Il dibattito sulle amnistie nel diritto brasiliano. Tra contorsionismo costituzionale e difesa della democrazia nel caso del colpo di Stato dell'8 gennaio 2023

“Dormia
A nossa pátria-mãe tão distraída
Sem perceber que era subtraída
Em tenebrosas transações”
(Vai Passar, di Chico Buarque de Holanda)

Con attenzione al tema dell'amnistia per atti considerati reati in periodi di instabilità politica o di transizione alla democrazia, il presente commento si concentra sul tentativo, guidato dalla politica conservatrice brasiliana (in particolare dall'estrema destra) di approvare una legge che conceda l'amnistia a coloro che sono stati coinvolti (finanziando, organizzando o sostenendo attivamente) nei fatti che hanno avuto luogo l'8 gennaio 2023. Ci si riferisce al tentativo di realizzare un colpo di Stato, in ultimo fallito, destituendo un Presidente regolarmente eletto e attaccando fisicamente edifici pubblici come il Congresso Nazionale, la Corte Suprema Federale e la Presidenza della Repubblica.

In effetti, è in corso di discussione presso il Congresso Nazionale brasiliano un progetto di legge che intende amnistiare coloro che furono coinvolti negli atti antidemocratici dell'8 gennaio 2023, scenario di una vera e propria rottura nell'ordine politico-istituzionale. Per l'ampiezza della proposta, sarebbero raggiunti dall'amnistia non solo coloro che erano presenti nella suddetta data, ma anche coloro che hanno partecipato prima alle azioni di "finanziamento, organizzazione e sostegno di qualsiasi natura" (art. 1º, § 3º, del PL n. 2858/2022). Nella ratio che accompagna il progetto, si sottolinea infatti che coloro che in un modo o nell’altro presero parte agli eventi ora oggetto di attenzione legislativa avrebbero agito "nel pieno esercizio dei loro diritti costituzionali di libera manifestazione pacifica".

Non sfugge al lettore il tentativo da parte del legislatore di praticare una sorta di contorsionismo costituzionale, riducendo condotte delittuose a democratici esercizi dei propri diritti, attenuando la portata di atti che configurano le fattispecie di abolizione violenta dello Stato democratico di diritto(art. 359-L – Codice Penale) e colpo di Stato. Da qui l’importanza di provare a ritrovare un certo equilibrio nella definizione del diritto alla libertà di espressione, dissociandolo da condotte che si avvicinano maggiormente ad atti di terrorismo.

In questo contesto, infatti, resta da chiedersi se la libertà di espressione, così come garantita dalla Costituzione, possa spingersi sino a prevedere il diritto di far collassare lo stesso Stato di Diritto da essa costruito. L'assurdità di una simile conclusione, d’altra parte, sembra mostrare da sé la fallacia della premessa. In sintesi, assolutizzare la libertà di espressione, come si pretende, significherebbe svuotare altri diritti e valori costituzionali, mettendo a rischio lo stesso ordine costituzionale.

È vero che non c'è nulla di nuovo nella difesa intransigente della libertà di espressione portata alle sue estreme conseguenze e dunque concepita come un diritto che non troverebbe limiti e che sarebbe un mezzo per assicurare un dibattito pubblico democratico. Si tratta, in effetti, di una narrazione fatta propria da varie forze di estrema destra in Brasile come in altre parti del mondo, che parte dal presupposto che il principio della libera espressione debba coprire anche lo spazio occupato dalle pratiche di disinformazione e violenza, quasi che queste condividessero lo stesso bene giuridico.

Chi scrive è piuttosto dell’avviso che l'8 gennaio rappresenti un momento cruciale nel processo di autocratizzazione già in atto da tempo nel Paese. Secondo il rapporto del Varieties of Democracy (V-Dem), già nel 2021 il Brasile si trovava al 4º posto nella lista dei dieci paesi che avevano dato avvio a una deriva autocratico, dietro solo rispetto a Polonia, Ungheria e Turchia.

