solamente per averli confusi con appartenenti al gruppo criminale rivale per colpa di un tragico gioco del telefono senza fili finito male? E ancora: ha fallito uno Stato nel quale la sete di giustizia viene soddisfatta con estorsione di testimonianze e confessioni con la tortura? Ed infine: ha fallito uno Stato che da delle risposte meramente politiche alle pressioni di una società profondamente vulnerata che solo chiede giustizia per le sue vittime?

1 Comment
  1. Rispondi

    Juan Manuel González Zapata

    27 Marzo, 2015

    Doctora: Un gusto leer su opinión que definitivamente puede impactar de manera internacional, como joven Mexicano puedo afirmar que hace mucho tiempo se notaba en mi país lo denominado ‘Estado Fallido’ incluso sin saber mucho al respecto y dentro de mis limitantes pude percibirlo desde que entré a primer semestre y de este modo uno de mis primeros trabajos en la Facultad fue redactar un pequeño ensayo del fenómeno paramilitar de ‘Autodefensas’ Fraguadas por campesinos inconformes con el desempeño de los cuerpos de Seguridad Pública en Michoacán. todo esto derivado por supuesto de los problemas que acarrea el narcotráfico, también puedo evocar que ‘La guerra sucia” y el ”FLZ” así como el ”EZLN” son temas trasendentales y que resultan bastante interesantes para mí y algunos de mis compañeros, ojalá pudiera investigar y dar opinión alguna sobre ellos, sobre todo en el ámbito de derecho comparado
    cordiales saludos!.

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