Il rapporto già rivelava che questa svolta autoritaria seguiva un modello costante, che si snoda su alcune tappe. In un primo momento i governanti autocratici cercano di restringere e controllare i media, mentre attaccano gli accademici e la società civile. Si aggiunga a questo la mancanza di rispetto verso gli oppositori politici al fine di alimentare la polarizzazione, mentre la macchina amministrativa viene usata per diffondere disinformazione. Solo dopo aver consolidato questi primi passaggi si passa ad attaccare il nucleo della democrazia: elezioni e istituzioni. Era questo il playbook seguito anche in Brasile.

Visto da questa angolatura, è possibile sostenere che il progetto di legge nasce già con importanti vizi di incostituzionalità. La Costituzione stabilisce clausole di eternità, come la separazione dei poteri, il voto diretto e segreto, i diritti e le garanzie individuali, il federalismo (art. 60, §4º). La pretesa di amnistiare crimini volti contro questi fondamenti compromette l'integrità del patto costituzionale, nella misura in cui mostra disprezzo verso i milioni di elettori che hanno scelto un Presidente cui per un tempo è stato impedito di svolgere la sua legittima funzione. Inoltre, rappresenterebbe una grave violazione della separazione dei poteri, vista l'intenzione di minare l'indipendenza giudiziaria, soprattutto del Supremo Tribunal Federal e del Tribunal Superior Eleitoral.

A quanto sinora detto, bisogna aggiungere alcune considerazioni, sul piano domestico e su quello sovranazionale.

A livello nazionale va ricordato che la pratica di atti di terrorismo, come definita nella Legge 13.260/2016, non può essere oggetto di amnistia, ai sensi dell'art. 5, inciso XLIII della Costituzione, il quale dispone che "la legge considererà reati non soggetti a cauzione e insuscettibili di grazia o amnistia la pratica della tortura, il traffico illecito di stupefacenti e droghe affini, il terrorismo e quelli definiti come reati efferati".

Sul piano internazionale, il progetto va evidentemente contro gli standard giuridici derivanti dalla Convenzione Americana sui Diritti Umani (Patto di San José della Costa Rica), di cui il Brasile è firmatario. Infatti, la Convenzione assicura il diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione alle vittime di gravi violazioni dei diritti umani, inclusi i contesti di rotture democratiche. In questo senso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha già riconosciuto l'inconvenzionalità delle leggi di amnistia che compromettano la responsabilizzazione per crimini gravi, anche quando queste siano state assunte per favorire la riconciliazione nazionale.

Inteso nel suo più ampio respiro, il principio dello Stato di diritto, la cui analisi non si può esaurire nel contesto nazionale, di amnistia non solo violano l'uguaglianza formale, poiché creano spazi giuridici di non applicazione del diritto per alcuni, deteriorando al contempo la fiducia nelle istituzioni pubbliche, come diceva il giudice Cançado Trindade nella sentenza Barrios Altos v. Peru (Corte Interamericana), caso-pilastro su cui si fonda la giurisprudenza sull'inconvenzionalità delle leggi di amnistia nel Sistema Interamericano dei Diritti Umani.

Si potrebbe, perciò arrivare a sostenere che l'eventuale approvazione del progetto possa rappresenta un atto deliberato con il fine di svuotare la stessa Legge n. 14.197/2021, con la quale il legislatore ha inteso tipificare i crimini contro lo Stato democratico di dritto: e in effetti, quale sarebbe la ratio di proibire colpi di Stato e tentativi di rovesciamento dello Stato di diritto se, al primo tentativo autoritario, i suoi protagonisti vengono amnistiati, incluso da uno dei poteri che, paradossalmente, sarebbe colpito?

È per questi motivi che il dibattito su questa amnistia deve restare ancorato al concetto di democrazia militante così come formulato da Karl Lowenstein, c, e già nel 1937, nel suo Militant democracy and fundamental rights (parte I e II) si pronuncia a favore di una democrazia che deve poter disporre di strumenti per proteggersi dai propri nemici e dove, pertanto, il ricorso al diritto è inteso in senso strategico come mezzo per affrontare coloro che vogliono distruggerla.

Nel caso brasiliano, questo significa ripudiare giuridicamente qualsiasi tentativo di amnistiare crimini che attentino contro l'ordine democratico e riaffermare l'impegno nei confronti della responsabilizzazione, la memoria e la non ripetizione. Per questo, nell'ipotesi di approvazione della proposta legislativa in commento, è dovere istituzionale del Supremo Tribunal Federal dichiarare la sua nullità, esercitando il suo ruolo contromaggioritario, in conformità alla sua etica che prevede la protezione della democrazia costituzionale.


Eleições e populismo no Brasil: novas perspectivas e desafios à democracia constitucional

O sistema constitucional brasileiro, a partir da promulgação da Constituição Federal de 1988, entendeu por bem inserir um processo eleitoral, em âmbito nacional, que ao mesmo tempo em que leva o povo a escolher uma chapa para Presidente e Vice-Presidente da República, também o faz a respeito de Governadores de Estados-membros, deputados estaduais, federais, distritais (Distrito Federal) e Senadores.
Naquele primeiro momento, os mandatos presidenciais tinham a duração de 5 anos, sem a possibilidade de reeleição, conforme art. 82 da Constituição originária.  Posteriormente, com a Emenda de Revisão nº 5/1994, o tempo do mandato presidencial diminuiu para 4 anos e, a partir da Emenda Constitucional 16/1997, admitiu-se uma reeleição para um período subsequente. Com isso, fez-se uma profunda alteração no projeto político até então existente, que percebia os riscos do instituto da reeleição em um sistema de governo presidencialista marcado por personalismos acentuados.
Essa mudança acabou por aprofundar características nocivas do presidencialismo brasileiro, fazendo com que a reeleição para os cargos de Chefe do Poder Executivo se tornasse a regra no sistema político. Tanto é assim que 3 em cada 4 Governadores de Estado se reelegeram quando candidatos a um mandato subsequente e, no caso dos Presidentes da República, todos, até o momento, obtiveram êxito.
Esse processo, no presente momento, superado o primeiro turno da eleição de 2022, pode ter o seu primeiro revés. Isso porque o Presidente Jair Bolsonaro, apesar de ter sido habilitado a disputar o segundo turno, teve menos votos que o Ex-Presidente Lula da Silva. Algumas perguntas ainda estão pendentes, mas saber as razões desta ocorrência é algo que merece atenção.
Bolsonaro é um dos atuais presidentes latino-americanos que, ao lado de Andrés Manuel Lopez Obrados, Nayb Bukele, Daniel Ortega e Nicolás Maduro, fez do modo populista de fazer política o seu meio de exercer o mandato. Para isto, fez dos seus adversários inimigos, inclusive sugerindo o uso de violência e a sua morte; afrontou a liberdade de imprensa; a liberdade de expressão; capturou instâncias importantes de controle, como a Polícia Federal e a Controladoria Geral da União, retirando a sua autonomia com a nomeação de aliados; usou as redes sociais para divulgar fake news; execrou a luta de minorias por direitos, como os negros, mulheres, LGBTQIA+, indígenas, dentre outros; usou da proximidade com as Forças Armadas para afrontar os Supremo Tribunal Federal e o Tribunal Superior Eleitoral; usou de ferramentas assistencialistas, em ano de eleição e contra a lei vigente para angariar votos, dentre outras ações que contrariam o que se entende por Estado Democrático de Direito.
Além disso, usa do recurso a ideia de um povo homogêneo, formado por “cristãos” norteados por valores ocidentais, além de demonizar uma elite política que estaria a lutar contra o interesse deste povo verdadeiro. O tempo mostrou que se tratava, em grande parte, de uma narrativa própria dos populistas lutando por se manter no poder quando, com o decorrer dos anos, limitou seus inimigos ao espectro da esquerda, tendo em vista que o que afirmou sobre os partidos políticos e políticos tradicionais também de direita caiu por terra quanto estes atores acabaram por formar a sua base de apoio em mais da metade do seu mandato.
Neste processo, depois de ameaçar romper com a frágil democracia em consolidação no Brasil, blefou nos últimos dois anos com golpes de Estado com o apoio das Forças Armadas, especialmente na proximidade das comemorações do Dia da Independência (07 de setembro), o que ocorreu em 2021 e 2022, fazendo uso seguido de desinformação como estratégia política recorrente.
Contra o atual incumbente, encontra-se Lula da Silva, um ex-presidente que exerceu dois mandatos presidenciais e que, quando deixou o Poder, encontrava-se com uma popularidade acima dos 80%, tendo, mediante programas sociais variados, sido um referente no campo da proteção da redução da pobreza e da fome, mas que, alguns anos depois, sofreu uma condenação criminal. Tal condenação, que o obrigou a algo próximo de 500 dias de prisão, acabou sendo anulada pelo Supremo Tribunal Federal, tal como mais de uma vintena de processos, por violação ao devido processo legal, em claro uso do Lawfare como meio judicial praticado pela conhecida Operação Lava Jato.
Terminado o primeiro turno, em 2 de outubro, Lula da Silva esteve muito próximo de ser eleito, em função de ter obtido 48,4% dos votos válidos, contra 43,2% de Bolsonaro, o que representa uma diferença de aproximadamente 6 milhões de votos.
O quadro político-eleitoral para as próximas semanas é de extrema tensão, tendo em vista que o recurso ao uso da violência, por seus apoiadores, tem sido constante, inclusive com a morte de “inimigos” políticos por parte de seus apoiadores.
Neste momento, em que se formam alianças para o segundo turno da eleições, o atual presidente, em desvantagem numérica, tem recebido apoio de políticos da direita moderada e extremista, enquanto o ex-presidente Lula acaba de receber o apoio tanto do terceiro quanto da quarta colocada na votação de 2 de outubro.
A tensão é alta, como nunca visto antes desde a redemocratização e das primeiras eleições presidenciais, em 1989, e os brasileiros se encontram na expectativa de um resultado que, caso seja desfavorável a Bolsonaro,  não se sabe será aceito. Isso se deve às seguidas manifestações por parte do Presidente e seus apoiadores contra a lisura do processo eleitoral, em uma clara inspiração no ocorrido nos Estados Unidos, com Donald Trump, um político que admira.
O resultado das eleições, no que diz respeito aos Estados-membros e aos cargos então em escrutínio tanto nos Parlamentos estaduais, quanto no Congresso Nacional, mostram que, apesar de serem altas as chances de Bolsonaro perder a eleição em 30 de outubro, o bolsonarismo, enquanto movimento político, se fortaleceu e estendeu seus tentáculos, dado que aliados do atual presidente tiveram muito sucesso nessas eleições. Significa, na verdade, que este modo populista de fazer política, recorrente na América Latina, tem, atualmente, um espaço cada vez mais presente na política brasileira e, no espectro da direita, tem anulado avanços da direita moderada e democrática em prol da extrema-direita e seus meios de angariar engajamento constante.
Trata-se, a nosso ver, de um movimento que deve avançar, ainda mais, em um país em que a democracia nunca pode, com segurança, se definir como consolidada, é dizer, não se trata de uma crise da democracia constitucional ou liberal, como ocorre em alguns países do noroeste global, mas da sempre existente dificuldade de consolidar o Estado Democrático de Direito na América Latina, constantemente em risco por decorrência deste modo de fazer política que, independentemente de ideologias, corrói as instituições e aprofunda a distensão social e seus elos de solidariedade.